Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione seria di The rape of Lucretia di Benjamin Britten al Teatro Verdi di Trieste.

Cominciamo a chiarire, almeno qui, che The rape of Lucretia significa esattamente “Lo stupro di Lucrezia” e non ratto o altri vocaboli che sono serviti, in passato, solo a edulcorare in qualche modo la crudezza del lavoro di Benjamin Britten. Come sempre si tende a salvare le apparenze soprattutto dove non se ne sente il bisogno. In questo tutto il mondo è paese ma in Italia, con il Vaticano che è una specie di convitato di pietra sempre presente, per codesti annacquamenti siamo sempre stati all’avanguardia. Si potrebbero fare decine di esempi, in tutti i campi. Non vorrei divagare però, perché due righe sulla genesi di quest’opera sono indispensabili poiché non è certo popolare, soprattutto qui in Italia e a maggior ragione perché di Britten si celebra, un po’ clandestinamente per la concomitanza con i festeggiamenti verdiani e wagneriani, il centenario della nascita.
The rape of Lucretia, Trieste 23.03.2013
Dopo l’enorme successo di Peter Grimes, Britten sorprese tutti proponendo un lavoro che era per molti versi all’opposto del precedente, in particolare per quanto riguarda l’organico orchestrale – limitato – e per la distribuzione dei ruoli tra i cantanti.
Sono molte le ipotesi su questo repentino cambiamento: la più accreditata sostiene che Britten fece di necessità virtù a fronte delle limitate risorse dell’immediato dopoguerra (l’opera esordisce il 12 luglio 1946) e incanalò la sua ispirazione tenendo ben presente la contingenza economica.
The Rape of Lucretia è un’opera da camera quindi, e lo si vede appunto dall’organico che prevede solo dodici strumentisti. Il Coro Maschile e il Coro Femminile sono curiosamente affidati alla voce di un singolo artista – rispettivamente tenore e soprano – e hanno il compito, come nella tragedia greca, di commentare e introdurre la vicenda.Opera Silovanje Lukrecije u HNK Split
Nell’opera, il cui libretto è tratto da una tragedia di André Obey (con reminiscenze di Tito Livio e Ovidio) intitolata Le viol de Lucrèce che a sua volta guardava a Shakespeare, si ritrovano alcuni temi ricorrenti nelle opere di Britten: nello specifico l’innocenza tradita e la prevaricazione del Potere sul singolo. Si tratta perciò di un argomento che è e sarà sempre di stretta attualità e che si presta a letture registiche anche singolari.
L’innocenza, in senso lato, è qui quella di Lucretia, il potere quello di Tarquinius.
Lucretia si uccide perché non riesce a reggere alla vergogna di non essere stata capace di resistere alla violenza (senso di colpa) e soprattutto perché è sopraffatta dalla perdita d’identità (la riduzione a mero oggetto di piacere) che comporta lo stupro.
In merito al Potere, basta leggere il testo ed estrapolarne solo un frammento quasi a caso: È un assioma tra i re, usare una minaccia straniera per nascondere un male interno. Ci ritroviamo dalla Storia alla cronaca in un attimo.
Rimando, per la trama, a questa sintetica ma esaustiva pagina sul sito del Teatro Regio di Parma.
Lo spettacolo visto al Teatro Verdi è una coproduzione della fondazione triestina con il Hrvatsko Narodno Kazalište di Spalato e la Fundación Cultural Artemus di Madrid. La regia è affidata a Nenad Glavan.
Dal mio punto di vista, nella migliore delle ipotesi, l’allestimento è irrisolto perché se presenta qualche bella intuizione – l’impianto fisso a forma di anfiteatro stilizzato, la drammatica scena dello stupro, la collocazione su una sorta di passerella del coro– il regista cade anche in alcune ingenuità, prima tra tutte l’utilizzo delle proiezioni (ormai di gran moda) e di una bizzosa webcam che ritrae in primo piano, a turno, alcune vicende dei protagonisti.
Del tutto inutili sono sembrate le coreografie (Almira Osmanović), anche perché dalla platea non si vedevano in quanto nascoste dalle scenografie. E totalmente inappropriata è parsa la gestione della scena del suicidio di Lucretia alla quale non è stato dato alcun risalto drammaturgico.Opera Silovanje Lukrecije u HNK Split
Mi ha lasciato perplesso anche la filosofia, più che la realizzazione, dei costumi firmati da Teresa Acone: tutto sommato adatti e anche gradevoli nella prima parte e poi davvero inguardabili dal secondo Interludio in poi, credo per l’ansia di dimostrare la valenza atemporale della vicenda. Il fatto è che di divise paramilitari e ambientazioni piccolo borghesi non se ne può più. Erano avanguardia teatrale cinquant’anni fa, oggi sono quasi sempre indigeste.
Dal punto di vista strettamente musicale le cose sono andate meglio soprattutto per quanto riguarda l’Orchestra (eccellenti tutti i solisti) e il direttore Ryuichiro Sonoda, che ha gestito con attenzione il continuo dipanarsi dei motivi orchestrali senza enfatizzare eccessivamente i momenti più drammatici e mantenendone anzi l’ambiguità di fondo che rispecchia i sentimenti contrastanti dei personaggi. Purtroppo, nonostante tutte le cure di cui sopra, in alcuni momenti le voci sono state sovrastate dall’orchestra.
La compagnia di canto, infatti, è sembrata modesta e in generale sbiadita dal punto di vista della personalità artistica.
Sara Galli (Lucretia), alla quale va reso atto di un grande impegno attoriale che ne ha evidenziato la preparazione artistica multidisciplinare, non è stata convincente in una parte (scritta per contralto!) che è troppo bassa per le sue caratteristiche vocali. Spesso la voce del soprano non arrivava alle prime file di platea, soprattutto nelle scene d’ensemble ma anche nei duetti.
La sua Lucretia si risolve più che altro per la figura fragile e aggraziata, che ben testimonia la purezza di un personaggio delicato, quasi etereo.Opera Silovanje Lukrecije u HNK Split
Piuttosto monolitica nel fraseggio – e non scevra da qualche forzatura – è parsa la prova del tenore Alexander Kröner nella parte del Coro maschile. Se l’è cavata meglio, ma senza destare entusiasmi particolari, il soprano Katarzyna Medlarska nella corrispondente parte femminile, così come sono state convincenti le due ancelle di Lucretia: più per l’impegno interpretativo il mezzosoprano Dijana Hilje (Lucia), mentre il soprano Nuria Garcia Arrés (Bianca) ha palesato anche una voce educata e di timbro gradevole.
Discreto il rendimento del basso Marijo Krnić quale Collatino, anche se dal lato scenico mi è sembrato piuttosto impacciato e dignitose le prestazioni di Carlo Agostini (Tarquinio) e Gianpiero Ruggeri (Giunio).
Com’era facile pronosticare il Teatro Verdi presentava numerosi vuoti in ogni ordine di posti e, oltretutto e con mio sommo fastidio, si è verificata la consueta umiliante fuga alla fine del primo atto. Ribadisco: che ci viene a fare a teatro certa gente non lo capirò mai, anche se dà una certa soddisfazione sapere con certezza che i signori continueranno a vivere nella loro dorata ignoranza.
La presenza di molti giovani mi ha confortato in qualche modo. Ragazzi curiosi, che mi hanno anche chiesto chiarimenti sull’opera che ho dato volentieri.
Alla fine il pubblico ha manifestato quello che si definisce “successo di stima” a tutta la compagnia artistica.
Un saluto a tutti, alla prossima.

