Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione abbastanza seria di L’Africaine di Giacomo Meyerbeer alla Fenice di Venezia: aperti per Meyerbeer e chiusi per Putin.

chiusoputinUn’orrida Venezia più sobria del solito mi si è presentata ieri in occasione della trasferta in laguna.
Pochi – si fa per dire, ovviamente – turisti, forse anche perché noi triestini abbiamo pensato di accoglierne qualche migliaio proprio nei giorni in cui c’era Putin in città, dimostrando un timing davvero brillante. Vi lascio immaginare l’impatto sul traffico e la felicità dei nostri negozianti, i quali proprio quando c’era qualche forestiero in giro sono stati costretti a tenere “chiusi per Putin” i loro esercizi commerciali. Qualcuno ha cercato furtivamente di tenere aperto, ma è stato abbattuto a fucilate dai gorilla del premier russo, che erano davvero parecchi, seppure meno numerosi delle stupidaggini che spara ad altezza d’uomo il presidente della provincia di Udine sul Teatro Verdi di Trieste (strasmile).navi da crociera 17.6.2012
Ma vengo, come sempre, alle cose meno serie e cioè all’inaugurazione della stagione lirica 2014 del Teatro La Fenice, che per l’occasione proponeva un titolo mitico: L’Africaine di Giacomo Meyerbeer.
L’aggettivo ridondante è giustificato per vari motivi. Il primo è che questo lavoro del compositore tedesco, francese d’adozione, appartiene a quel genere musicale conosciuto come Grand-Opéra, definizione che già d’intuito non ha bisogno di particolari spiegazioni.

La tempesta

La tempesta

Grandi scenari, straordinarie vicende in altrettanto inconsueti luoghi, scene corali, arie importanti, duetti impegnativi, balletti e tutto ciò che fa melodramma nell’immaginario collettivo, ammesso che si possa parlare ancora di un immaginario collettivo per l’opera lirica. Inoltre, nello specifico, L’Africaine non può contare su di un’edizione critica, negli ultimi decenni è stata rappresentata assai raramente e Meyerbeer – che lavorò all’opera per oltre vent’anni – se ne andò all’altro mondo prima di scrivere la parola fine alla partitura, lasciando una quantità enorme e abbastanza confusa di materiale.

L'inizio dell'opera: Jessica Pratt, a sinistra, e Anna Bordignon

L’inizio dell’opera: Jessica Pratt, a sinistra, e Anna Bordignon

Ѐ evidente che programmare un titolo di questo tipo costringe a fare scelte drastiche già sulla versione da scegliere per l’allestimento. Non è – come qualcuno ha detto – una questione di durata bensì di attendibilità drammaturgica in un contesto, quello del Grand-Opéra appunto, che non fa certo della credibilità la circostanza più importante.
Insomma, bisogna trovare una misura, un artificio, che faccia sì che Meyerbeer ci parli, ci comunichi qualcosa oggi, a due secoli di distanza.
Questo allestimento è riuscito nel suo intento di dialogo col presente? La risposta è Ni.
Molte scelte sono risultate discutibili, soprattutto per quanto riguarda i pesanti tagli alle pagine musicali che paradossalmente, squilibrando l’assetto dell’opera, ottengono il risultato opposto di allungare emozionalmente la serata. In questo senso grida vendetta, in particolare, la soppressione del duettone finale tra Sélika e Inés ma anche opinabile è sembrata la decisione di inserire videoproiezioni (di gran moda all’opera, da qualche tempo) ingenuamente didascaliche, stucchevoli, completamente avulse dall’atmosfera dello spettacolo e piuttosto bruttine. Credo che per stigmatizzare il colonialismo e per evidenziare la necessità insita nell’uomo di esplorare si sarebbe potuto fare di meglio.

La scena del carcere

La scena del carcere

Un paio di cambi scena sono stati troppo lunghi, anche se a dire il vero la morte di Sélika è sembrata uno dei momenti più riusciti, grazie all’asciutta stilizzazione della scenografia.
D’altro canto mi pare di poter affermare che mantenendo l’ambientazione originale, senza inutili trasposizioni temporali e, certo, con costumi forse in alcuni casi un po’ ridicoli (quegli indiani sulla nave…) ma coerenti all’idea di un mondo esotico, con l’espediente della discesa di petali di rosa nel momento della grande aria (di sorpresa e meraviglia) del tenore, si sia riusciti a ottenere almeno in parte l’obiettivo di ricreare quella stuporosa curiosità, quella grandiosità esibita e ostentata che pretende il genere del Grand-Opéra.
Aggiungerei ai meriti del regista Leo Muscato la decisione di far recitare e muovere i cantanti senza forzare la loro natura, per cui a un cantante duttile ma di vecchia scuola come Kunde non sono stati chiesti effetti speciali mentre più incisive sono state le indicazioni al resto del cast, più giovane di età e di formazione artistica. Discreta anche la cura nelle controscene, in particolare nel terzo atto che si svolge su di una nave.
Belle le scene realizzate da Massimo Checchetto, discreti nel complesso i costumi di Carlos Tieppo, buone le luci di Alessandro Verazzi che danno una certa profondità all’allestimento e ne sottolineano con proprietà i momenti topici con affascinanti cromatismi.simeoni varie
Emmanuell Villaume fatica un po’ a tenere il volume orchestrale sotto controllo, soprattutto nei primi due atti nei quali si è percepito qualche clangore di troppo, ma la natura stessa del Grand-Opéra richiede un certo vigore nei momenti più scopertamente drammatici, perciò preferisco rilevare il bel lavoro fatto dal direttore – grazie anche a un’Orchestra della Fenice davvero in gran serata – nei momenti più riflessivi ed elegiaci della partitura e nell’accompagnamento dei cantanti.
Assai positiva anche la prova del Coro (qualche taglio, anche per le scene corali), preparato da Claudio Marino Moretti.
Vasco De Gama, protagonista maschile dell’opera, è intrinsecamente un esploratore, un visionario forse un po’ pazzo ma animato da un entusiasmo contagioso e da un vigore straordinario. Ho scritto Vasco De Gama ma avrei potuto scrivere Gregory Kunde, artista di livello eccelso da sempre e capace di reinventarsi protagonista ad altissimo livello da trent’anni a questa parte. La sua è stata una caratterizzazione del personaggio a tutto tondo, di quelle che lasciano il segno, per capacità tecniche e pertinenza stilistica.

Veronica Simeoni e Gregory Kunde

Veronica Simeoni e Gregory Kunde

Fraseggio sfumato, acuti sicuri e penetranti. La grande aria Pays merveilleux…Ô Paradis richiede un controllo della respirazione perfetto, altrimenti quelle note tenute a lungo che segnano un singolare declamato ti strozzano. Ebbene, Kunde di quest’aria ha dato un’interpretazione magistrale, lontanissima da certi atletismi testosteronici da concerto, che è stata premiata con un’ovazione dal pubblico.
Buona anche la prestazione di Veronica Simeoni nei panni della sfortunata Sélika, anche se credo che la parte sia – attualmente – un po’ troppo pesante per lei. Ho notato qualche tensione negli acuti, peraltro ben riscattata da una generale sensazione che la voce sia sotto controllo, da un registro centrale che si fa sempre più sonoro e da un timbro vocale adatto al personaggio. Una Sélika che ha espresso in modo convincente soprattutto la malinconia di una donna dolce, alla quale la sorte assegna una vita da perdente in amore. Anche lei è stata premiata dal pubblico sia dopo la famosa aria del sonno nella scena del carcere sia nel finale.

Veronica Simeoni

Veronica Simeoni

Interlocutoria la prova di Jessica Pratt, forse penalizzata anche dalle scelte musicali che l’hanno privata di un duetto e di una grande aria. Così ci è sembrata piuttosto cauta nella romanza d’entrata (Adieu, mon doux rivage) in cui soprattutto i virtuosismi  e le ornamentazioni sono parse alquanto laboriose. Meglio nel prosieguo, anche se, considerate le brillanti caratteristiche vocali del soprano, mi aspettavo una prestazione più incisiva.
Si destreggia bene, nella parte di Nélusko, il baritono Angelo Veccia, il quale riesce – soprattutto nella scena del giuramento e nel finale – ad ammorbidire gli accenti a un canto riflessivo e sfumato. Giustamente vigorosa, e anche in questo caso premiata dal pubblico l’interpretazione della ballata di Adamastor.

Angelo Veccia, sulla sinistra e Gregory Kunde

Angelo Veccia, sulla sinistra, e Gregory Kunde

A contribuire al successo di questa produzione veneziana sono stati anche i coprotagonisti, tutti meritevoli di una citazione positiva.
Per brevità mi limito a segnalare le belle prove del basso Luca Dall’Amico (Don Pédro, bravissimo) che ha una parte impegnativa dal punto di vista vocale e fondamentale dal lato drammaturgico. Emanuele Giannino, un Don Alvar dalla fresca vocalità tenorile e del basso Rubén Amoretti, autorevole grand prêtre de Brahma.
Una nota di merito deve andare anche allo staff dirigenziale della Fenice, capace di osare l’allestimento di opere di rara esecuzione come questa Africaine. Voglio dire che i teatri devono anche contribuire alla divulgazione, non solo proporre titoli che si possono vedere ovunque.Kunde varie
Il variegato pubblico – tantissimi spettatori, ma non c’è stato il sold out – ha apprezzato in toto e ha manifestato con grandi applausi il gradimento allo spettacolo. Alle singole entusiasmo incontenibile per Kunde e successone per tutti gli altri.
Un saluto a tutti, alla prossima!

VENEZIA, TEATRO LA FENICE, 26 novembre 2013: L’Africaine di Giacomo Meyerbeer

 

Inès Jessica Pratt
Sélika Veronica Simeoni
Vasco de Gama Gregory Kunde
Don Alvar Emanuele Giannino
Nélusko Angelo Veccia
Don Pédro Luca Dall’Amico
Don Diego Davide Roberti
Le Grand Inquisiteur de Lisbonne Mattia Denti
Le Grand prêtre de Brahma Rubén Amoretti
Anna Anna Bordignon
Un usciere Giovanni Deriu
Un marinaio Carlo Agostini
Un marinaio di vedetta Dionigi D’Ostuni
Un sacerdote Cosimo D’Adamo
   

Direttore Emmanuell Villaume

Regia Leo Muscato
Scene Massimo Cecchetto
Costumi Carlos Tieppo
Light designer Alessandro Verazzi
Video designer Fabio Iaquone, Luca Attili
 

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice

Maestro del Coro Claudio Marino Moretti

 

 

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23 risposte a “Recensione abbastanza seria di L’Africaine di Giacomo Meyerbeer alla Fenice di Venezia: aperti per Meyerbeer e chiusi per Putin.

  1. Giuliano 27 novembre 2013 alle 6:19 pm

    ah, ch’io ritorni alla mia nave…
    sai quante volte l’ho cantata (di nascosto, s’intende)? ci potrei scrivere un trattato di psicoanalisi, anche per via della melodia che ha messo Meyerbeer
    sono riuscito ad ascoltare Kunde per radio, davvero bravo. Meriterebbe un discorso filologico approfondito il percorso tenorile nel 900 di queste due arie, da Caruso fino a noi

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    • Amfortas 27 novembre 2013 alle 7:30 pm

      Giuliano, ciao! Hai perfettamente ragione sai? Avendo tempo è voglia si potrebbe approfondire il discorso, perché l’aria è paradigmatica della vocalità tenorile. Purtroppo ci sarebbe la voglia ma non c’è il tempo. Come mi ha fatto notare un amico, è incredibile per esempio come nell’opera suoni diversa l’aria rispetto a come è eseguita in concerto (anche quella di Selika). Sembra quasi un’altra cosa 🙂
      Ciao e grazie per lo spunto 🙂

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  2. don jose' 27 novembre 2013 alle 6:47 pm

    concordo con il tuo giudizio,anche se sarei stato piu’ negativo nei confronti della parte visiva dello spettacolo!e senz’altro da sottolineare il meritorio impegno della dirigenza della fenice per aver “osato”……

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    • Amfortas 27 novembre 2013 alle 7:32 pm

      Don José, c’eri anche tu? Non ti ho visto, peccato. Alla Fenice hanno molti soldini di più che evidentemente consentono una programmazione più accurata. Certo, a Trieste “no se pol”, come sempre…
      A presto, ciao!

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  3. Giannina 27 novembre 2013 alle 6:55 pm

    Finalmente una recensione intelligente di uno spettacolo con luci e ombre. Ero presente anche io ieri e concordo su tutto, critiche comprese, espresse con competenza e serietà. A me l’allestimento non è dispiaciuto troppo, e forse sarei stato più severa con Jessica Pratt, ma va bene così! Ti ho visto ieri mentre parlavi con una graziosa ragazza, proprio all’ingresso della platea, volevo salutarti ma poi sei sparito sarà per la prossima volta!

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    • Amfortas 27 novembre 2013 alle 7:37 pm

      Giannina, troppo buona, grazie! Il tuo commento però m’impone un chiarimento 🙂 perché lascia aperte varie ipotesi.
      1) Mi hai visto mentre chiacchieravo con mia moglie, nel qual caso ti ringrazio a nome suo
      2) Mi hai visto mentre chiacchieravo con Carla Moreni, e in questo caso…come sopra!
      3) E mi pare la più probabile, mi hai visto mentre parlavo con una ragazza dello staff di palcoscenico della Fenice (che non nomino perché non sono autorizzzato), che mi ha dato alcune interessanti informazioni sullo spettacolo. Se legge ti ringrazierà lei, nel frattempo lo faccio io per conto suo 🙂
      Ciao!

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  4. furiop 27 novembre 2013 alle 8:07 pm

    Una nota storica: ho trovato L’Africana rappresentata a Trieste (immagino sempre in italiano) negli anni 1867, 1870, 1876, 1888.
    Della prima edizione ho visto una scheda dettagliata:
    http://opac.sbn.it/opacsbn/opac/iccu/scheda.jsp?bid=ITICCUMUS024375

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    • furiop 27 novembre 2013 alle 8:38 pm

      Noto che da una rappresentazione all’altra sono passati prima 3, poi 6, po 12 anni, ne deduco che saltata la rappresentazione +24 (1912) e +48 (1960) la prossima rappresentazione a Trieste dovrebbe avvenire nel 2056

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      • Amfortas 28 novembre 2013 alle 9:22 am

        Furio, ciao! Grazie di tutte le preziose informazioni e anche di avermi ricordato che, meritoriamente, la Fenice mette online i libretti, dovrei farlo io. 2056 dici? Ho una sola certezza: canterà ancora Kunde! 🙂
        Ciao e garzie.

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  5. furiop 27 novembre 2013 alle 8:10 pm

    IT \ ICCU \ MUS \ 0024375

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  6. Winckelmann 27 novembre 2013 alle 8:40 pm

    A proposito dei tagli, ripropongo quanto ha detto l’Ortombina durante la diretta radio: che si sono fatti perché il pubblico italiano va all’opera per farsi raccontare delle storie e quando c’è [virgolette] musica inutile [chiuse virgolette] è meglio tagliarla via.
    A quel punto ho spento e fatto altro.

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    • Amfortas 28 novembre 2013 alle 9:30 am

      Winckelmann, ho ascoltato a sprazzi la trasmissione della prima, per non perdermi il gusto dell’ascolto in teatro e non farmi pregiudizi. Perciò non sapevo delle incaute dichiarazioni di Ortombina, il quale peraltro è persona competente e affabilissima. Ti dirò anche che – magari in parte – ci ha preso, perché non sono stati pochissimi coloro che se ne sono andati dopo il secondo intervallo. Con Wagner succede ancora peggio, come saprai. Certo, musica inutile è un’affermazione forte…
      Ciao e grazie, mi spiace non aver potuto scrivere nulla sull’uovo, sarà per la prossima volta 🙂

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  7. Alucard 28 novembre 2013 alle 12:43 pm

    Lo spettacolo mi è piaciuto e confermo tutto quello che hai messo per iscritto. Invito chi si lamenta dei troppi tagli a provare a rimanere seduto per tutto quel tempo, ad aspettare i cambi (soprattutto l’ultimo, davvero fatale!) e anche a mettersi nel panni di cantanti ed orchestrali… Credo fosse improponibile un tempo e ancor di più oggi!

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    • Amfortas 28 novembre 2013 alle 5:17 pm

      Alu, ciao. La questione dei tagli, a mio parere, non può essere affrontata solo dal lato temporale. Vero che l’opera sarebbe lunga se Villaume (credo) avesse scelto una versione più completa ma, voglio dire :-), Wagner dura quasi sempre sopra le 3 ore (e molto di più, come ben sai) e a nessuno passa per la testa di accorciarlo a misura di comodità della sedia :-). Anche per Wagner, peraltro, ci accapigliamo sul taglio di alcune parti nel Lohengrin, per dare un esempio.
      E poi cantanti e professori d’orchestra sono professionisti, pagati più o meno bene.
      Ciao, a presto!

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  8. alessio 29 novembre 2013 alle 9:47 am

    Paolo, ho chiesto alla Pratt quali note avesse eseguito nel finale della prima aria: trilli dal MI al FA, messa in voce finale sul RE (caro bebè, te gavevi ragiòn!)

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  9. lukedevilshand 30 novembre 2013 alle 11:44 am

    Da assoluto ignorante di musica non posso lasciare commenti tecnici a riguardo, ma direi che per le scene e la regia la recensione è anche troppo buona.
    Le proiezioni, inutili, stranianti, di cattivo gusto. Le bandirei da ogni teatro lirico.
    Le scene sono spoglie, brutte e l’unico momento che meritava un complesso di scenografia veramente imponente (Il consiglio della corona) era fatto con una manciata di sedie, tutti i personaggi (incluso il consigliere della corona, i prelati, i nobili) erano allo stesso livello, manco fosse un barbecue tra amici. La sommossa dei consiglieri (poco convincente) dura troppo, nella realtà una ribellione travolge immediatamente le difese o viene sedata in poco tempo, non credo proprio che i soldati (4) avrebbero verosimilmente tenuto testa a una trentina di consiglieri infuriati, forse era meglio evitarla.
    Secondo atto: Non ho mai visto gente che entra ed esce in libertà dalle celle in un carcere spagnolo del ‘400 (il regista ha pensato bene di risolvere la cosa con un improbabile aguzzino ubriaco che all’occorrenza riprende i birichini che gironzolano per la galera).
    Tralasciamo il boia che decapita e continua a far mosse mentre Sélika canta il suo amore per Vasco, dire che distraeva e che era un movimento inutile è superfluo, la scena poteva reggersi benissimo con l’attenzione mirata sui due protagonisti.
    Il terzo atto mostra una scena imponente e bella che purtroppo dura solo una mezz’ora, nella quale i mozzi non fanno altro che mettere in ordine e pulire il ponte (la nave più pulita del mondo).
    Ad ogni modo era la scena che ha funzionato meglio perché la storia l’hanno fatta la musica e il libretto e la regia era automatica.
    Il quarto e il quinto atto potevano funzionare a livello scenico se l’intero spettacolo fosse stato improntato su un’estetica minimale, di luci ed ombre, ma un neofita che vede il primo atto, il secondo, il terzo crescere in articolazione scenica con sedie che diventano celle che diventano un galeone è indotto a sperare in una scenografia da mozzare il fiato una volta giunti sull’isola di Sélika. E invece ci si deve accontentare di una moquette azzurra e lanterne, coadiuvata da costumi sgargianti, ripeto, funziona, ma non se viene accostata al resto dell’opera.
    Il finale che propone un promontorio di bancali che fluttuano insieme ad un albero senza fiori (…) è abbastanza riuscito dal punto di vista del dramma, ma mentre Sélika annusa il fiore e fornisce una descrizione meravigliosa degli spasmi dati dal veleno Nelusko lo annusa e muore immediatamente, perché?
    Tirando le conclusioni:
    4 ore a teatro di cui una solo di cambi scene.
    1 ora e mezza di primo e secondo atto (con 5 minuti di cambio scena)
    30 minuti di cambio
    30 minuti di terzo atto
    30 minuti di cambio
    1 ora di quarto e quinto atto (con 5 minuti di cambio scena)
    E’ una cosa impensabile, qualunque persona sana di mente se ne andrebbe durante il secondo cambio scena.
    Forse era meglio ridurre i tagli musicali e mantenere una scenografia meno pretenziosa nel terzo atto, in modo che la storia presentasse meno balzi temporali e più linearità. Più musica, meno cambi scene.
    Uno spettacolo che la regia è riuscita ad appesantire, rendere stucchevole e scontato.

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    • Amfortas 30 novembre 2013 alle 6:13 pm

      Luke, non ho molto da aggiungere al tuo parere. Puntualizzo solo che la trama dell’opera è piena di contraddizioni e che quei “balzi temporali” sono incongruenze del libretto, non del regista.
      In generale, l’ho appena scritto da un’altra parte proprio in merito a questa Africaine, considero le proiezioni cinematografiche piuttosto difficili da inserire in un allestimento di teatro lirico, perché i due generi (cinema e teatro, lirico in particolare) sono per molti versi agli antipodi. Qui erano irritanti per i motivi che abbiamo detto e hai ben specificato tu, soprattutto perché estranee allo “stile” dello spettacolo in generale.
      Ciao e grazie!

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  10. Heldentenor 4 dicembre 2013 alle 9:55 pm

    Segnalo a chi vuole rivedere il tutto che è visibile sul sito medici.tv (ma è una pay-tv di classica ?) per un mese e dopo sparisce. Non si riesce a scaricare e mettere magari su chiavetta, C’è qualche melomane che sia anche hacker che mi spiega come si fa?

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  11. Pingback:L’AFRICAINE di Meyerbeer (Venezia,2013) su Rai 5 | Wanderer's Blog

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