Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Il bicentenario wagneriano in disco: Rienzi, der Letzte der Tribunen.

La terza opera di Wagner, Rienzi, oltre al valore puramente artistico ebbe anche un gran merito pratico e cioè quello di dare una certa soddisfazione economica al compositore il quale, abituato a uno stile di vita ancora più esagerato della lunghezza delle sue opere (e non è facile! Smile), era spesso in ambasce economiche.
Il successo di Rienzi, che debuttò trionfalmente a Dresda il 20 ottobre 1842, fu infatti indiscutibile e favorito dalla presenza della star del tempo Wilhelmine Schröder-Devrient (nei panni en travesti di Adriano), che già abbiamo incontrato incidentalmente nel precedente post dedicato al Liebesverbot. Inoltre, nel title role, cantava Josef Alois Tichatschek che può essere considerato il prototipo del tenore wagneriano.

Josef Aloys Tichatschek

Josef Aloys Tichatschek

Non solo, il fatto che la parte di Rienzi sia stata scritta sartorialmente su misura da Wagner per sfruttare le caratteristiche del tenore, ci dice molto sull’ispirazione del compositore in merito alla sua terza fatica. Tichatschek infatti fu un grande interprete del grand opéra: Robert le Diable e Les Huguenots di Meyerbeer erano tra i suoi cavalli di battaglia.
Ed è proprio al grand opéra che Wagner guarda nel comporre il Rienzi. Il nostro Richard era attratto dal genere perché aveva tutte le caratteristiche che gli sembravano indispensabili per un lavoro teatrale: soggetti monumentali, trattati sempre (o quasi) in cinque atti, personaggi eroici, sommovimenti popolari sullo sfondo, balletti. Insomma non ci possiamo certo meravigliare che Wagner – l’ho scritto mille volte: la sintesi non è mai stata tra le sue qualità (strasmile) – inserisca nella versione originale una pantomima che dura tre quarti d’ora!
Le serotine prese di distanza del compositore da questo genere musicale sono solo l’ennesimo tributo da pagare all’uomo Wagner, non certo al genio che possedeva questo piccolo uomo che grazie a Rienzi pose le basi dell’incarico alla nomina di Kapellmeister a Dresda.
Come tutti gli intellettuali, Wagner era curioso e leggeva molto. In particolare nel 1837 apprezzò un romanzo dello scrittore inglese Edward Bulwer-Lytton: Rienzi, l’ultimo dei tribuni.
Chi ha letto il romanzo (badate ben non io, strasmile) sostiene che si tratti un polpettone terribile e che la scelta di “tagliare” alcuni personaggi nel libretto sia stata eccellente. Nonostante questo, la trama è, ancora una volta, piuttosto farraginosa.
La potete leggere qui.
Che cosa ha di effettivamente “wagneriano” il Rienzi? Beh, non tantissimo, ma per esempio l’Ouverture è paradigmatica della concezione musicale del compositore, come lo è l’aria Allmächt’ger Vater del V atto.
Oppure l’ambiguo rapporto tra i fratelli Irene e Rienzi, che non voglio affermare che anticipi l’incestuoso rapporto Siegmund/Sieglinde nella Valchiria, ma che in ogni caso è piuttosto singolare, poiché il fratello definisce la consanguinea quale promessa sposa.
Molto wagneriana anche la circostanza che gli ultimi tre atti furono scritti a distanza di quasi un anno dai primi due: una spigolatura che ritroveremo in futuro con una certa frequenza.
E poi ricorre quel manicheismo tipico di Wagner, per il quale le mezze misure non esistono in una situazione nella quale i personaggi sono “buoni” o “cattivi”. Luci e tenebre, notte e giorno: con un po’ (tanta, smile) di faccia tosta potremmo arrivare addirittura al Tristan und Isolde.
Rienzi, avendo goduto negli anni di una maggiore popolarità di Die Feen e Liebesverbot, può contare su di una discografia un po’ più corposa, con l’avvertenza che alcune edizioni, pur apprezzabili, sono state ampiamente sforbiciate. Modifiche che peraltro lo stesso Wagner auspicò più volte, va detto.
Perciò consiglierei tra le edizioni disponibili quella EMI registrata in studio, diretta da Heinrich Hollreiser, che si trova con facilità sul Web.61UwP0ojTRL._SL500_AA300_
La scelta è dettata soprattutto dalla prova di René Kollo, tenore wagneriano sottostimato come pochi altri, il quale (siamo nel 1976) canta davvero bene ed è convincente sia nel teso declamato degli scorci più tribunizi della parte sia nelle ampie aperture melodiche della famosa preghiera e dei duetti, specialmente quello con la sorella Irene. La direzione di Hollreiser non fa gridare al miracolo, ma è abbastanza “ripulita” di un certo wagnerismo deteriore che inficia altre edizioni live.
Tra le registrazioni dal vivo, invece, segnalo la solita Orfeo (1983), per la direzione (splendida) di Sawallisch e la presenza di un’immacolata Cheryl Studer nella parte di Irene. Kollo in questa edizione offre una prestazione che seppur dignitosa è molto, molto inferiore a quella di sette anni prima.
Come ascolto propedeutico, invece, vi segnalo Franz Völker, uno dei miei tenori “antichi” preferiti, nella famosa preghiera. Di Völker si apprezzerà almeno il legato e l’omogeneità della voce che gli consente di scendere alle note più basse senza sforzo.