Annunci

18 risposte a “Recensione seria di The rape of Lucretia di Benjamin Britten al Teatro Verdi di Trieste.

  1. Amfortas 25 marzo 2013 alle 10:01 am

    Credo che lasciarsi un commento da solo sia il massimo dell’idiozia, però dopo che ho sentito ancora parlare nei Tg di “Ratto di Lucrezia”, mi dovevo sfogare. Augh.

    Mi piace

    • Iris 25 marzo 2013 alle 10:55 am

      Dai, non fare cosi’……mio marito, che e’ un capo reparto ortofrutta, passando davanti al pc mentre leggevo il tuo post, ha detto: “LA RAPA DI LUCREZIAAAA????? CHE E’ STA ROBA???”
      Perdonalo, ormai vede frutta e verdura ovunque.
      Ed io non vorrei fare la saputella con lui, visto che non ho la minima idea di cosa sia quest’opera.
      Baci
      Iris

      Mi piace

      • Amfortas 25 marzo 2013 alle 5:03 pm

        Iris, ciao :-), le deformazioni professionali sono un classico, quindi non preoccuparti per il tuo valoroso marito (non so perché, ma me lo vedo valoroso…). E mai fare i saputelli con nessuno, prima o poi ti si ritorce contro!
        Ciao e grazie!

        Mi piace

  2. La purista Margot 25 marzo 2013 alle 11:39 am

    Il ratto di Lucrezia, il ratto di Proserpina… maledetti traduttori!!! 🙂

    Mi piace

  3. daland 25 marzo 2013 alle 4:56 pm

    Vedrò prossimamente a Reggio Emilia l’allestimento di D.Abbado, con l’orchestra del Maggio.
    E’ proprio un Britten “cameristico” (ehm… dato il soggetto, smile!): l’organico è quasi identico a quello del successivo Giro di vite.
    Se certo pubblico non ascolta motivi da poter fischiettare la mattina dopo sotto la doccia… non gradisce.
    Ciao!

    Mi piace

  4. Heldentenor 25 marzo 2013 alle 9:16 pm

    Non occorreva essere un indovino per capire che dopo Barbiere e Macbeth, con teatro riempito in ogni ordine di posti, la Rapa di Lucrezia non avrebbe avuto quel successo di pubblico che merita, pur nella generale modestia della compagnia di canto,
    non memorabile, Il ragionamento che ho fatto era se vale di più un teatro pieno o un’opera del 900 per i punti Fus , Boh! I teatri bisogna riempirli e con l’amore per la cultura che c’è in questo paese disgraziato , è difficile avere un pubblico preparato che corra a sentire Britten, Non ho risposte da dare o soluzioni da prospettare. Le file vuote fanno tristezza comunque.

    Mi piace

    • Amfortas 26 marzo 2013 alle 9:24 am

      Heldentenor, ciao, guarda che neanche per il Macbeth il teatro era sempre pieno sai? Certo, meglio che per il Rape, ma non esaurito.
      Quanto al pubblico, non vorrei sembrare brusco, ma va educato in qualche modo, solo che è un compito in cui i teatri dovrebbero arrivare per ultimi, perché i semi si dovrebbero piantare altrove. Sappiamo che non è facile, ma bisogna provarci altrimenti tra pochi anni anche Aida o Bohème saranno pressoché sconosciute. Ciao!

      Mi piace

  5. CASSANDRO 26 marzo 2013 alle 12:18 pm

    CASSANDRO

    Scusami, Amfortas, se more solito intervengo su notazioni generali in campo musicale rispetto al contenuto principale del tuo post (dal quale imparo sempre qualcosa!): chiamiamo i miei . . . “commenti semiseri”.

    E così tu vorresti sapere “che ci viene a fare a teatro certa gente non lo capirò mai, anche se dà una certa soddisfazione sapere con certezza che i signori continueranno a vivere nella loro dorata ignoranza”?

    Secondo me, saperlo è più difficile che venire a conoscenza del quarto segreto di Fatima!

    Limitiamoci pertanto a dire che c’è chi a teatro ci va per piacere, chi per cultura, chi per moda, chi per rappresentanza propria o altrui, chi per accontentare un amico/a, chi ecc. ecc.

    Un solo esempio. Di recente al Parco della Musica proprio sulle poltrone davanti a me stavaseduta una coppia (lui per l’aria assorta ed ispirata, per il modo di muoversi e di commentare discretamente qualche battuta all’orecchio di lei, doveva essere un intenditore, mentre la compagna . . .) per cui per cui ho pensato di fissare il tutto in questi pochi versi.

    CONCERTO CON BIONDA
    Ma come hai potuto? . . .Proprio tu
    che da una vita sei stato a suonare
    con gli altri orchestrali, ora che fu
    quel tempo stai in platea ad ascoltare

    questo concerto con una bionda al fianco
    . . . quarant’anni? . . . con biondi capelli
    fluenti sulle spalle? . . . E a lei tu, bianco,
    la mano sua piena di anelli

    lieve lisciare (e qui stona il rosso
    delle sue unghie col pallore giallo
    di quelle tue incurvate)? Intanto, scosso
    da te è il braccio destro . . . quasi un ballo

    gli fai far secondo le battute
    di questa “Pastorale”. Lei pure
    col braccio sta a disegnar volute
    per lisciarsi i capelli e ad avventure

    amorose pensare . . . assai diverse
    da queste con un uomo che lo scialle
    porta la sera . . . ed alle ore perse
    seduta qui a rompersi le palle

    . . . con uno in più che il battere e levare
    spiega a lei che sta a rimuginare
    ad altro “batte e leva” . . . Non le pare

    vero che ogni tanto può sbirciare
    nascostamente al suo cellulare,
    entrare in facebook e guardare

    se qualche nuovo amico sta a cliccare.

    Non manca niente a lei: . . . piecing . . . tattoo . . .
    bracciali di Swarovski . . . e ciglia . . . oh . . .
    finte, da bambola . . . E pure so

    cosa a lui manca! . . . Tuttavia, no . . .
    da gentiluomo non ve lo dirò,
    il mio pensiero non dichiarerò

    pur se ho imparato assai da ciò.

    Adeguata, cioè, sia la compagna
    al concerto, al mare, in montagna,
    non mangi lui pastina e lei lasagna,
    o cannelloni in gaio magna magna!

    Se no, o prima o poi, scappa magagna!

    (Cassandro)

    Mi piace

    • Amfortas 26 marzo 2013 alle 4:36 pm

      Cassandro, non ho altro da aggiungere se non che da qualche tempo c’è un nuovo tipo di disturbatore, a teatro, e cioè quello che spegne sì il cellulare ma lo lascia silenzioso e acceso. In questo modo, soprattutto dalle gallerie, si può notare – con una certa soddisfazione – quanti deficienti durante l’opera mandano sms o navigano sul web, traditi dall’azzurro degli schermi degli iphone ecc ecc.
      A quel punto, meglio lo sbirluccichio di Swarovski e piercing, no? Ciao! 🙂

      Mi piace

  6. alucard4686 27 marzo 2013 alle 1:52 pm

    Io ho visto la recita di ieri. Platea direi piena, palchi quasi deserti. Loggione a ben più di metà. E qui vorrei precisare una cosa. Io il biglietto l’ho preso prima della recita e ho potuto ben vedere che risultava praticamente esaurito, e mi chiedo perché fare l’abbonamento e poi stare a casa. Bah !
    Concordo su quello che hai detto sugli interpreti e mi complimento per la tua abilità di dire con classe anche le cose negative 🙂
    Dopo un primo atto un po’ soporifero (la mia vicina russava alla grande), devo dire che l’opera è diventata più interessante e coinvolgente e nel suo complesso mi è piaciuta.
    Domanda: le proiezionicosa mostravano? Dal loggione si vedeva molto poco, e ho capito cosa facessero le telecamere solo perché l’avevo letto sul blog.Ultima cosa, io non conoscevo l’opera e ho voluto astenermi da ascolti. Secondo te un ascolto preventivo e utile o dannoso? Ciao !

    Mi piace

    • Amfortas 27 marzo 2013 alle 5:40 pm

      alu, grazie della testimonianza! Sullo schermo passavano le immagini della webcam che facevano vedere l’azione dal punto di vista dei personaggi e altro (ricordo il cavallo della Vidal, già visto alla Fenice per il Trovatore e che tu ricorderai sicuramente).
      Spero tu sia riuscito almeno a derubare la vicina addormentata, così impara 🙂
      Quanto alla classe, noblesse oblige.
      Ciao!

      Mi piace

  7. Pingback:Recensione semiseria di La clemenza di Tito di W.A.Mozart al Teatro Verdi di Trieste. | Di tanti pulpiti.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: