Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Le 10 cose da sapere (tra le tante) sulla Traviata di Giuseppe Verdi che aprirà la stagione operistica alla Scala di Milano.

Questo articolo è dedicato a Marion. Le sarebbe piaciuto, forse. E poi quando si parla di Traviata, anche se non la si nomina direttamente (e io non lo farò) si pensa a lei.

Siamo agli sgoccioli: sabato 7 dicembre avrà luogo la prima della stagione 2014 alla Scala di Milano.
Il titolo prescelto, come credo tutti sappiano, è La Traviata di Giuseppe Verdi.
La prima alla Scala è sempre una grande occasione di polemiche e anche questa volta non si fanno sconti, siamo tutti pronti a dare il peggio di noi stessi (strasmile). La melomania, nelle sue declinazioni più perverse, impazza.
Resto ai fatti, prima della prima.

Diana Damrau

Diana Damrau

Il cast è, a mio parere, eccellente. Un direttore di grande personalità, Daniele Gatti. Un soprano affermatissimo e di qualità, Diana Damrau, nella parte difficile e scoperta di Violetta. Un tenore che in teoria sembra avere la vocalità perfetta per Alfredo, Piotr Beczala. Un Germont padre forse un po’ ruvido, Željko Lučić, il quale potrebbe però essere funzionale alla regia del discusso Dmitri Tcherniakov, che firma anche le scene. Comprimari all’altezza di una prima nel teatro più famoso del mondo.
L’opera si potrà vedere in diretta su RAI5, il collegamento comincia sabato alle 17.30. e ovviamente ascoltare su RADIO3.
Questa volta sono trapelate pochissime notizie dal teatro milanese e quindi l’attesa è ancora più spasmodica. Si favoleggia di un allestimento spiazzante ma allo stesso tempo improntato a una certa prudenza, allo scopo di non dare il colpo di grazia a qualche vecchio loggionista scaligero. E anche a qualcuno meno vecchio anagraficamente ma determinato a difendere la tradizione (che, lo ricordo, è concetto aleatorio).
Impossibile scrivere qualcosa di nuovo su quest’opera, la più rappresentata in assoluto e a ogni latitudine , come una semplice ricerca su Operabase esplicita in modo evidente.

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Perciò mi limito a qualche curiosità.

1)      L’opera debuttò alla Fenice di Venezia (a quei tempi non ancora orrida) il 6 marzo 1853.

2)     Fu un mezzo disastro., tanto che Verdi stesso scrisse così al famoso direttore d’orchestra Angelo Mariani: La Traviata ha fatto un fiascone e peggio, hanno riso. Eppure, che vuoi? Non ne sono turbato. Ho torto io o hanno torto loro. Per me credo che l’ultima parola sulla Traviata non sia quella d’ieri sera.

3)     Il soprano che per primo impersonò la protagonista Violetta Valéry, Fanny Salvini Donatelli, ebbe poi una carriera, tutto sommato, piuttosto modesta.

4)      L’opera avrebbe dovuto intitolarsi Amore e morte, ma l’ufficio censura veneziano chiese che il titolo fosse cambiato.

5)         Il libretto è tratto dal dramma La Dame aux camelias, di A. Dumas figlio

6)      Nel lavoro di Dumas la figura della protagonista,  Margherita Gautier, è ispirata a una cortigiana realmente esistita, di nome Alphonsine Duplessis.

7)        Dumas stesso la descrive così: “Era alta, esilissima, i capelli scuri e la carnagione rosea e bianca. Aveva la testa piccola e gli occhi lunghi e obliqui come quelli di una giapponese, ma vivaci e attenti.”

8)           La Duplessis morì nel 1847, a soli 23 anni.

9)         Dopo il “fiascone” della prima Verdi rimaneggiò qualche passo, e il 6 maggio 1854, ancora a Venezia, il soprano Maria Spezia, anche grazie ad una presenza scenica più credibile, donò alla creatura verdiana l’immortalità.

10)       Giuseppe Verdi parlò spesso della Traviata e tra le sue lettere si evidenziano due osservazioni, in particolare.
La prima: Se fossi un Maestro preferirei Rigoletto, se fossi un dilettante amerei soprattutto La Traviata.
La seconda, riferita a Gemma Bellincioni (famoso soprano dell’epoca): Non potrei giudicarla nella Traviata: anche una mediocrità può avere qualità per emergere in quell’opera, ed essere pessima in tutte le altre.

