Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Joseph Schmidt, “The pocket tenor”. Una storia che ci deve far riflettere.

Questo articolo è stato pensato e scritto per OperaClick, quindi (forse) lo troverete meno scanzonato del solito. L’argomento però è di quelli che non passano mai d’attualità e credo possa essere interessante anche per l’occasionale Wanderer che non sa neanche cosa sia la musica lirica. Per questo motivo pubblico il testo anche qui su Di Tanti Pulpiti.
Un saluto a tutti!

Sullo sfondo dei tragici avvenimenti che portarono alla ascesa al potere di Hitler in Germania, scorrono perlopiù sconosciute le terribili vicende di centinaia di migliaia di persone.
Quest’appassionante libro – scritto a mio parere, lo dico subito – con uno stile qualche volta un po’ pesante per le ripetute e non fondamentali considerazioni dell’Autore, si occupa di una di quelle vicende e cioè della struggente parabola di vita del tenore Joseph Schmidt, vittima delle leggi razziali e universalmente noto come “The pocket Caruso” in ossequio agli squallidi criteri che già a quei tempi regolavano lo show business americano. Ovviamente il riferimento è alla taglia dell’artista, la cui statura fisica era inversamente proporzionale a quella artistica.schmidt 4
Un tenore in fuga, recita ancora il sottotitolo, e non è solo una metafora perché Schmidt fu costretto dalle circostanze a vagabondare per buona parte dell’Europa nella vana speranza di sfuggire a un destino ingiusto, che si compì in un campo d’internamento in Svizzera il 16 novembre 1942.
Nato il 4 marzo 1904 a Davideny, in quella martoriata Bucovina che è oggi territorio diviso tra Romania e Ucraina e che allora era parte dell’impero Austro-Ungarico subendo numerose invasioni e relativi avvicendamenti toponomastici, si trasferì con la famiglia a Černivci (Ucraina) quando era ancora ragazzino. L’apparente confusione geografica non turbò troppo Schmidt che mantenne sino alla fine il passaporto rumeno e si proclamò semplicemente ebreo, in quella lingua tedesca che era quotidianità all’ombra dell’Austria felix: Ich bin Jude”. E fu proprio l’appartenenza religiosa ebreo ortodossa a stimolare il giovane Joseph (Yossele, in lingua Yiddish) a coltivare la passione per il canto. Ѐ nota infatti la grande tradizione di cantori nelle sinagoghe: si pensi a Richard Tucker, Jan Peerce e Hermann Jadlowker.
Schmidt cominciò la sua “carriera” presso la corale Hasamir, nel sorprendente registro di contralto invece che in quello consueto di soprano, quasi a presagire un timbro che affascinò anche per quelle screziature sombre che lo rendevano peculiare.
Ma già da ragazzino, pur nel “suo” ambiente, si scontrò con gli ostacoli insormontabili di una statura insufficiente e di una salute cagionevole: gli fu negata per questo motivo la promozione a “primo cantore” del tempio. Figuriamoci perciò quanto fosse improbabile per lui il ruolo istituzionale di “primo tenore” in teatro, che invece – basta ascoltare – gli sarebbe spettato di diritto. Ebbene questo artista fenomenale poté esibirsi in teatro una sola volta, nel 1939, nei panni di Rodolfo della Bohème presso il Théâtre Royal de la Monnaie a Bruxelles!
SchmidtJosephCantorFu così che Schmidt s’indirizzò a cantare per la radio – la famosa Radio Sender Berlin, presso la quale debuttò nel 1929 nei panni di Vasco de Gama nell’Africaine di Meyerbeer – e in seguito, dotato com’era di non comuni doti attoriali, esordì nel cinema con risultati che gli valsero una notorietà incredibile.
Come dicevo all’inizio, parallelamente alla sua carriera e fama saliva, inesorabile e ancora più travolgente, il consenso al partito nazista tanto che già nel 1933 gli fu negato registrare dischi (che aveva inciso numerosi) ed esibirsi in pubblico. Nell’aprile del 1936, addirittura, in Germania fu proibita la vendita delle sue incisioni. E pensare che nientemeno che Goebbels, presente alla prima berlinese del film Ein Lied geht um die Welt , ritenne che meritasse il “titolo” di ariano ad honorem!
Per Schmidt cominciò allora una vera e propria descensus Averni (citazione che fu proditoriamente usata a sproposito per Pavarotti, mi si permetta di ricordarlo) a causa della prepotenza della malata ideologia divenuta dominante.
Ѐ difficile ripercorrere in questa sede tutte le incredibili vicissitudini e umiliazioni alle quali Schmidt andò incontro, e anche solo fare una lista leporelliana dei suoi film e delle sue incisioni: proprio per onorarne la memoria e ristabilire una qualche verità è stato scritto il libro. Stiamo parlando di un musicista che a un’audizione interpretò splendidamente l’aria “Fuor del mar” dall’Idomeneo di Mozart, leggendola per la prima volta sullo spartito. Solo nel 1930 Schmidt affrontò dieci parti tenorili e non certo facili, anzi, spaziando da Verdi (Rigoletto, Un ballo in maschera, Trovatore, Vespri siciliani), Meyerbeer (Dinorah), Donizetti (Don Sébastien) a Berlioz (Benvenuto Cellini) e altro ancora.
Nel volume trovano posto anche interessanti considerazioni sul modo piuttosto singolare col quale lo zio Leo Engen – improvvisatosi quale manager piuttosto sui generis – gestì la carriera di Joseph. Numerosi e ben documentati anche gli aneddoti riguardo alla considerazione che ebbero di Schmidt alcune note star della lirica del tempo: da Richard Tauber a Jan Kiepura.

Richard Tauber e Joseph Schmidt

Richard Tauber e Joseph Schmidt

Tristemente esilarante il comportamento della superdiva Maria Jeritza, già nota per le intemperanze caratteriali in una Fedora al fianco di Beniamino Gigli, che in occasione di un recital alla Carnegie Hall pretese (e ottenne!) che Schmidt le si affiancasse sul palco trasportato su un cubo munito di ruote, sgomentando la recentemente scomparsa Regina Resnik, presente giovanissima al concerto.
Ma, di là dalla cronaca, questo libro può (e deve) essere assai istruttivo perché insegna come da minuzie come questa recensione di un critico tedesco:

“Pur sognando una grande carriera nell’Opera italiana, Schmidt non dispone affatto di sufficiente vigore per poter rendere adeguatamente quei ruoli che gli sono negati dalla sua stessa debole anima yiddish

sia necessario intuire i primi segni d’intolleranza razzista e si debbano riconoscere e denunciare subito, pena conseguenze imprevedibili e drammatiche.

Il volume, che consiglio a tutti, è arricchito da un’ampia discografia – che solo in minima parte ci è stata fortunosamente tramandata – e da una pratica cronologia essenziale.
Un’ultima notazione: spiace che del libro non esista una versione eBook, che oggi mi sembra un’alternativa alla quale tutte le case editrici dovrebbero pensare.
Copertina schmidt

Vincenzo Ramón Bisogni

JOSEPH SCHMIDT. The pocket Caruso. Un tenore in fuga

pp. VI+216 – f.to cm. 17×24

ISBN 978-88-6540-009-8

€ 20,00

 

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2 risposte a “Joseph Schmidt, “The pocket tenor”. Una storia che ci deve far riflettere.

  1. daland 19 settembre 2013 alle 12:30 pm

    Guarda com’è cinica la nostra civiltà: nel 1998 qualcuno ha appioppato il nome di JosephSchmidt ad un asteroide scoperto 7 anni prima.
    Un omaggio a quel piccolo-grande artista?
    Uhm…l’asteroide è catalogato fra quelli “potenzialmente pericolosi”!

    Ciao e grazie per questo bel contributo.

    Mi piace

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