Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione seria di Věc Makropulos (L’affare Makropulos) di Leoš Janáček al Teatro La Fenice di Venezia.

Credo siano poche le opere che fanno riflettere sul senso della vita (passatemi il termine un po’ sciocco) come il Věc Makropulos  (L’affare Makropulos) di Leoš Janáček.
Ebbene ieri pomeriggio alla Fenice di Venezia mi sono ritrovato, alla fine, a pensare a tante cose e, addirittura, mi sono ricordato di quando vedevo al cinema dell’oratorio qualche film che mi piaceva particolarmente. Erano tempi, appunto, in cui tutto si divideva con molta ingenuità in “bello” e “brutto”. E ieri come da ragazzino quando è calato il sipario, passato il primo momento di emozione, ho pensato “vorrei rivedere tutto dall’inizio”.3cywh1363175013
Non credo che una compagnia artistica possa ricevere una fulminea recensione migliore di questa.
In buona parte la magnifica sensazione mi è stata regalata da quel grandissimo regista che è Robert Carsen che in questo allestimento, ribadendo alcuni temi ricorrenti nelle sue produzioni (cito solo la riflessione sul teatro) si è espresso al suo meglio sin dall’inizio.
Emozionante durante il Preludio la passerella (Emilia Marty è una grande diva dell’opera!) in cui si ripercorrono i tantissimi successi della protagonista attraverso fregoliani cambi di costume: da regina Tudor a Traviata, per dirne solo due.1
E poi la convulsa scena della prima parte dell’atto, quando nello studio dell’avvocato i tesi dialoghi dei protagonisti sono sottolineati da una recitazione curata nei minimi particolari. Grandiosa, poi, la seconda parte in cui le scene di una Turandot fanno da sfondo alla vicenda. E poi il finale, strepitoso, in cui la Diva va verso il fondo del palcoscenico per l’estrema recita, dopo che ha riflettuto sul senso della (im)mortalità e metaforicamente offerto anche al pubblico la possibilità di provare l’ebbrezza dell’eterna giovinezza.
Concorrono alla riuscita dello spettacolo la stupenda scenografia di Radu Boruzescu, essenziale eppure ricca, opulenta, i bellissimi costumi di Miruna Boruzescu e l’incredibile impianto luci curato da Peter van Praet.3syex1363273688
Il direttore Gabriele Ferro non mi ha convinto particolarmente. Troppo spesso (Preludio, finale atto primo) ho sentito clangori fastidiosi che hanno tolto poesia alla narrazione e, allo stesso tempo, alcuni indugi malinconici mi sono parsi troppo marcati. Altre pagine sono sembrate, peraltro, ben riuscite: il dialogo duetto tra la protagonista e il vecchio amante, il folle Hauk-Šendorf, e anche il finale, in cui la tensione si è sciolta in una fluida emotività carica di interrogativi.
Per quanto riguarda i cantanti bisogna subito sottolineare la prova straordinaria di Angeles Blancas Gulín, che ha dimostrato di avere quel carisma indispensabile per la parte di Emilia Marty, senza il quale un personaggio dai tratti così peculiari, estremi, non esce. La Gulin riempie la scena e soprattutto lo fa senza mai strafare né dal punto di vista della recitazione né da quello puramente vocale. Certo, questa è una parte che tollererebbe anche qualche eccesso ma la classe del personaggio, la sua statura tragica ne uscirebbe scalfita.3iszt1363273722
Buona, nonostante qualche forzatura negli acuti, anche la prestazione di Ladislav Elgr nei panni di Gregor.
Martin Bárta riesce a rendere bene l’ambiguità di Jaroslav Prus, combattuto e alla fine perdente nel suo tentativo di reprimere una natura lussuriosa in favore di una risibile rispettabilità piccolo borghese.
Enric Martínez-Castignani tratteggia uno spigoloso e convincente Kolenatý ed efficaci sono sembrati anche  il Vitek di Leonardo Cortellazzi e lo Janek di Enrico Casari.
Merita un particolare elogio, a mio parere, il bravissimo Andreas Jäggi, trascinante sia dal lato vocale sia da quello attoriale nella parte di Hauk-Šendorf, personaggio dietro al quale si nasconde – abbastanza evidentemente –  lo stesso Leoš Janáček o, meglio, la filosofia di vita che esprime nell’opera.3tzsr1363273744
Molto brava anche Judita Nagyová nei panni della groupie della multiforme Elina e aspirante star Krista, dalla voce gradevole e penetrante.
Se la cavano molto bene anche Leona  Pešková nel doppio ruolo di cameriera e donna delle pulizie, e “il macchinista” William Corrò.
Bene anche il Coro e, tutto sommato, anche l’Orchestra della Fenice.
Successo travolgente per tutta la compagnia artistica, ma ovviamente alle singole Angeles Blancas Gulín ha riportato un trionfo meritatissimo.
Alla fine ho visto molti occhi lucidi e, francamente, capisco benissimo le persone che si sono fatte trascinare dall’emozione. Questo lavoro di Janáček è portatore sano di riflessioni e, forse, meditare sul fatto che è proprio la caducità della nostra vita a renderla così preziosa, può essere un buon pensiero per l’oggi e soprattutto per il domani.
Mi si chiederà dell’orrida Venezia. Beh, stava a guardare, con rispetto.
A seguire la locandina e una gallery di foto.

VENEZIA, TEATRO LA FENICE, 17 marzo 2013: Věc Makropulos di Leóš Janáček.

 

Emilia Marty Ángeles Blancas Gulín
Albert Gregor Ladislav Elgr
Il conte Hauk-Šendorf Andreas Jäggi
Kolenatý Enric Martínez-Castignani
Jaroslav Prus Martin Bárta
Janek Enrico Casari
Vítek Leonardo Cortellazzi
Krista Judita Nagyová
 

Maestro concertatore e Direttore Gabriele Ferro

Regia Robert Carsen
Scene Radu Boruzescu
Costumi Miruna Boruzescu
Luci Peter van Praet
 

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice

Maestro del Coro Claudio Marino Moretti

Un saluto a tutti, alla prossima.

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11 risposte a “Recensione seria di Věc Makropulos (L’affare Makropulos) di Leoš Janáček al Teatro La Fenice di Venezia.

  1. daland 19 marzo 2013 alle 10:35 pm

    Vedo che il grande successo dello spettacolo ti ha persino reso comprensivo con l’orrida…
    Ps: le riflessioni sulla caducità della vita prova a farle a Berlusconi, chissà che non accada un miracolo (smile!)
    Ciao!

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  2. Amfortas 20 marzo 2013 alle 9:06 am

    daland, ti prego di non nominare Berlusconi su queste pagine 🙂
    Allestimento davvero bello, di buon gusto, sono due giorni che ci ripenso, mi ha davvero colpito molto.
    Per quanto riguarda Venezia, avrei qualcosa da scrivere ma non è adatto a questo blog così morigerato 🙂
    Ciao e grazie.

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  3. La curiosa Margot 22 marzo 2013 alle 9:32 am

    Beh, visto che te l’aspetti, te lo chiedo: vorrei anche una recensione sui piccioni mangia-giapponesi dell’orrida. Grazie. 🙂

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  4. alucard4686 22 marzo 2013 alle 8:17 pm

    Se non fossi in bancarotta, ci andrei volentierissimo 😦

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  5. Winckelmann 31 marzo 2013 alle 2:43 pm

    E’ piaciuto anche a una signora mia conoscente, molto preoccupata di dover andare a sentire “una di queste opere contemporanee”. E comunque ho ormai deciso definitivamente che Robert Carsen è un genio.

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  6. Amfortas 31 marzo 2013 alle 7:31 pm

    Winckelmann, in effetti è come se io fossi sgomento di fronte a…Windows 95. Però l’importante è che le sia piaciuto, no?
    Quanto a Carsen credo anch’io sia un genio, anche se è lecito – eppure in molti non lo capiscono – discuterne gli allestimenti.
    Ciao 🙂

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  7. Pingback:Il dittico Janàček – Poulenc al Teatro Malibran di Venezia: ovvero la strana coppia. | Di tanti pulpiti.

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