Cosa attira il pubblico, dopo più di un secolo e mezzo e infinite rappresentazioni, in quest’opera?
Io la penso come Julian Budden, uno dei più prestigiosi studiosi del compositore di Busseto: la semplicità, la capacità straordinaria di suscitare emozioni che la partitura ci elargisce a piene mani a partire dal Preludio.
Aggiungerei anche la capacità che ha questa sfortunata ragazza di elevarsi dal mondo un po’ sordido in cui vive. Violetta non è mai volgare, sembra quasi galleggiare con grazia sopra la melma, anche quando si “diverte”.
Gli altri personaggi, da Alfredo a papà Germont, sono sotterrati dal punto di vista psicologico dalla protagonista, anche se non si può negare loro una certa nobiltà di sentimenti.
E allora quando Violetta esplode nel suo “Amami Alfredo” anche lo spettatore più cinico e incarognito si commuove e si scioglie in lacrime.
A proposito di questioni semiserie, che sono il pane di questo blog, va da sé che la censura dell’epoca (ma ‘sta censura quando è nata e, soprattutto, quando morirà?) si scatenò in tutti i modi sul testo di Piave, con la Chiesa a fare da ridicolo apripista, ovviamente.
Il celeberrimo e ormai proverbiale “croce e delizia” diventò “pena e delizia” a Napoli, per esempio. Oppure la convinzione di Violetta che “la vita è nel tripudio” si trasformò in un meno categorico “Mia vita è nel tripudio”.
I compassati critici inglesi scrissero di “un orrore indecente e esecrabile”, nonostante i trionfi londinesi.
Insomma, che vi devo dire. Ci rileggiamo per la consueta recensione semiseria e buon ascolto.

Un saluto a tutti, alla prossima!

P.S per i triestini, andate e condividete (smile)

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21 risposte a “Le 10 cose da sapere (tra le tante) sulla Traviata di Giuseppe Verdi che aprirà la stagione operistica alla Scala di Milano.

  1. Heldentenor 4 dicembre 2013 alle 9:48 pm

    Due secoli e mezzo ? In che anno siamo ? Mi sono perso qualcosa…hahahahahaha. ti devo far sentire una registrazione pirata di Beczala a Zurich che cerca di cantare l’acuto della cabaletta del secondo atto in Traviata
    e fa una roba tremenda…….una perla nerissima come direbbe Stinchellone. Damrau è Traviata ? Sono perplesso. E’ bravissima in tante cose che ho sentito, ma ripeto, è Traviata ? Vederemo.

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    • Amfortas 4 dicembre 2013 alle 11:26 pm

      Heldentenor, sì sono io che sono troppo avanti 🙂
      Beczala ha steccato anche in altre occasioni (ricordo un crack tremendo nel Faust) ma non vuol dire molto, tutti hanno steccato. Per me è un gran tenore. La Damrau ha già cantato Violetta e a me non spiace per niente, anzi!
      Aggiungo che mi è arrivata notizia di un successo clamoroso alla primina di oggi, in particolare per la Damrau.
      Ciao e grazie.

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  2. lamary 5 dicembre 2013 alle 9:13 am

    da completa novellina del melodramma, debbo ammettere che la Traviata è in assoluto la mia preferita e, dunque, pare che il Maestro non sbagliasse affatto… 😉
    ho scoperto la lirica da poco e ho cominciato proprio da quest’opera, grazie ai famosi loggionisti che nominate più su: al primo incontro sono rimasta incantata da tutte le cose che sapevano e divertita da questo loro modo di polemizzare, scandalizzarsi, lottare per la tradizione 🙂 io, che vengo dal rock, dal jazz, dallo swing, mi sono sentita catapultata nel mondo della Tebaldi!
    nelle ultime settimane purtroppo non ho potuto frequentarli, quindi non so cosa si prepari… addirittura so che in passato sono stati criticati dei soprani che non avevano concesso il sopracuto in mi bemolle… insomma, staremo a vedere. 🙂
    confermo però il successone di ieri, una cara amica, giovanissima, mi ha raccontato di essersi emozionata fino alle lacrime.
    non vedo l’ora di ascoltarla e leggere, poi, i Vostri commenti.
    buona giornata!

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    • Amfortas 5 dicembre 2013 alle 9:50 am

      lamary, ciao e bentrovata! Non posso che essere felice di ospitare una neofita 🙂
      I loggionisti della Scala, per certi versi, sono come i panda, da preservare. Purtroppo, non tutti, ma una parte sì, sono troppo chiusi mentalmente e vedono qualsiasi novità come un peggioramento e un invasione di campo (artistico). Questo è un atteggiamento che è sempre esistito, non solo negli spettatori ma anche tra i compositori stessi: ci sono decine di testimonianze.
      Il mi bemolle è facoltativo, così come il do del tenore alla fine della cabaletta del secondo atto. In generale, sono note che io preferisco che non si facciano perché non aggiungono nulla alla drammaturgia dell’opera e sono rischiose. Un paio d’anni fa Charles Castronovo (tenore) a Aix-en-Provence riuscì a steccare quel do in tutte le recite previste: che senso ha? 🙂
      Sono contento che ci siano ancora giovani che frequentano i teatri e che, come la tua amica, riescono a emozionarsi. E non dimentichiamoci del rock, dello swing e del jazz.
      Ciao e grazie.

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      • lamary 5 dicembre 2013 alle 6:33 pm

        in termini tecnici da giurista, il povero tenore è un vero esempio di recidiva!!! lo hanno mai più scritturato, poi? 🙂 (comunque, insomma, anche il direttore…)
        grazie a Te e a Voi, quante ne sapete!!! che invidia!!! 🙂
        buona serata!!!

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      • Amfortas 5 dicembre 2013 alle 7:19 pm

        lamary, in realtà questo post è nato sotto una cattiva stella, perché non solo ho fatto confusione (ho corretto, poi) con gli anni che ci separano dall’esordio della Traviata, ma ho pure cannato – fidandomi della mia memoria, cosa che alla mia età non si dovrebbe fare – il nome del tenore dalla stecca recidiva: non era Costello bensì Charles Castronovo :-). Probabilmente mi ha confuso l’evidente origine italiana dei due artisti. In ogni caso, Castronovo, il tenore recidivo :-), riprende la parte di Alfredo nel prossimo gennaio a Monaco. Chissà, forse avremo notizia della sua prestazione!
        Ciao e grazie!

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  3. don jose' 5 dicembre 2013 alle 6:06 pm

    ciao amfortas!!! questa volta hai espresso preventivamente la tua opinione sul cast :-)), opinione che condivido pienamente, con l’aggiunta che mi aspetto grandi cose da Gatti, che ritengo (insieme a Pappano) il miglior direttore d’opera odierno.buona diretta su rai5!!!!

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    • Amfortas 5 dicembre 2013 alle 6:32 pm

      Don José, ciao! Certo, mi sbilancio senza problemi in questo caso, ma se ho avuto ragione lo sapremo dopo la prima :-). Gatti piace tantissimo pure a me, anche se lo preferisco in altro repertorio, a dire il vero. Però è un direttore che ha personalità artistica spiccata e io detesto i battisolfa piatti e “bravini”. Purtroppo se c’è una cosa che è quasi impossibile valutare da ascolti televisivi o radiofonici è proprio la direzione d’orchestra, ma ci proveremo come sempre.
      Ciao e grazie.

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  4. Poliziano 6 dicembre 2013 alle 11:18 am

    Heldentenor. La Damrau ha avuto delle ottime critiche a New York in questa presa di ruolo: http://www.nytimes.com/2013/03/18/arts/music/verdis-traviata-at-the-metropolitan-opera.html?_r=2&
    Io penso che lo farà sicuramente meglio della Dessay a cui manca l’intensità della voce nelle note centrali. Dopo tutto nel passato moltissimi soprani “leggeri” e “coloratura” hanno avuto dei grandi successi in questo ruolo. Vederemo!

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  5. CASSANDRO 7 dicembre 2013 alle 11:49 am

    CASSANDRO

    Caro Amfortas, ripropongo il commento inviato ieri sera alle 7,36 pm, coincidente all’ora della tua risposta a Poliziano. Dato che non è apparso ( per ingorgo di scritti o forse perché troppo lungo, provo a riproporlo) Se non comparirà . . . amen. Non ci siamo persi nulla di eccezionale. Comunque, speriamo bene. Eccolo:

    Ho letto (insieme a Sergio Sestolla, che mi ha incaricato di elaborare il presente commento, che ovviamente ha approvato) il tuo interessantissimo e coinvolgente post su “La Traviata”, melodramma che come un brillante presenta molteplici sfaccettature di interpretazione.

    Come forse ricorderai, il 26 settembre abbiamo assalito il tuo blog, sempre splendido ed ammaestrante, specialmente per incolti di musica lirica come noi, proponendoti una nostra interpretazione in versi dell’opera in argomento, rubandoti notevolissimo spazio, e tu la hai accolto gentilmente, forse meravigliandoti un poco che possano esserci dei perditempo come noi.

    In osservanza al principio che “se sei gentile ne pagherai prima o poi le conseguenze”, dato che ora, carissimo amfortas, hai aggiunto altre notizie e considerazioni, e non semplici “curiosità”, all’opera di Verdi, se ce lo permetti ti inviamo pure una nostra idea in materia su tale pietra miliare della nostra cultura – anche se concordando con te “appare impossibile scrivere qualcosa di nuovo — cui hai aggiunto nuove notizie, contribuendo a mantenerla evergreen.

    Si tratta di una breve prefazione alla stesura degli scritti che, come abbiamo già detto, ci siamo permessi già di inviarti e spiega in parte i motivi ispiratori della silloge sulla triste storia di Violetta ( con l’occasione ringraziamo il tuo commentatore “petrossi/Furio”, per le parole gentili che allora ha usato dopo la lettura).

    Speriamo che non averti disturbato troppo, soggiungendo che saremmo grati se tu, o qualcuno dei tuoi agguerriti commentatori, evidenziasse qualche strafalcione o diversa opinione discosta dalla nostra.

    Grazie e in calce una breve composizione, scritta alcuni anni fa, osservando qualche scena durante un soggiorno estivo, sul tema delle “signore di vita” ad alto livello, in ordine alle quali nutro qualche complesso ritenendo che, per la diversità dei contatti e possibilità di conoscere a fondo una vasta galleria di personaggi “al naturale”, alla fin fine comprendono effettivamente la vita meglio di molti di noi, specialmente di chi si crede furbo, invincibile e al di sopra di tutti (situazione che emerge pure da una attenta lettura dell’opera, i cui i coprotagonisti appaiono in genere tutti prevedibilissimi, o — come ben dici tu — “sotterrati dal punto di vista psicologico”).

    Buona serata a tutti

    LA SIGNORA DELLE CAMELIE . . . EROINA SFORTUNATA O FORTUNATA?

    Se si pensa a quale è stato il suo destino, sia nel romanzo ed ancor più nella sua trasposizione musicale, la Signora delle camelie si presenta come un personaggio a dire poco “per nulla benvoluto dal Cielo”:
    1) affetta da tubercolosi polmonare fin dalla più tenera età, come può dedursi dal fatto che aggravandosi, muore poco più che ventenne (rapportata ai tempi d’oggi ancora una ragazzina),
    2) amata — per non dire, più realisticamente, “posseduta” — da uomini più vecchi di lei, con i quali è quanto meno pensabile che avesse dovuto intrattenere licenziosi rapporti d’amore (i vecchi non si accontentano di un amore “semplice”), simulando un trasporto di certo non invidiabile (provate a rifletterci attentamente un attimo come una persona giovanissima, “con quella testolina graziosa”, profumata, “esilissima”, sensibile e viva possa godere nell’amplesso di un…anziano, forse anche grasso, forse poco olezzante, e forse, dato il tipo di frequentazioni, pure incolto, anche se discendente di nobile stirpe),
    3) innamorata di un giovane bello, idealista ed ancor pieno di quella vita che a lei sta per sfuggire, è costretta ad abbandonarlo (non interessa per colpa di chi o di cosa), e privarsi quindi dell’unica persona verso la quale, per la prima volta (che poi sarà l’unica), il suo essere ha pulsato di ardore vero, e con la quale era entrata in quella dolce, inspiegabile (“lingua mortal non dice quel ch’io sentia in seno”) e totale “datio animae corporisque”, sulla cui assolutezza v’è traccia pure nei versi di F. M. Piave (“amor ch’è palpito dell’universo intero, misterioso, altero, croce e delizia al cor”),
    4) beffata dal fato in quanto ritrova il suo amato sogno, ma da questo riceve solo gretto disprezzo ed ingiuste offese…(e qui mi fermo in quanto sulla sua non lontana, presagita fine la pietas spinge a non intrattenersi).
    Eppure Margherite Gautier o Violetta Valéry, chiamiamola come vogliamo, ma è sempre lei “La Signora delle camelie”, può dirsi una donna fortunata per un duplice ordine di motivi:
    1) ha ottenuto un posto (attenti: ne stiamo già parlando come di una persona effettivamente esistita!) nell’immaginario collettivo, in quanto la conoscono, bene o male, “quasi” tutti, pur essendo esigua la percentuale di coloro che ha letto per intero l’opera letteraria o teatrale (sarebbe stato immodesto aspirare al privilegio riservato solo ad alcuni personaggi, tipo Don Chisciotte, notoriamente noto anche a chi non sa leggere),
    2) pur essendo nata dalla penna di un autore (Dumas figlio) che la crea per vendicarsi della donna che l’aveva abbandonato (Marie Duplessis), e quindi propenso a tenerla nell’opera ben sotto le righe, nel corso della scrittura la “Signora” dalle “ciglia lunghissime che abbassandosi ombreggiavano il roseo colorito delle guance”, ruba la penna al suo autore e si scrive da sola, come càpita nella maggior parte delle vere creazioni artistiche, a volte pure a dispetto di chi sta ponendo nero su bianco, passando così da elemento pensato in negativo ad elemento risolto in positivo.
    E che fosse in realtà la protagonista, un elemento positivo è d’altronde pure pensabile se è vero, come è vero, che su tutto conta l’animo (anche per le “cattive signorine”), e per fortuna oggi appare sempre più in regresso (pur se con intermittente rigurgito) quel certo tipo di pensiero che ritiene che chi esercita “il mestiere più antico del mondo” sia necessariamente insensibile all’aspirazione verso l’alto (latente vi potrebbe essere anche un qual senso di invidia a non poterne, o a non riuscire a poterne, godere i favori), nell’ignoranza che situazioni ambientali, sociali, politiche e quindi culturali possono avere avuto il loro consistente peso verso la nascita ed il persistere dell’apparente “male”, e nella illusione di non esserne corresponsabili per avere fatto poco o nulla perché non sorgessero nei soggetti di cui si parla umiliazioni, rabbia e, spesso (Nihil sub sole novi), desiderio di vendetta, da “Muoia Sansone” o “dopo di me il diluvio”.
    Ma questo è un altro discorso…
    Altre tre considerazioni potrebbero portare latu sensu a ritenere fortunata la Signora dagli “occhi neri sormontati da sopracciglia d’un arco così puro, da sembrare dipinte”:
    il primo, è un fatto temporale: la Signora muore ancora giovane e quindi ancora bella (i registi, affascinati dalla protagonista come doveroso omaggio sono soliti così raffigurarla anche nel momento dell’addio supremo), per cui sempre la ricorderemo incantevole, come ricordiamo sempre assai piacevolmente il suo alter ego più vicino a noi, la spumeggiante Marilyn (non scordiamo che la bellezza è categoria fondamentale del nostro mondo, al punto che, come dice Belli, “E Dio stesso, ch’è un pozzo de saviezza, la madre che ppijò la vorze bella”); non vivendo a lungo la Signora ha inoltre evitato che lo stesso innamorato potesse stancarsi di lei, e quindi non più vederla nello stato di felice innamoramento a seguito dell’inesorabile passare del maligno tempo, e potesse concludere un giorno nell’incontrarla, come Proust fa dire a Swann nei confronti di Odette, “E dire che ho perduto tanti anni della mia vita, che ho voluto morire, che ho avuto il mio più grande amore, per una donna che non era il mio tipo”;
    il secondo è un fatto legato all’evolversi della psicologia femminile, in quanto lei fra le prime donne riesce ad afferma, pagandolo a caro prezzo, il principio della libertà femminile: infatti, lottando (e soccombendo) contro la società borghese, assai spesso un mostro onnivoro, prova ad anticipare i tempi del riscatto femminile (anche per questo a livello di inconscio ci è simpatica), per cui la vediamo agire e decidere autonomamente della sua persona, di cosa fare e perché farlo, anche quando sbaglia per necessità o per troppo amore (passeranno più di cento anni perché il “sempre libera degg’io” diventi il sessantottino “la chitarra è mia!”)
    il terzo è un fatto artistico e psicologico: complice la recitazione e tutta la macchina scenica, in genere chi a teatro viene a contatto con detto personaggio risulta da lei illuminato di una grazia improvvisa, quasi sconosciuta, perché costatiamo che Lei è una donna che ancora conosce l’intima essenza dei sentimenti, di cui noi siamo in parte orfani. Ciò avviene giacchè in Lei — che purtroppo sarà poi ingenerosamente indicata con l’appellativo “la traviata” — pulsa la forza dell’amore (che notoriamente “omnia vincit”) , perché Lei, non bacata dal suo modo di vivere, più subìto che voluto (non scordiamo cosa fosse la società del 1800, compresa la storia di Marie, nata Alphonsine), crede nel suo prossimo ed ha fiducia (nessuno vive se non ripone fiducia in qualcuno) in Armand o Alfredo, e più che altro crede in se stessa ed in una vita futura dove (utopia?) potrà esprimersi liberamente, senza convenzioni, dando in tal modo un senso al suo peregrinaggio su questa terra.
    E così la Signora seduce ancora una volta, e le riesce (e gliene siamo grati) di fare tornare a casa lo spettatore forse anche un po’ più buono (ah, quanto sentiamo il bisogno inconfessato di tornare ad essere buoni!) e più tollerante verso gli altri, quelli che ci passano accanto e ci sfiorano, che al nostro fianco esistono ed operano, che con le loro storie ed i loro modi di pensare intersecano le nostre storie ed il nostro modo di pensare, verso i quali finalmente riteniamo di potere cominciare ad evitare di tranciare frettolosamente giudizi negativi o gratuitamente farli oggetto di qualificazioni offensive.
    Ma anche questo è un altro discorso…
    Dati gli oltre centocinquant’anni dalla creazione della storia, al fine di tentare di attualizzarla proviamo a ricreare la vicenda in versi, a ripensarla ai tempi d’oggi, con il linguaggio del 2000 e un po’ con il modo di pensare dei giovani (non scordiamo che i protagonisti sono due ventenni).
    Eccone un sommario risultato, incentrato su alcuni momenti, forse i più popolarmente noti, grazie al melodramma verdiano, seguendo il quale si procederà alla caratterizzazione dei personaggi ed alla descrizione del sorgere del loro amore (atto I), dell’idillio, dell’intervento del padre e dell’ira di lui (atto II), nonché della malattia finale (atto III).
    Al calar della tela, sulla fine della “Signora” potrebbero campeggiare quegli altri versi, non più dei tempi d’oggi, che delicatamente riassumono e concludono la triste vicenda di Margherita: “Passa la bella donna e par che dorma”.
    E questo è il vero discorso.
    CASSANDRO E SERGIO SESTOLLA

    LE BELLE DI NOTTE DELL’ALBERGO
    ( Donne di vita )

    Siamo ‘belle di notte’ e lo si vede
    da come ci muoviamo nell’albergo,
    da come ci vestiamo, chè si chiede
    il maschio che ci guarda . . . ecco, da tergo . . .

    se siamo umane oppur di gelatina,
    per il compatto nostro ondeggiare
    quando ci incontra al bar ogni mattina,
    a fare colazione per cercare,

    qui nell’hotel, l’amico per la notte.
    E’ sempre lui che spesso per distratte
    ci prende — e non invece per cocotte
    . . . mentre beviamo il nostro caffellatte

    . . . guardiamo le vetrine dei negozi
    . . . compriamo all’edicola i giornali
    . . . sulle poltrone consumiamo gli ozi
    del dopopranzo, sempre cordiali —

    per non avere abbottonato bene
    la camicetta, che rimane aperta
    mettendo le ben tonde, lisce e piene,
    nostre sferette in avanscoperta.

    Ma quando mai la distrazione
    ha dimorato in questa amica e in me?
    La nostra è solo . . . esibizione
    di quel mestiere, che da sempre c’è,

    (e che in eterno ci sarà perché
    in questo campo l’uomo è bebè,
    . . . e volentieri a nostra mercè)

    al quale, all’inizio, lui però
    non deve, ovvio, pensare . . . Se lo vuole
    creda che ci piace, oppure . . . boh!
    che siamo disponibili e sole.

    Al momento giusto capirà
    che ha un prezzo la nostra beltà,
    il parlar nostro su ciò che gli va.

    Molto più furbi, e come! . . . i camerieri,
    dei quali appaghiamo i desideri

    . . . di giorno . . . e gratis . . . per stare in pace
    con quello che di turno paga e tace

    . . . e che credeva, prima, alla conquista,
    con quella faccia astuta da leghista.

    Mentre con lui parliamo, lo guardiamo
    e “che fesso che sei” noi pensiamo

    . . . ma, certo, senza farglielo capire.
    E’ questo è uno sforzo da morire!

    Ma lo incontreremo noi un dì
    un uomo che non sia solo così

    . . . e allora esploderà il nostro “Sì”

    (Cassandro)

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    • Amfortas 7 dicembre 2013 alle 5:27 pm

      Cassandro, ciao! A poco meno di un’ora dalla prima alla Scala, leggendo il tuo contributo mi sono posto una domanda: chissà se la brava Diana Damrau, al di là di tutto, comprende quanto importante sia la parte di Violetta? Perché sai, da sempre rifletto su questi pochi versi di Piave: Donna son io, signore, ed in mia casa; ch’io vi lasci assentite, più per voi che per me. Per me rappresentano uno dei momenti topici dell’opera proprio perché, nel corso degli anni, immagino che le interpreti di Violetta abbiano pronunciato quelle poche parole spinte da suggestioni sempre diverse. Diverse nel senso che dici anche tu, rapportate ai cambiamenti della società e del ruolo della donna. Violetta è superiore a tutti gli uomini proprio perché incarna il cambiamento, l’evoluzione, la diversità virtuosa dagli uomini. Ci costringe – a noi uomini intendo – a guardarci allo specchio e a realizzare con disagio che noi, al contrario, siamo rimasti sempre uguali: possessivi, infantili, violenti. Siamo tutti Germont, alla fine, e senza distinzioni tra padre e figlio.
      Detto questo ti ringrazio – e ovviamente saluto anche Sergio Sestolla – per i tuoi commenti che sono sempre graditissimi. Non saprei come mai ieri il tuo contributo non è stato pubblicato, misteri della moderna comunicazione. Spero che Furio Petrossi legga i tuoi saluti. Belle anche le citazioni letterarie, nel tuo testo.
      Ora direi che siamo pronti alla visione di questa Traviata, visione che immagino sarà funestata dalle solite vuote dichiarazioni di potentati vari sulla cultura, su quanto è importante ecc ecc. Vabbè, fa niente!
      Cioa e buon ascolto!

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  6. Poliziano 7 dicembre 2013 alle 6:57 pm

    Beh, per ora nel primo atto abbiamo una bella matrona teutonica non troppo “tisica” e nella presa di suono di RAI5 c’è distorsione nelle note acute! Tirem innanz!

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  7. fadecas12 8 dicembre 2013 alle 12:21 am

    Caro Paolo,
    l’argomento è per me molto interessante, anche perchè sono reduce dallo spettacolo dell’altra sera La vera storia di Traviata di Corrado Augias, in cui la rilettura, per altro accurata e intelligente, della storia del personaggio nel passaggio da Dumas a Verdi non superava gli steccati di una visione, in senso lato, paternalistica e maschilista di Violetta come sublimata e redenta dal sacrificio – che è un’ottica un po’ a senso unico.
    Ma vorrei limitarmi allo spunto dei versi-chiave del secondo atto che hai citato “Donna son io signore, ed in mia casa ecc.” in quanto mi sono tante volte chiesto quale sia l’interpretazione corretta, anche dal punto di vista letterale, di questa affermazione di Violetta, come reazione all’ipocrita frase di Germont che la precede. E’ uno scatto di orgoglio che la porta ad invitare Germont a andarsene, o meglio la porta sul punto di abbandonarlo lei stessa, nella sua casa … ma quali sottintesi si nascondono in quel “più che voi che per me”? Confesso che l’involuzione sintattica rende la comprensione decisamente criptica; e non parliamo di quante Violette riescano a calibrare bene quelle poche battute di quasi recitativo all’inizio di una delle scene più difficili dell’opera …
    Scusa per questa spigolatura, magari da lasciare in un momento di tranquillità, ma sarò grato a te e agli altri interlocutori del tuo blog di un chiarimento …
    Saluti, Fabrizio

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    • Amfortas 11 dicembre 2013 alle 5:27 pm

      Fabrizio, chiedo scusa anche a te, come dicevo nella risposta precedente a Luisa, in questi giorni sono stato dietro ai commenti sulla Traviata milanese.
      Mi sono perso – direi per sfinimento 🙂 – lo spettacolo di Augias, nonostante fosse in agenda.
      Non saprei quale sia l’intepretazione corretta della frase in questione, perché al di là del testo io – sono il solo? – mi lascio suggestionare dal senso che percepisco io dalla commistione tra parole e musica. In questo senso io trovo orgoglio e necessità di autodeterminazione di se stessi. Credo che quel “più per voi” voglia in qualche modo consigliare a Germont padre di abbandonare la casa di Violetta perché non sarebbe “conveniente” nel senso di opportuno che qualcuno lo veda lì. Ma, come sai, sono una persona semplice e magari ci sono significati più profondi che io non colgo. Per questo, come già ti ho detto, trovo esemplare l’interpretazione di Anna Netrebko in questo passo. Mi pare che rappresenti bene l’orgoglio di una donna ferita ma conscia di essere “dalla parte del torto” e quindi timorosa di contagiare l’immagine di chi, in quel momento, percepisce come ostile e allo stesso tempo moralmente superiore a lei.
      Non so se sono riuscito ma spiegarmi 🙂
      In ogni caso ti ringrazio per la riflessione. Stasera sono al Rossetti, se ho perso Augias – per quanto a malincuore – non mi posso certo perdere il Furtwängler di stasera, che amici di OperaClick mi annunciano eccellente.
      Ciao, a presto.

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  8. fadecas12 12 dicembre 2013 alle 12:11 am

    Caro Paolo,
    ti ringrazio per avere messo a fuoco molto bene un complesso di significati che io non riuscivo a chiarire a me stesso.
    Certo, in quel momento in Violetta si assommano stati d’animo molto diversi. Germont l’ha apostrofata “ex abrupto” in modo offensivo, incolpandola senza perifrasi di essere causa della “rovina morale” (ed anche o forse soprattutto economica) di Alfredo.
    Nella reazione di Violetta si sente l’orgoglio ferito della donna determinata a difendere la propria autonomia, oltre che a discolparsi da un’accusa ingiusta, ma insieme vulnerabile perché consapevole di essere esposta irreparabilmente alla condanna morale della società perbenista che Germont impersona. Da ciò lo scatto di ribellione – secondo me, è più verosimile , stando alla lettera del testo, che Violetta esprima l’impulso di troncare lei stessa il colloquio ed andarsene, piuttosto che invitare Germont a farlo, anche se non in tutte le regie Violetta appare sul punto di chiudere – ma anche l’amarezza di constatare che l’incresciosità della situazione è più grave dal punto di vista di Germont, il detentore appunto della “morale”, che non da quello suo, visto che la società non le riconosce alcun diritto.
    Quindi, un impulso di ribellione subito virato verso un ripiegamento doloroso … ottimo ma, ribadisco, dopo un rapido riascolto di alcune Violette al microscopio su Youtube in questa frase, assai difficile da condensare.
    Bene certo la Netrebko, aiutata anche dagli stacchi molto lunghi, come se riflettesse fra sé e sé, ma non molte altre, anche grandi, protagoniste, quasi sempre, in questo preciso momento, a senso unico (o aggressive tout-court oppure, come dire, slentate nel fraseggio, con poco mordente e rinunciatarie a priori).
    Grazie per la parentesi molto illuminante; anch’io venerdì andrò a vedere Furtwängler venerdì al Rossetti!)
    Saluti Fabrizio

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  9. CASSANDRO 13 dicembre 2013 alle 12:45 pm

    Scusami ancora, Amfotas, se continuo ad intervenire pur essendo digiuno di conoscenze musicali. Ma quella tua conclusione nella risposta che mi hai voluto cortesemente dare, mi ha fatto quasi tremare (pur condividendone completamente, ahimè, il concetto); cioè quando, a proposito della frase di Violetta di cui qui si discute “Donna son io, signore, ed in mia casa; ch’io vi lasci assentite, più per voi che per me”, hai affermato “Violetta è superiore a tutti gli uomini proprio perché incarna il cambiamento, l’evoluzione, la diversità virtuosa dagli uomini. Ci costringe – a noi uomini intendo – a guardarci allo specchio e a realizzare con disagio che noi, al contrario, siamo rimasti sempre uguali: possessivi, infantili, violenti. Siamo tutti Germont, alla fine, e senza distinzioni tra padre e figlio”.

    E’ vero. Se fossi stato Piave (considerami pure presuntuosissimo) avrei aggiunto (scegli tu la tonalità, ma ci vedrei tanto un bell’acuto): “Voi non capite!” (che rima perfettamente con “assentite”), nel senso che lei rinuncia, snobbandolo, quasi fosse una perdita di tempo, di continuare a discutere col sordo che non vuol sentire ( incapace di capire ?) — il quale avrebbe fatto bene nel suo interessse (“più per voi che per me”) ad andare sùbito via, in quanto prima o poi (più poi che prima) comprenderà di avere sbagliato – e che altro non è in fin dei conti che il concetto che mi sono permesso di esporre nei versi di lei che ti mandai allora, contenuti nella composizione “Mezzo bianco e mezzo nero”.

    Ancora scusa per questa incursione da incompetente, ma l’argomento nelle sue linee generali è del massimo interesse: e l’arte secondo me porta ad esporre concetti universali nel particolare.

    E chiudo con la considerazione che Violetta a me sembra fondamentalmente una persona “incompresa” (come in genere sono le donne che svolgono quella certa vita: se fossero state capite dagli uomini quel mestiere sarebbe cessato da tempo) anticipando Camillo Sbarbaro “La vita si ha in prestito solo, via sfugge incompresa”.

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    • Amfortas 13 dicembre 2013 alle 7:31 pm

      CASSANDRO, ciao. Da maschio ho pessima opinione dei maschi, confermata ogni giorno da ciò che si legge sui giornali. Nel caso di Germont padre, certo, la violenza è solo psicologica ma sempre di violenza si tratta.
      Mi sa che su questo argomento – rapporti uomo/donna – siamo tutti incompetenti e soprattutto poco desiderosi di imparare.
      Lo faccio solo per scrupolo, ma ti sottolineo come i tuoi interventi siano sempre garditi 🙂
      Ciao!

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