Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione semiseria della Messa di Requiem di Giuseppe Verdi al Teatro Verdi di Trieste. E qualche domanda al Direttore del Piccolo, quotidiano di Trieste.

Apro segnalando questo link, perché mi pare un’iniziativa interessante e meritevole di diffusione.

Dunque, passata o quasi la sbornia di visite dovuta alla recensione della Traviata scaligera (Howdy, your stats are booming! Mi ha comunicato spesso WordPress), direi che è il caso di tornare ai miei happy few (smile).
Che poi non sono neanche così pochi, ovviamente, ma tornare alla mia naturale dimensione di scribacchino lasciando quella di blogstar in qualche modo mi tranquillizza: almeno non dovrò rispondere ai commenti col mio inglese imbarazzante (strasmile)!Prima della recensione, consentitemi l’ormai consueta filippica, alla quale ormai credo sia il caso di dare un nome, visto che ho intenzione di (ri)proporla per l’ennesima volta. Come possiamo chiamarla? Visto il tono tribunizio credo che Piccolinaria possa andare bene. Mi pare incomprensibile ai più e allo stesso tempo capace di far inorridire chi la interpreta correttamente per l’uso disinvolto di sfiorite reminenscenze classiche.
Perciò mi rivolgo a lei, caro Paolo Possamai, direttore del quotidiano di Trieste, Il Piccolo.
Potrebbe, gentilmente, spiegare per quale motivo il suo quotidiano non dà alcuna notizia degli esiti artistici dei concerti della stagione sinfonica triestina? Insomma, perché non compaiono nelle pagine culturali del giornale quattro righe quattro di recensione? Possibile che due serate che riuniscono – a Trieste, mica a New York  dove ogni sera ci sono mille eventi- circa 2000 spettatori siano considerate meno di niente? Non le pare che compito di un quotidiano sia anche quello di contribuire con l’informazione tempestiva alla crescita culturale della città? Mi piacerebbe saperlo, perché evidentemente i motivi di questo silenzio assordante mi sfuggono. Mi sfugge soprattutto un’altra questione: come mai il logo de Il Piccolo compare tra gli sponsor del teatro sui programmi di sala e i flyer? Un caso, curioso, di doppio autolesionismo? Cioè vi do qualche contributo ma non pubblicizzo (informando) le qualità e caratteristiche del prodotto che sponsorizzo? Cui prodest?
Bene, passiamo ora alle cose meno serie e cioè alla cronaca della serata del 18 dicembre.
Per certi versi questa esecuzione della Messa di Requiem di Giuseppe Verdi, inserita nella programmazione della stagione sinfonica e comunque proposta alla fine dell’anno del bicentenario verdiano, avrebbe potuto accompagnare gloriosamente la morte del Teatro Verdi.
Invece la settimana scorsa il destino, sotto forma di un insperato provvedimento economico della Regione Friuli Venezia Giulia, ha evitato (solo per il momento?) che la vicenda del teatro triestino si aggiungesse alla lunga lista delle disgrazie e delle malefatte politiche del nostro martoriato paese. E quindi se non di resurrezione, si può ben parlare almeno della rianimazione di un paziente che resta in condizioni preoccupanti, ma che può guardare al futuro con un minimo di fiducia. Per l’inferno, a dispetto dei numerosi aspiranti Caronte – anche improvvisati, non c’è più professionalità neanche tra i diavoli – c’è tempo.

Gianluigi Gelmetti

Gianluigi Gelmetti

Da sempre ci s’interroga sulla vera natura del Requiem verdiano. Composizione sacra, certo, ma anche musica religiosa in senso stretto? E la teatralità? C’è anche teatro in questa straordinario lavoro, come sembra suggerire – per esempio – la provenienza dalla prima versione del Don Carlos del Lacrymosa?
Di solito le risposte a queste oziose domande le dà il direttore d’orchestra con la propria sensibilità e Gianluigi Gelmetti – il quale teatralmente colloca le trombe in prima galleria – alla testa di un’eccellente Orchestra del Verdi, orienta virtuosamente l’interpretazione oscillando tra una spiritualità trattenuta e una marcata teatralità.
Questa sorta, mi si permetta, di navigazione a vista rende efficace la direzione di Gelmetti, che esaspera – con qualche episodica sonorità debordante – le dinamiche orchestrali dando rilievo in questo modo sia alla tragicità sia alla riflessiva compostezza insita nella musica di Verdi. E allora ecco da un lato l’attacco violento, sconquassante del Dies irae e la melodiosa cantabilità dell’accompagnamento all’Ingemisco, oppure l’emozionante tremolo degli archi che principia l’Amen.
Fondamentale l’apporto dell’ottimo Coro del Teatro Verdi, una compagine che ha dimostrato una volta di più il suo valore anche quando, come da indicazioni verdiane, deve cantare pianissimo.Fondazione Teatro Lirico G. Verdi
Il quartetto dei solisti mi è sembrato piuttosto in affanno ma nel complesso, considerate anche le poche prove fatte, non ha demeritato del tutto.
La prestazione più problematica è sembrata quella di Gianluca Terranova, che ha sofferto la tessitura dell’Ingemisco soprattutto perché l’accento era più adatto a un personaggio verdiano da anni di galera che a una supplica penitente e le numerose indicazioni di dolce, dolcissimo sono state se non disattese almeno eseguite con parsimonia. Nell’arco della serata l’artista ha figurato meglio nell’Hostias.

Da sinistra: Rachele Stanisci, Laura Polverelli, Gianluigi Gelmetti, Ginaluca Terranova e Enrico Iori

Da sinistra: Rachele Stanisci, Laura Polverelli, Gianluigi Gelmetti, Ginaluca Terranova e Enrico Iori

Enrico Iori si è disimpegnato sufficientemente bene nella difficoltà della parte ma la sensazione, sgradevole, è che la voce sia spesso forzata, manchi di morbidezza e che gli acuti costino molta fatica al cantante. Il Confutatis maledictis, inoltre, mancava di nerbo e autorevolezza.
Buona la prova di Laura Polverelli, che supplisce con l’accento, l’espressività e una linea di canto omogenea ai problemi di una voce di volume non straordinario, che ogni tanto fatica a superare il suono orchestrale che Gelmetti tiene sempre piuttosto corposo.
Convincente, a dispetto di qualche acuto ghermito, la prestazione di Rachele Stanisci, che ha particolarmente ben figurato nell’impegnativo Libera me, reso con intensa partecipazione emotiva.
Questa esecuzione della Messa di requiem ha richiamato un pubblico numeroso, la cui età media (almeno alla seconda recita cui si riferisce questa recensione) era notevolmente più bassa del solito: è un segnale positivo e importante per il teatro e per Trieste.
Alla fine applausi calorosissimi e parecchie chiamate al proscenio per tutti.
A metà gennaio si ricomincia, ancora con lo straordinario Verdi del Ballo in maschera che aprirà la stagione operistica 2014.

Ci rileggiamo per il consueto post natalizio, a presto!

 

 

Annunci

20 risposte a “Recensione semiseria della Messa di Requiem di Giuseppe Verdi al Teatro Verdi di Trieste. E qualche domanda al Direttore del Piccolo, quotidiano di Trieste.

  1. Heldentenor 20 dicembre 2013 alle 12:02 am

    Si, non era male. Le due signore erano meglio del tenore, fare Caruso in tv è un conto mentre cantare in teatro è un’altra faccenda (prima dell’Ingemisco le mi spie riferiscono che sembra si sia fatto il segno della croce……), e del basso che , la sera prima della replica che hai visto tu ha preso male Tuba mirum che non si capiva cosa stesse cantando, manco una nota giusta, oltre ad altri pastrocchi assortiti ( as usual J have the recording). Il soprano ha imbroccato il Libera me, sempre a rischio di andare fuori intonazione e Polverelli mi è piaciuta molto. A Gelmetti piace disporre coro o orchestra in giro per il teatro, a Zurigo il finale del Tell era con il coro in fondo alla platea e nei palchi e gallerie con un notevole effetto. Anche io ho notato l’assenza di commenti sul Piccolo. Gherbitz è morto ? Ribadisco che dovresti scriverci tu. Rispetto al signore che ho citato è come paragonare un buon prosecco alla birra svampita. In gennaio siamo in Ballo, che Dio ce la mandi buona ….ha ha ha , ha ha ha e che baccano sul caso strano……..

    Mi piace

    • Amfortas 20 dicembre 2013 alle 10:56 am

      Heldentenor, ciao. Mah, non so, io mi limito a valutare le prestazioni dei cantanti di volta in volta. In altre occasioni – ricordo un bel Prunier, alcuni anni fa – Terranova mi convinse, magari non ne ho parlato qui. In generale, comunque, credo che per un lavoro così impegnativo come il Requiem le prove siano state pochine e questo non aiuta.
      Sul discorso del Piccolo ti ho già risposto un’altra volta: gli attuali critici hanno tutte le carte in regola per scrivere e scrivere con cognizione di causa. Il problema non sta nei singoli, ma nella politica aziendale, credo.
      Mi spiego meglio: credo che tra i Pearl Jam (che piacciono pure a me, tanto per essere chiari), gli Elbow Strike, le nominations di Sorrentino, la sostituzione di Mengoni con Mika, la presentazione di Masterchef 2013, il rap a Sanremo, i problemi delle gallerie veneziane ecc ecc si sarebbe dovuto trovare un posto per una mini recensione del concerto al Teatro Verdi che, fino a prova contraria, è la più importante istituzione culturale della regione.
      Ciao!
      P.S.
      Ho ricevuto la tua mail, ti rispondo con calma nel pomeriggio e comunque grazie!

      Mi piace

  2. ENRICO IORI 20 dicembre 2013 alle 1:33 pm

    Signor “Heldentenor”, sono il basso Enrico Iori, l’esecutore del Requiem Triestino, premetto che non è mio uso e costume intervenire sui commenti di chi va a Teatro, giustamente in un paese “libero” ognuno può dire la sua, ma visto che lei scrive delle cose accusandomi di non aver cantato una nota giusta nel Tuba Mirum e di aver fatto pastrocchi assortiti, a questo punto la invito, visto che ha anche la registrazione a portata di mano, a sottolinearli, perché da serio professionista ho ben presente quello che canto e quello che eventualmente sbaglio; Al Signor Paolo Bullo volevo chiedere se le risulta che il basso canta nel Tuba Mirum? a me no per niente, questo forse mi perdoni, lo doveva riportare lei quando risponde a Heldentenor e inoltre io non pronuncio mai in tutta l’esecuzione del Requiem la parola “tuba mirum” quindi sinceramente non so di che cosa si stia parlando. Se per caso il Signor Heldentenor fosse un corista dell’esecuzione (ho la libertà di pensarlo) quello che posso dire è fare a lui e a tutto il coro i miei più sinceri complimenti, perché il coro è stato senza mezzi termini straordinario!!!
    Vorrei evidenziare un’altra cosa che sempre il Signor “Heldentenor” sta riportando, sulla questione del Tenore Terranova, non è che Terranova nasce come attore e poi si diverte a fare il cantante lirico rubando il mestiere ad altri, il Signor Terranova che non è un mio amico ma solo un ottimo collega, si è fatto una grande gavetta e grazie ANCHE alle sue qualità attoriali è stato scelto per fare la fiction su Caruso, poi figuriamoci possiamo piacere o non piacere ci mancherebbe, come inviterei il Signor Heldentenor a firmarsi con il suo nome e cognome, senó mi creda è troppo facile sparare sentenze a volte anche gratuite, per dovere di cronaca nei prossimi commenti riporterò le altre due recensioni del Requiem che ho trovato via web, da notare e da chiedersi com’è possibile leggere giudizi, a volte, così lontani ma ormai non ci si stupisce di nulla.
    Concludo dicendo al Signor Bullo, che non ho niente da obiettare su quello che ha scritto, ne prendo atto, solo mi permetta, sempre per dovere di cronaca, doveva fare presente che eravamo reduci da un Requiem la sera precedente e il giorno dopo al pomeriggio subito la seconda esecuzione, forse in un certo senso, si poteva anche arrivare a capire perché ci poteva essere un po’ di affanno e stanchezza, eseguire questo capolavoro non è uno scherzo è come cantare un opera, anzi forse piu’ impegnativa e il riposo vocale è sicuramente una componente importante.
    Cordiali Saluti
    Enrico Iori

    Mi piace

  3. ENRICO IORI 20 dicembre 2013 alle 1:36 pm

    Come specificato nel mio intervento precedente riporto le altre due recensioni che si trovano nel Web

    La Messa di Requiem al teatro Verdi di Trieste
    Scritto da: Paolo Locatelli 19 dicembre 2013 in La Folle Giornata, Musica, Teatro

    Recensione – Con la Messa da Requiem di Giuseppe Verdi, il teatro triestino termina gli appuntamenti in cartellone nell’anno 2013 per la stagione di musica sinfonica, in attesa di inaugurare a gennaio quella di opera e balletto con Un Ballo in Maschera, altro capolavoro del bussetano. Nota è la genesi del lavoro musicale verdiano, dedicato alla memoria di Alessandro Manzoni, figura verso cui il compositore ha sempre nutrito un’ammirazione profonda e sincera, come testimoniano, ancor prima del Requiem stesso, diversi passaggi biografici facilmente rintracciabili nell’epistolario. Quale sia poi la natura prevalente del lavoro, per stile e sensibilità affatto unico nel panorama della musica sacra, rimane ad oggi una sfida affascinante per l’interprete che vi si pone di fronte. Il dilemma di individuare quale sia il carattere della messa, quale la sua anima o il suo messaggio e in quale posizione collocarlo rispetto alla produzione operistica verdiana (che inevitabilmente si intravede tra le pagine del requiem) è affare tutt’altro che risolto ed è compito del direttore scegliere una direzione interpretativa, in base alla propria sensibilità e formazione.
    Gianluigi Gelmetti, a capo dell’orchestra del Teatro Verdi, optava per una lettura di buon passo, privilegiando l’aspetto teatrale ed epidermico della musica. Il maestro dimostrava di saper reggere la tensione senza cedimenti, con mestiere e buon senso, senza ricercare calligrafismi od approfondimenti eccessivi. Gelmetti sceglieva tempi sostenuti, così da andare incontro alle esigenze dei solisti e dell’orchestra, meno brillante che in altre occasioni. Piaceva la compattezza di suono e la precisione: la pulizia degli attacchi e la varietà di dinamiche evidenziavano il buon lavoro del direttore, mentre lasciava qualche perplessità la cura del colore e della qualità di suono (soprattutto gli archi non parevano in forma smagliante) e sarebbe piaciuta una maggiore trasparenza. Al solito convincente il coro preparato da Paolo Vero.
    Luci ed ombre nelle prove dei quattro solisti. Convinceva Laura Polverelli per stile e musicalità; la voce, benché di modesto volume, suonava uniforme e ben emessa, ottimi il gusto nel porgere ed il fraseggio.
    Il tenore Gianluca Terranova, forse in non perfette condizioni vocali, mostrava diverse opacità e spoggiature nella mezzavoce mentre il registro acuto pareva meno brillante che in altre occasioni. Lasciavano buone impressioni tuttavia i tentativi di alleggerire il canto e di lavorare sulle dinamiche.
    Enrico Iori forniva una prova positiva: la voce di buon volume e colore, risultava omogenea e ben controllata; il basso sceglieva di leggere il capolavoro verdiano accentuando la sua dimensione teatrale – impostazione che taluni potrebbero trovare fuori stile – lavorando sulla parola e sull’accento.
    Rachele Stanisci, soprano, a dispetto di una voce poco affascinante per qualità intrinseche, palesava buone intenzioni (che non sempre trovavano realizzazione) cercando un canto sfumato ed espressivo, soprattutto nel “libera me domine”. Purtroppo la voce evidenziava non poche asperità e forzature nel registro acuto, soprattutto nella prima parte di concerto.
    Paolo Locatelli
    paolo.locatelli@ildiscorso.it
    © Riproduzione riservata

    SECONDA RECENSIONE:

    18
    dic
    2013
    1237 – In: Notizie – Versione compatta per cellulari»
    1-stanisci-polverelli-gelmetti-terranova-iori-foto-parenzan-visualart-trieste.jpg

    Entusiastici, prolungati applausi per il “Requiem” di Giuseppe Verdi che ha debuttato ieri con la direzione del M° Gianluigi Gelmetti e l’interpretazione di quattro prestigiosi solisti: Rachele Stanisci (soprano), Laura Polverelli (mezzosoprano), Gianluca Terranova (tenore) ed Enrico Iori (basso); Maestro del coro, Paolo Vero.
    Il capolavoro di Verdi, di cui Brahms affermò “Solo un genio poteva scrivere un lavoro come questo”, nacque inizialmente come opera a più mani per celebrare Gioachino Rossini (Verdi ne compose solo il “ Libera me, Domine”) ma il progetto non riuscì a vedere la luce. Profondamente colpito dalla morte di Alessandro Manzoni, il genio di Busseto decise di comporre e dedicargli una sua opera unitaria: una sorta di grande “Giudizio Universale” nel cui fulcro è posta la celebre sequenza latina “Dies Irae”, scritta, secondo la tradizione, dal francescano Tommaso da Celano. Il “Requiem” venne eseguito trionfalmente per la prima volta a Milano, nella chiesa di San Marco, il 22 maggio 1874 in occasione del primo anniversario dalla morte del grande scrittore.
    Opera sublime dove lo sconforto si fa grido di dolore, la preghiera dramma accorato e la speranza presenza del mistero divino nella vita umana, il Requiem ha trovato nella direzione di Gianluigi Gelmetti un connubio di emozioni ed equilibri pregni di umanità e religiosità; un ritmo travolgente ed incalzante che ha guidato orchestra e coro in un continuo crescendo emozionale. Il dialogo fra i soli e l’orchestra ha fatto trasparire una lettura intima e profonda. Superbo il “Dies irae”, esploso in tutta la sua drammatica potenza in perfetta fusione fra le voci orchestrali e quelle del coro, ben preparato da Paolo Vero. Tempra drammatica e naturalmente dotata di armonici, Rachele Stanisci ha dato prova di appassionato coinvolgimento ma la linea di canto è stata, a volte, discontinua e non del tutto armoniosa fra la veemenza interpretativa di alcuni passaggi e la sofferta dolcezza nei piani e nei filati, alla ricerca di colori e tinte drammatiche come nel bellissimo “Libera me, Domine”. Intensa, ottima e raffinata prova quella di Laura Polverelli che ha cesellato “Liber scriptus” con profonda sensibilità interpretativa spaziando fra sfumature di colore e fraseggi intimistici, pathos e dolcezza. Toccante l’ “Agnus dei”, interpretato con la Stanisci. Gianluca Terranova ha conquistato il pubblico sin dalle prime note del Requiem e Kyrie introduttivi, poi a quattro voci e coro. Ma è stato soprattutto nell’ “Ingemisco” che si è molto apprezzata la sua appassionata sensibilità di interprete: trasporto e devozione, l’eleganza delle mezzevoci e la raffinatezza dei chiaroscuri, i pianissimi esemplari ed il vigore interpretativo particolarmente profondo ed armonioso. Magnifico il “Confutatis” di Enrico Iori che ha visto il suo registro vocale spaziare fra fraseggi dove toni scuri e profondi si alternavano armoniosamente ad altri, robusti e vigorosi dando alle parole un senso di quasi rassegnata predizione.

    MARIA LUISA RUNTI
© Riproduzione vietata

    Mi piace

    • Amfortas 20 dicembre 2013 alle 2:24 pm

      Caro Maestro Iori, le rispondo volentieri.
      Nella recensione è specificato che si tratta della seconda di due recite: lo si evince facilmente da due passi dal testo. Il primo quando scrivo, lamentando la mancata recensione del quotidiano locale che due serate che riuniscono…circa 2000 spettatori ecc ecc. Il secondo quando, parlando del pubblico specifico la cui età media (almeno alla seconda recita cui si riferisce questa recensione).
      Ha invece ragione sul Tuba mirum, avrei potuto segnalare a Heldentenor che ha preso un granchio e non l’ho fatto, concentrandomi su altri aspetti del suo commento. In ogni caso le chiedo scusa e lo faccio senza problemi.
      Per quanto riguarda la due recensioni segnalate, mi consentirà di non pronunciarmi almeno perché sono riferite alla serata precedente e non a quella oggetto del mio articolo.
      Mi consenta ancora una piccola chiosa. Lei dice che avrei potuto ipotizzare che la compagnia di canto risentisse delle fatiche precedenti, io invece credo che non sia mio compito trovare scuse a nessuno. L’unica cosa che io “devo” fare è essere onesto nelle mie cronache e descrivere, senza troppi fronzoli, ciò che ho sentito.
      Un caro saluto e, già che ci sono, le auguro un felice Natale.
      Paolo Bullo

      Mi piace

      • Enrico lori 20 dicembre 2013 alle 3:21 pm

        Egregio Sig Bullo, intanto grazie per il suo intervento, forse non mi sono spiegato bene sul mio ultimo pensiero, mai é poi mai chiederei a un recensore e quindi a lei di scrivere tenendo conto delle attenuanti, non sarebbe onesto e soprattutto non sarebbe rispettoso per il pubblico che paga lo stesso prezzo del biglietto e quindi ha diritto di godere della stessa identica qualità di esecuzione, firmiamo un contratto che é anche un impegno non solo lavorativo ma morale a fare del nostro meglio e sappiamo prima a che cosa andiamo incontro e ci prendiamo tutte le responsabilità; infatti non ho obiettato nulla di quello che ha scritto che poi sia più o meno d’accordo é un’altra questione ma quella, mi perdoni, la rendo solo alla mia coscenza e alla mia onestá professionale, non intervengo in un blog a difendermi soprattutto quando ci sono commenti anonimi, qui si possono sfogare tutti e dire quello che vogliono ma fino a quando non si affermano cose che non sono corrette o diffamatorie a livello gratuito e chiaramente non mi riferisco a lei, mi sono solo limitato a dirle che forse sapendo di due esecuzioni vicinissime qualcuno poteva anche comprendere il motivo di un affaticamento sulla seconda esecuzione, ma era solo una considerazione non un imposizione, spero di essermi spiegato meglio, Lei ha parlato di seconda esecuzione certo, ma una seconda esecuzione poteva avvenire anche a tre giorni di distanza. Rinnovo i miei più sentii Auguri di Buone Feste Natalizie a lei e ai suoi cari, Cordialmente Enrico Iori

        Mi piace

      • Amfortas 20 dicembre 2013 alle 4:33 pm

        Maestro Iori, ok, ci siamo spiegati e credo vada bene così. Confido anche in un intervento di Heldentenor il quale, se vorrà, le darà qualche informazione in più sulla propria identità o quant’altro.
        Non so quanto potranno interessarle le mie parole, ma sull’anonimato – non di Heldentenor, ma in generale – la penso come lei.
        Le rinnovo gli auguri!

        Mi piace

  4. Heldentenor 20 dicembre 2013 alle 6:00 pm

    Ovviamente parlavo di :”Mors stupevit ” . Sembra, a risentirlo,incerto come era parso in teatro. Capisco, si entra a freddo e bisogna cantare subito bene e talvolta non riesce. Abbia pazienza il Maestro Iori, sicuramente è in grado di fare meglio,mi è parso in difficoltà anche nel Confutatis al primo “…gere curam mei finis…” ma la critica anche di un loggionista incallito che ne ha visto tante e di tutti i colori fotografa “quel momento”. Non si inalberi e la prenda come una critica costruttiva. Di norma, quando vado a teatro, e vedo uno in qualche difficoltà, in palcoscenico, e non è il caso suo ,mi pareva più in difficoltà il tenore Terranova, e ben lo scrive Locatelli nella prima recensione, soffro per lui, perchè so quanto difficile sia cantare e quanto imponderabile sia il fatto di cantare bene, Il raffreddore, un po di catarro, un respiro preso male, la sfiga, tutto concorre. Detto questo, ritengo bisogni accettare le critiche, e lavorare di più per fare sempre meglio. Chi va a teatro spera sempre di sentire l’interpretazione perfetta, che ritiene, in tutta onestà, sia quella che deriva da un collage di tutte quelle sentite in precedenza. Poi non si deve andare mai in teatro prevenuti, come i loggionisti della Scala che fanno bu a prescindere. Un’ultima considerazione: alla fine uno lo sa da solo se ha cantato bene o meno bene, Potrei citare cantanti affermatissimi che in camerino mi hanno detto”…scusami, stasera ho fatto male qui, qui e qui…”.

    Mi piace

    • Enrico Iori 20 dicembre 2013 alle 7:21 pm

      Signor Heldentenor, se lei crede che io penso di aver fatto l’esecuzione perfetta si sbaglia di grosso, mi sta mettendo parole e atteggiamenti che io non ho e non fanno parte del mio dna, ne sono testimoni i miei colleghi a cui ho detto esattamente come penso sia andata, non mi conosce e la prego di non sparare sentenze anche sulla mia persona, lei ha scritto una serie di cose e io sono intervenuto sulla base di quello che lei ha riportato pubblicamente, secondo lei devo stare zitto e prendermi le critiche in modo costruttivo, fossero almeno costruttive rispondo, lei é stato solo un maleducato perché c’é modo e modo di dire le cose, e usare termini come “pastrocchio” per me é una cosa offensiva, le sue spie le hanno anche riportato che Terranova si é fatto il segno della croce e allora ??? Che cosa voleva sottolineare con questo? Prenderlo in giro? evidenziare un momento di difficoltà?, ma si rende conto cosa scrive? Prima di pubblicare certe cose io la inviterei a riflettere visto che probabilmente é una persona matura e non un ragazzino, ma dietro a un nome inventato siamo tutti leoni, certo….. Non si preoccupi che non mi do un bel voto per questa esecuzione ma visto che lei é così capace di individuare i pastrocchi abbia l’onesta di non scegliere solo una vittima, scavi bene e vedrà che ce n’é per tutti e che forse l’esecuzione perfetta si può fare solo in studio di registrazione….. E con questo non intervengo più chiedo scusa al Signor Bullo se ho abusato troppo di questo spazio e vado a studiare le note del Mors Stupebit…..

      Mi piace

  5. Amfortas 20 dicembre 2013 alle 7:11 pm

    Heldentenor, Mors stupeBit, non hai fatto il classico eh? 🙂
    Il resto, eventualmente, lo lascio a Iori.
    Ciao.

    Mi piace

  6. Heldentenor 20 dicembre 2013 alle 9:15 pm

    Petrarca sez.C , diploma nel 75. Spero di risentire Iori, e gli chiedo scusa se si è offeso, ma ripeto che tutto serve a migliorarsi. In quanto a Terranova, se stava male doveva farsi sostituire come fa sempre quell’asino di Kaufmann………..

    Mi piace

    • Iris 21 dicembre 2013 alle 8:19 am

      Cooosaaaa???? Heldentenor vacci piano che ora mi offendo io!!!! 🙂
      Che c’entra ora il mio adorato?
      A parte gli scherzi, trovo, magari vi sembrera’ ovvio, che il Requiem di Verdi sia davvero un’opera megagalattica, un po’ come una cattedrale di quelle che ti tolgono il fiato. Ho sempre pensato che sia molto “rock”. Voi che dite? Intendo, sicuramente per il periodo in cui e’ stato composto, e’ davvero molto avanti.
      Pace e bene a tutti.
      IRIS

      Mi piace

      • Amfortas 21 dicembre 2013 alle 9:23 am

        Iris, ciao! Sarebbe interessante fare una specie di confronto tra i vari Requiem, o perlomeno tra i più noti. Di solito in sede di recensione non ci si occupa troppo della genesi delle opere, se non in casi particolari. In realtà sarebbe utile, ma porterebbe via davvero troppo tempo. I Requiem più “rock” nell’accezione che intendi tu sono per me il War Requiem di Britten e quello di Mozart.
        Ciao 🙂

        Mi piace

    • Amfortas 21 dicembre 2013 alle 9:15 am

      Heldentenor, se vuoi ti do un po’ di ripetizioni di latino, allora…

      Mi piace

  7. Poliziano 21 dicembre 2013 alle 10:23 am

    Anfortas, sei grande!! :clap: :clap: :clap: :clap:

    Mi piace

  8. Heldentenor 21 dicembre 2013 alle 4:26 pm

    Tempora mutantur et nos mutamur in illis…….a memoria eh…….

    Mi piace

  9. Heldentenor 23 dicembre 2013 alle 11:09 pm

    Hahahahahahah!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: