Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi al Teatro Verdi di Trieste: una breve introduzione semiseria.

La storia della genesi del Ballo in maschera di Giuseppe Verdi, opera che aprirà la stagione 2014 del Teatro Verdi di Trieste, passa anche attraverso la veloce descrizione dei problemi che compositore e librettista (Antonio Somma) ebbero con la censura del tempo. Non è certo una novità, ma in quest’occasione davvero sembra che oltre all’ottusità dei censori politici– che sono scemotti per default (smile) – anche il caso ci abbia messo del suo.
Provo a sintetizzare brevemente.
I dirigenti del San Carlo di Napoli volevano, nel 1856, che Verdi scrivesse per il teatro l’opera che avrebbe aperto la stagione successiva.
Da molto tempo Verdi e Antonio Somma covavano il desiderio di scrivere un’opera tratta da Re Lear di Shakespeare – era una specie di ossessione di Peppino, che se la trascinò dietro per decenni – ma il progetto saltò per vari motivi, non ultima la circostanza che Verdi stesso non ritenne all’altezza la compagnia di canto proposta dalla dirigenza del teatro napoletano.
Così, dopo tiramolla infiniti tra le parti in causa, l’idea del Re Lear scomparve come lacrime nella pioggia e dall’oggi al domani, come un fungo (smile), comparve Gustave III ou Le Bal masquè un lavoro firmato da Eugène Scribe da cui il compositore francese Daniel Auber aveva tratto nel 1833 un Grand-Opéra.
Il soggetto trattava di un omicidio politico e cioè l’uccisione del Re di Svezia Gustavo III per mano di una cricca esecrata di congiurati.Fernando_II_de_las_Dos_Sicilias_2
“Grandioso, vasto e bello” disse Verdi, che al momento, evidentemente, non si rese conto bene di cosa volesse dire mettere in scena una trama e un soggetto del genere nella Napoli dei Borboni, a un anno di distanza da un attentato a Ferdinando II nel quale il Re si salvò per miracolo.
La censura napoletana si scatenò e dettò qualche regolina.
Le indicazioni andavano dall’assoluto divieto che il protagonista dell’opera fosse un Re (al massimo un Duca, e già si ritenevano generosi) alla retrodatazione della vicenda in epoca precristiana. Inoltre il protagonista doveva essere pieno di rimorsi per il suo abortito amore adulterino e i congiurati spinti al tradimento non dal desiderio di potere ma da non si sa bene che cosa.
Come se non bastasse, in scena non dovevano comparire armi e, chicca finale, nella scena del ballo non dovevano comparire maschere. Il che, per un’opera che si chiama Un ballo in maschera, è piuttosto limitante (strasmile).  Ci sarebbe voluta un’ispirazione magrittiana (smile) per il titolo: Questo NON è un ballo in maschera.magritte_pipe
Antonio Somma, nonostante tutto, si mise al lavoro per scrivere il libretto di un’opera che avrebbe dovuto svolgersi “nel tempo in cui la barbarie pagana lottava colla civiltà cristiana” ma, ovviamente, l’ambientazione stonava con i caratteri dei personaggi che erano pensati per altra epoca.
Alla fine, tra compromessi e liti varie, si raggiunse un punto d’incontro trovando un accettabile accordo nello spostare la vicenda nel XVII secolo e intitolando l’opera Una vendetta in domino. Resta il fatto che Antonio Somma non doveva essere così soddisfatto (smile!) perché firmò il testo con uno pseudonimo o meglio con l’anagramma del suo nome: Tommaso Anoni!
Tutto a posto? No, perché proprio il 14 gennaio 1858, alla presentazione del libretto alla censura, capitò che a Parigi Napoleone III subisse un attentato e perciò tutti a casa (smile). O meglio, come disse Verdi stesso:
Mi hanno proposto queste modificazioni (e ciò in via di grazia): 1° Cambiare il protagonista in signore, allontanando affatto l’idea di sovrano; 2° Cambiare la moglie in sorella; 3° Modificare la scena della Strega trasportandola in epoca in cui vi si credeva; 4° Non ballo; 5°L’uccisione dentro le scene; 6° Eliminare la scena dei nomi tirati a sorte. E poi, e poi e poi! Come supporrete questi cambiamenti non possono accettarsi: quindi non più l’opera!
Seguirono querele, casini, denunce e Addio mia bella Napoli (smile).
Verdi e Somma ci riprovarono a Roma, dove peraltro anche a quei tempi c’era il Papa e la censura scherzava pochino. C’era il vantaggio che Gustavo III era stato proposto in un teatro di prosa ma, nonostante ciò, prima di arrivare al giorno del debutto si dovette pasticciare ancora spostando tutto a Boston e cambiando il nome di Gustavo in Riccardo.
Finalmente, il 17 febbraio 1859, l’opera andò in scena al Teatro Apollo con grandissimo successo di pubblico e le solite lamentazioni della critica che arrivò a definire il libretto “una profanazione in versi”.
Per chiudere, qualche ulteriore curiosità semiseria.

Eugenia Julienne- Dejean

Eugenia Julienne- Dejean

Il soggetto dell’opera attirò l’attenzione di parecchi compositori e tra questi anche Vincenzo Bellini (“ le situazioni sono belle, bellissime e nuove!”), il quale se ne andò da questo mondo prima di poter cominciare il suo lavoro.
Nel 1841 Vincenzo Gabussi mise in scena una Clemenza di Valois basata sul lavoro di Scribe e due anni dopo, Mercadante (su libretto di nientemeno che Salvatore Cammarano) presentò l’opera Il reggente al Regio di Torino.
Verdi, come spesso gli succedeva, non era particolarmente soddisfatto del cast assemblato per la prima: era convinto solo dal tenore Gaetano Fraschini. Proprio da Trieste gli arrivarono notizie sconfortanti sullo stato vocale della primadonna, Eugenia Julienne- Dejean. Così, tanto per non farsi mancare nulla, ci litigò durante le prove e solo l’intervento di Giuseppina Strepponi evitò il peggio.
Bene, è tutto. Di musica in senso stretto parleremo in sede di recensione.
Un saluto a tutti, alla prossima!

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14 risposte a “Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi al Teatro Verdi di Trieste: una breve introduzione semiseria.

  1. daland 5 gennaio 2014 alle 9:03 pm

    Vedo che la regìa è ripresa da un’idea del compianto Samaritani. Peccato, perché sarebbe ora di fare qualcosa di innovativo, che so: protagonista un Papa (per carità, mica l’attuale, ma uno del “tempo in cui la barbarie pagana lottava colla civiltà cristiana”) che tresca con il segretario particolare del Capo delle Guardie Svizzere, il quale lo trafigge con l’alabarda d’ordinanza alla fine di un sinodo in… borghese.
    Come direbbero i fan delle regìe moderne, a Verdi piacerebbe un mondo!
    Ciao e buon divertimento!

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  2. Winckelmann 5 gennaio 2014 alle 9:24 pm

    Beh, Calixto Bieito aprì il suo Ballo al Liceu coi congiurati seduti sulla tazza. Una ciascuno, doveva essere una sorta di toilette per comitive.
    Il Ballo di Samaritani è quello fatto a Parma qualche tempo fa? Ho visto qualche foto di scena e mi pareva suggestivo. Non era così quello di Zeffirelli alla Scala, quello dei fischi alla Verrett. Vidi una delle recite successive alla prima, la Verrett se ne era andata e al suo posto cantava Mara Zampieri, dirigeva Abbado e gli altri erano Pavarotti, Cappuccilli e Obrastzova. Una grande serata, ma le scene le ricordo proprio brutte.
    A riprova che bello e brutto stanno sia di qua che di là… 🙂

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    • Amfortas 6 gennaio 2014 alle 9:57 am

      Winckelmann, Bieito, ormai lo sappiamo, è capace di tutto. Il Ballo che citi è un must (dell’orrore) però allo stesso regista dobbiamo anche la Carmen che si fa da un paio d’anni nella tua città, magnifica (la Carmen e anche la città). Quel Ballo di Zeffirelli era bruttino forte, molto meglio questo allestimento “triestino” che è proprio lo stesso di Parma.
      Poi sul fatto che bello e brutto stanno ovunque, sai che sono super d’accordo!
      Ciao e grazie 🙂

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      • Winckelmann 6 gennaio 2014 alle 11:50 am

        Bieito, sperabilmente finita l’epoca pubblicitaria (per lui e per i teatri che lo ospitavano) dei congiurati sulla tazza e del Parsifal nella vasca da bagno ha dimostrato di essere un regista vero. Oltre alla Carmen della Fenice ho visto alcune sue produzioni di prosa e le ho trovate straordinarie.
        Magnifica la mia città? tutto bene lì, vero? 🙂

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      • Amfortas 6 gennaio 2014 alle 12:52 pm

        Winckelmann, sì certo, Bieito è comunque artista talentuoso anche se al contrario di te non ho visto nulla di teatro di prosa.
        Hai ragione, sull’orrida Venezia, mi sono lasciato andare per un attimo 🙂
        Ciao!

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  3. Daniele Scarpetti 5 gennaio 2014 alle 10:57 pm

    Grazie Paolo, è sempre un piacere leggerti e…imparare!

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  4. furiop 5 gennaio 2014 alle 11:26 pm

    Il Dolcetti (Le opere liriche spiegate al popolo)…
    “Renato vien saver (…)
    che Amelia la ga fato el suo dover,
    che Ricardo xe stado cavalier
    e che quei gropi in fronte, tondoleti,
    che ‘l senti spuntar de un per de giorni
    i xe do brufoleti
    e no afato do corni!”

    “El libreto xe fato un fià coi pìe
    ma Verdi co’ le bule melodie,
    fate col cuor, ne dà la comozion.”

    Aggiungo, non solo “col cuor”, ma con tecnica, razionalità, istinto drammatico e amore per il suo pubblico.

    Sul forum di Operaclick, nel thread “Integrale verdiana in CD (un consiglio al giorno)” è consigliata per l’ascolto l’edizione RCA
    Leinsdorf, Bergonzi, Price, Merrill, Verrett (ma c’è chi stravede per Solti, Pavarotti, Price, Ludwig, Battle…).

    Avendo Spotify in abbonamento posso farmene un’idea, anche se il digitale rovina l’orecchio, anche se, come dice il Prof. Frova in “Armonia celeste e dodecafonia” (pag. 284) “Nella nostra accettazione del suono musicale, un ruolo decisivo è svolto dall’assuefazione”

    Furio P.

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    • Amfortas 6 gennaio 2014 alle 10:07 am

      Furio, mitiche quelle trame :-), sai che ieri stavo per andare a vedere al Revoltella l’Aida e la Carmen? 🙂
      Interessantissima la considerazione sull’accettazione del suono, davvero.
      Su OperaClick so molto bene quello che succede :-). Ci sono grandissime interpretazioni delle singole arie anche nel passato remoto, non sto neanche ad elencarle.
      Come sempre il cast del Ballo ideale sarebbe un puzzle. Io ci metterei Bergonzi, M.Price, Bruson, Gruberova e la Verrett come Ulrica. Solti sul podio e regia di Bieito 🙂

      Ciao!

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  5. Heldentenor 8 gennaio 2014 alle 6:10 pm

    Da bambino ho ascoltato fino a consumare il disco Gianni Poggi, Antonietta Stella ed Ettore Bastianini, più grandicello ho visto Lucianone in teatro nell’orrida…con la Orlandi Malaspina e Mario Sereni, bei tempi. Certo che è una ben strana opera, al sublime si alterna il ridicolo, ma ha momenti entusiasmanti. Spezzo una lancia a favore dei cantanti a km zero….non potevano prendere la Zanetti per fare Oscar (non sono il suo agente…hahahaha)? Vado alla generale col secondo cast e domani alla prima. Attendo la puntuale recensione di Amfortas.

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    • Amfortas 8 gennaio 2014 alle 7:14 pm

      Heldetenor, magnifica la Stella! Io vedo la prima e se ho tempo un’altra replica. Il discorso dei cantanti a km 0 è complesso e…doloroso per certi versi. Ora però è tempo di scordarsi dei dischi, perché le recite live hanno sempre un fascino particolare. OperaClick recensira anche il secondo cast, a domani ciao.

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  6. Alucard 10 gennaio 2014 alle 1:24 pm

    Grazie per l’introduzione Amfy! Ti rigrazio sennò poi magari ti offendi 😛

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