Per finire segnalo che Rienzi è stato allestito quest’anno al Teatro dell’opera di Roma, con risultati tutto sommato dignitosi.

Un saluto a tutti, alla prossima!

Advertisements

3 risposte a “Il bicentenario wagneriano in disco: Rienzi, der Letzte der Tribunen.

  1. gsotto 14 settembre 2013 alle 3:42 pm

    Mi permetto di segnalarti l’edizione di Downes ipercompleta (presenta tutto il balletto – piú del doppio di quanto presentato da Hollreiser!!!! – nonché la famosa aria che secondo Tichatschek doveva fruttare a Wagner una moneta d’oro ad ogni esecuzione e che effettivamente é molto bella). La si trova in giro ed é molto interessante. Bada bene peró che dura piú del Götterdämmerung e calca molto la mano sui momenti pompier.
    Per il resto ottima la tua analisi a cui aggiungo solo un mio pallino: ascolta nel finale il ritorno dei temi della gloria di Rienzi diminuiti, secondo un procedimento che ritroveremo in Lohengrin (fühl’ich so süss subito dopo il momento in cui Lohemgrin lamenta la fine della felicitá sua e di Elsa). Questo é IMHO il primo momento in cui Wagner elabora sinfonicamente un leitmotiv, non si limita a usarlo come avrebbe fatto Weber – come semplice cartello stradale. Del resto non dimentichiamo che gli ultimi atti (grazie di aver ricordato che l’opera é stata scritta in due fasi!) sono coevi all’Olandese volante.

    Mi piace

  2. Amfortas 14 settembre 2013 alle 4:28 pm

    Giovanni, sì conosco l’edizione di Downes ed effettivamente ha i pregi che tu ben sottolinei. Il motivo per cui l’ho esclusa è proprio quel gusto eccessivamente magniloquente del direttore che davvero esagera un po’.
    Ti ringrazio anche per il “tuo pallino” che in realtà è un’osservazione assai interessante e giusta. Tra l’altro, mi pare che tu sia in buona compagnia (ma dovrei controllare, la memoria mi fa spesso cilecca) con Rubens Tedeschi, nell’evidenziare la circostanza.
    Ciao e grazie!

    Mi piace

  3. Pingback:Il bicentenario wagneriano in disco: Der fliegende Holländer (L’Olandese volante). | Di tanti pulpiti.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: