Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Il Parsifal di Richard Wagner al Teatro Comunale di Bologna: la regia di Romeo Castellucci fa discutere.

pars II atto

II atto

La settimana scorsa ero a Bologna, dove sabato ho visto la prova generale del Parsifal del centenario (nel 1914, nella città felsinea, l’opera debuttò in Italia).
Ieri sera si è svolta la prima e, da quello che ho capito, gli esiti artistici complessivi sono stati positivi nonostante – com’era ovvio – qualche sonora contestazione alla regia.
E proprio dell’allestimento parlerò in questo articolo e in particolare della regia di Romeo Castellucci che firma anche scene, costumi e luci.
Già leggendo la locandina si nota una circostanza singolare per un’opera lirica e cioè la presenza di un (una, nello specifico) drammaturgo, Piersandra Di Matteo. Il drammaturgo nel teatro lirico evoca immagini sinistre, perché significa che, in qualche modo, l’azione e il testo del libretto saranno rielaborati. In scena perciò non andrà l’opera come la conosciamo ma qualcosa che s’ispira più o meno liberamente all’opera stessa.
Operazione difficile e per certi versi temeraria, soprattutto quando i bidelli del Walhalla – così sono definiti, con un pizzico di cattiveria e fastidio, i wagneriani ortodossi – sono in servizio permanente effettivo.
Ma non voglio perdermi troppo in sottili distinguo, perché dal mio punto di vista la situazione è chiarissima.
Romeo Castellucci, che non è nome che si possa liquidare con un paio di battute ironiche, mette in scena il suo Parsifal che con quello di Wagner c’entra il giusto e cioè pochino, soprattutto per un non trascurabile motivo: Wagner considerava il Parsifal un dramma sacro e invece, a mio parere, l’ispirazione di Castellucci è laica. Ripeto, parere mio.

pars I atto

I atto

Devo ai miei happy few un’altra precisazione. Quest’articolo è scritto senza tenere conto delle note di regia. Non è superbia ma un omaggio al regista e la testimonianza che ho provato a capire, ho cercato di far sì che il Parsifal di Castellucci mi parli e mi suggestioni.
Spiegare o anche solo descrivere questo spettacolo è impossibile, ed è anche la sola certezza che troverete nelle mie righe.
La realizzazione dell’idea registica è straordinaria, dal lato scenotecnico questo è uno degli spettacoli più belli cui abbia assistito negli ultimi anni.
Già all’inizio c’è un’immagine simbolo, quella di Nietzsche – non sto a spiegare, so che i wagneriani capiranno – che è insidiata da un pitone albino, metafora vivente del tarlo del dubbio, di quel rapporto fortemente conflittuale tra il filosofo e il compositore.
Definisco il primo atto d’ispirazione quasi ecologista.

I atto

I atto

La foresta di Montsalvat è un organismo che vive e respira con i suoi abitanti (meraviglioso l’impianto luci e incredibili le proiezioni a cura di Apparati Effimeri), i Cavalieri del Graal. La Natura e l’Uomo vivono in armonia ma arriva Parsifal e spezza questo equilibrio uccidendo il cigno. La selvaggia Kundry, che ha a suo tempo spezzato altri equilibri trova, forse, un sodale. La ferita di Amfortas in qualche modo si espande e inghiotte tutto, toglie vita, appiattisce ogni cosa nel gelido nulla dell’indifferenza.

II atto

II atto

E questo tragico gelo lo ritroviamo nel secondo atto, quando un terribile Klingsor avvelenato dalle droghe e immerso nello spazio surreale di un non luogo devastato dall’inquinamento, manipola corpi di donne con la cinica professionalità di un macellaio. Anche qui le luci giocano un ruolo fondamentale: livide, algide, eppure allo stesso tempo capaci di evocare una violenza inaudita, quella sulle donne corruttrici, donne doppiamente violentate nei corpi (legate in stile bondage) e nel loro essere più intimo (l’oscena esposizione della vagina, quasi fosse un pezzo di carne). Le fanciulle fiore cantano in Barcaccia, fisicamente sostituite sul palco da contorsioniste. Le proiezioni in questo caso ci mostrano il selvaggio coito (che, come sappiamo, in realtà non avviene) tra Parsifal e Kundry.

III atto

III atto

Nel terzo atto, per me il meno riuscito, si torna nella foresta, ormai ridotta a un singolo cespuglio o forse un ramo. Parsifal è alla testa di una moltitudine di persone (in abiti borghesi) che marciano disciplinatamente dietro di lui. Evidente (oddio, spero che sia così) il richiamo al quadro Quarto Stato di Giuseppe Pellizza. Il puro folle con le sue gesta si è guadagnato l’onere e l’onore di redimere il mondo e guida l’umanità in un lungo viaggio attraverso lo spazio alla fine del quale, ahimè, il popolo lo lascia da solo. Perciò, nessuna redenzione.
Mi rendo conto di come sia improbabile che dalle mie righe si capisca qualcosa di questo spettacolo, ma almeno ci ho provato (strasmile).
Ho tralasciato parecchie cose, in realtà, perché davvero l’allestimento sovraccarica di simboli un’opera che è già fittissima di simbologia. Credo che questa circostanza sia il vero punto debole dello spettacolo di Castellucci.
E poi mi pare sia onesto – non me ne vorrà il regista – porsi un’altra domanda: che idea si sarebbe fatto del Parsifal di Wagner uno spettatore che non ne conoscesse almeno per sommi capi la trama?

Ѐ tutto, alla prossima!

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30 risposte a “Il Parsifal di Richard Wagner al Teatro Comunale di Bologna: la regia di Romeo Castellucci fa discutere.

  1. Winckelmann 15 gennaio 2014 alle 1:41 pm

    Il tuo dubbio finale aleggia cupo quasi sull’intero panorama delle regie odierne. Ma è anche vero che è meglio che queste operazioni siano fatte su opere tutto sommato note perché da sempre presenti in repertorio, piuttosto che non su lavori che nessuno ha mai conosciuto in versione aderente all’originale.
    Detto questo, la tua recensione mi ha messo una gran curiosità. Sarò a Bologna questo sabato e ho una gran voglia che questo spettacolo mi piaccia. 🙂

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  2. petrossi 15 gennaio 2014 alle 1:57 pm

    Carissimo, sono curioso di come la regia ha risolto le relazioni finali tra Parsifal, Amfortas e Kundry, unita alle azioni “se ne va”, “si mette con”, “muore”, “scopre il Graal”, “custodisce il Graal”.
    Finora l’unica versione che *non* ho visto è Kundry che rimane custode del Graal e Parsifal che si mette con Amfortas.
    Nell’ultima vista al cinema da Londra Parsifal se ne va; in altri casi Kundry scopre il Graal, Amfortas muore, Parsifal resta e rimane custode; in altri ancora Kundry (come dovrebbe essere) muore e non si capisce se tra Amfortas e Parsifal si crea una diarchia (come nel caso del Milan).

    Ovviamente non si tratta di uno scherzo: ognuna delle soluzioni proposte lascia intendere una interpretazione di questo oscuro finale su cui non si smette di dare interpretazione (in particolare sul Redentore/Liberatore Redento/Liberato). Interpretazione sul ruolo della Donna, sulla missione del Salvatore, sul rapporto tra Maschile e Femminile, sulla possibilità di redimersi, sul Potere e sulla Religione, sul ruolo dell’Arte…

    Furio

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    • petrossi 15 gennaio 2014 alle 2:00 pm

      scusa la grammatica e l’ortografia… la fretta!

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    • Amfortas 15 gennaio 2014 alle 4:38 pm

      Funrio, qui il problema è risolto perché il Graal…non c’è 🙂 almeno secondo l’iconografia più classica.
      Il fatto è che questo allestimento non dà risposte ma pone ulteriori domande.
      Giuro che neanche nei miei sogni più perversi avrei mai pensato che si potesse parlare contemporaneamente di Parsifal e del Milan. Peraltro la Barbara potrebbe essere una discreta Kundry, chiedere a Pato per chiarimenti 🙂
      Ciao e grazie!

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      • petrossi 15 gennaio 2014 alle 7:27 pm

        In effetti non c’era neanche nell’edizione londinese, o meglio: il Graal era un letto d’ospedale che accoglieva i malati o da cui uscivano i giovanetti che dovevano dare il loro sangue (in favore dei cavalieri? di Titurel? Ritualmente?).
        Alla fine Parsifal apre per sempre la stanza dell’ospedale, lasciando libero per sempre il letto e se ne va per il mondo.
        Qui la lancia non ha alcuna funzione di ricongiungimento lancia+calice = mascolino+femminino (mi sarei però francamente aspettato un ruolo del catetere ingiustamente trascurato dal regista…).
        Alcuni finali alternativi li ho visti in http://www.monsalvat.no/erlosung.htm .
        Comunque ben cantata a Londra (ma il giardino era un vaso cubico trasparente con una piccola pianta striminzita dentro…).

        Ciao!

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      • Amfortas 15 gennaio 2014 alle 8:29 pm

        Furio, qui non c’è neanche la lancia :-). Detto così sembra che in questo allestimento non ci sia nulla e, invece, come ho cercato si spiegare c’è troppo!
        Per quanto riguarda i cantanti il rendimento mi è sembrato, alla generale, sovrapponibile agli esiti della prima con un eccellente Gurnemanz e un Parsifal più che buono, gli altri a seguire. Credo invece che alla prima sia migliorato di parecchio l’amalgama orchestrale.
        Ciao!

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      • petrossi 16 gennaio 2014 alle 1:39 pm

        Vedo su youtube ( http://www.youtube.com/watch?v=lE-qmhNQeFc ) un video di presentazione del DVD del Parsifane nell’edizione del Teatro della Monnaie: dice però il regista che lo spettacolo di Bologna è ancora diverso (sempre su youtube vedo la sua intervista). Comunque non sarà il Parsifal immaginato da Wagner, ma da come ne parli dev’essere stato qualcosa di veramente emozionante.

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      • Amfortas 16 gennaio 2014 alle 2:12 pm

        Furio, ciao! Perché dici che il regista è diverso? C’è scritto anche su YT che è Romeo Castellucci. In ogni caso sì, è un Parsifal emozionante 🙂
        Ciao e grazie!

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  3. daland 15 gennaio 2014 alle 8:16 pm

    Lo vedrò la prossima settimana con grande interesse. Da “vile tecnico” sono curioso di capire come il regista ci rappresenta la trasformazione del tempo in spazio: tu che mi puoi dire?

    Ciao!

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    • Amfortas 15 gennaio 2014 alle 8:32 pm

      Daland, mi fai una domanda alla quale è davvero difficile rispondere. In generale ho trovato che le proiezioni e le luci siano bellissime ed evocative, credo che avrai risposta alla tua recita. Sono contento che vada anche tu a Bologna, come Winckelmann qui sotto, e attendo la tua recensione che sarà scrupolosa come sempre.
      Ciao e grazie!

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  4. Laura Pezzati 15 gennaio 2014 alle 8:50 pm

    Grazie! Ho apprezzato particolarmente il finale : effettivamente credo che se uno spettatore conosce per filo e per segno il Parsifal entra almeno in stato confusionale…

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  5. Elena Percivaldi 16 gennaio 2014 alle 9:39 am

    D’accordo praticamente su tutto, gran bel pezzo, complimenti 🙂

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  6. Giorgio 17 gennaio 2014 alle 9:48 am

    Caro Amfortas, con tutti i limiti del caso ho sentito per radio il Parsifal ieri sera. Devo dire che ero molto prevenuto nei confronti del direttore d’orchestra; nulla di personale, ma con Parsifal ho visto crollare più di un “gran nome”. Saranno stati gli effetti benefici della radio, ma mi è sembrata un’esecuzione assolutamente orginale, con un forte accento drammatico e “terreno” ed una cura del particolare molto interessante. Ho apprezzato il senso della tensione emotiva, molto evidente (forse a volte anche troppo) sin dalle prime battute ed impresso a tutta l’opera. Come dire, una lettura originale, ma non provocatoria a tutti i costi. L’orchestra, con qualche problema, si è lasciata perdonare, in quanto sicuramente ha dato il massimo e si percepiva una forte partecipazione. Ancor più difficile per radio apprezzare i cantanti e meno che mai la regia … Giorgio

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    • Amfortas 17 gennaio 2014 alle 10:46 am

      Giorgio, ciao! Grazie della testimonianza alla quale non posso aggiungere nulla perché non ho ascoltato la diretta. Come ho già detto qualche commento fa, i giudizi sostanzialmente positivi letti qui e altrove su Abbado e l’orchestra mi fanno pensare che dalla generale in poi le cose sono andate meglio, e mi fa piacere.
      Ciao e grazie!

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  7. Daniele Scarpetti 18 gennaio 2014 alle 12:07 am

    Ciao Paolo! Caspita vieni a Bologna e non mi vieni a trovare?
    Purtroppo ho ascoltato l’opera alla radio e dubito assai che potrò vederla direttamente in teatro. Ma
    ho ascoltato le interviste e, soprattutto ho ascoltato l’intervista di Castellucci qui: http://radio.rcdc.it/archives/parsifal-castellucci-reinventa-il-mito-131422/
    Qualcuno, non ricordo chi, ha detto che i tre atti vanno visti come: il primo un io (l’uomo), il secondo un tu (la donna) e il terzo un noi (la società). A me sembra, alla luce delle parole del regista, molto pertinente questa tesi. E se la tesi fosse ritenuta valida, più che Pelizza da Volpedo e il suo Quarto Stato in cammino- che rappresenta una società di derelitti solidali in cerca di un loro riscatto – fa pensare ad una moltitudine anonima di persone appartenenti alla borghesia che, nella loro triste solitudine vanno verso la loro auto-distruzione.

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    • Amfortas 18 gennaio 2014 alle 2:38 pm

      Daniele, ciao, intervento interessante il tuo. A Bologna mi sono fermato poco e avevo una riunione lunghina alle 11, poi il Parsifal e a quel punto ero in piedi già da 18 ore 🙂 , che per un vecchietto come me sono tantine.
      Quando ho tempo vado a sentire l’intervista anche se, te lo dico subito, mi convinco sempre più che Castellucci abbia messo troppa carne al fuoco, confortato anche da altri pareri che ho letto. Voglio dire, è vero che si deve andare all’opera preparati, ma non si può neanche pretendere che lo spettatore medio abbia una cultura enciclopedica.
      Ciao e grazie, speriamo all aprossima mia venuta a Bologna 🙂

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  8. Andrea Puggioni 18 gennaio 2014 alle 5:13 pm

    Ero anch’io alla generale, a saperlo prima mi sarebbe piaciuto conoscerla!
    La mia impressione è che la regia fosse frutto di una sessione di brainstorming andata male. Quattro idee, tutte buone ma nessuna abbastanza forte per reggere l’opera intera. Ecologia, scena vuota, modernità distaccata, società in marcia.
    Assolutamente d’accordo sul fatto che lo spettacolo fosse più adatto a un pubblico esperto: ne ho avuto prova diretta con i miei amici tedeschi della Bayreuth Gesellschaft che se la sono abbastanza goduta, mentre gli italici novizi erano piuttosto confusi. Ricordiamo che quando cala un telo bianco sul rito del primo atto è scattato un applauso a scena aperta: orrore! Le scelte di regia insensate allontanano chi non ha già il callo perchè non li fanno capire niente. Nel secondo tutti si domandavano chi fosse Anna,tied,me,now: mah!
    Musicalmente tutto diretto abbastanza lirico: ottima scelta per primo e terzo atto. Ma il secondo può essere reso molto più significativo se suonato un po’ più novecentesco, più Wozzeck diciamo e meno Nona di Beethoven.
    Non mi è piaciuta granchè Anna/Kundry, cantante più che interprete del ruolo.
    Per il resto chapeau al Comunale che ha avuto la dignità di celebrare un centenario bello e difficile in questi tempi grami di tagli.

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    • Amfortas 19 gennaio 2014 alle 10:06 am

      Andrea, le tue osservazioni sono condivisibili. Oggi dovrei sentire un po’ di persone presenti alla recita di ieri, vediamo che ne pensano loro, è gente esperta.
      Il teatro bolognese, come ben dici tu, ha vinto comunque!
      Quanto a me, visto che in tanti qui e in privato chiedono di conoscermi, ho deciso che farò come Elisa: annuncerò le date del mio tour 🙂
      In realtà sto cercando di implementare Twitter qui su WordPress, ma per ora non ci sono riuscito…
      Ciao e grazie!

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      • Winckelmann 19 gennaio 2014 alle 3:21 pm

        Ecco uno che era alla recita di ieri. Sarei io.
        Ne valeva la pena, fuor di ogni dubbio, perché l’esperienza del Parsifal è una di quelle che vanno fatte ogni volta che si può (tanto sono poche! :-)), perché musicalmente è stato uno spettacolo notevolissimo (come dici tu: ottimi Abbado e l’orchestra, Gurnemanz su tutti, poi Parsifal poi gli altri a vari livelli). Ho trovato la regia densa di idee interessanti e lo spettacolo contiene alcuni momenti memorabili. Ma il buco della ciambella a mio parere è riuscito solo a metà, sia perché come tu dici il troppo un po’ stroppia, sia perché parecchio di questo troppo fa parte del più trito e visto bric-à-brac del regista contemporaneo. Quando sono entrate le fanciulle fiore col mitra volevo uccidermi…
        Non so se sarò capace di dare forma alle perplessità e ai dubbi anche di carattere generale che questa regia mi ha fatto nascere. Se si, li posterò di là da me, ma più in là. Ciao!

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      • Amfortas 20 gennaio 2014 alle 8:56 am

        Winckelmann, grazie della testimonianza. Alla fine, nella sostanza, siamo tutti concordi nella valutazione di questo spettacolo e non succede spesso. E, lo voglio ribadire onore e gloria allo staff del Comunale di Bologna!
        Ciao e grazie.

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  9. Angelica 24 gennaio 2014 alle 2:29 am

    Sono appena tornata dallo spettacolo e mi sono messa alla ricerca di pareri. Premetto che conoscevo la storia per averla letta da bambina in un libro di storie wagneriane e non mi aspettavo quello che ho visto, che corrispondeva solo a grandi linee a quello che avevo letto. Mentre ho trovato la realizzazione musicale assolutamente dignitosa, sulla regia ho molto da dire. Il primo atto, con la foresta, l’ho trovato molto gradevole. Originale, con una lettura nel complesso comprensibile anche ai non addetti (però spiegatemi il cane in scena. Stava così tranquillo che sembrava anestetizzato). Ho cominciato a innervosirmi nel secondo atto, con la storia del bondage, di cui si era fatto un gran parlare, e dell’origine du monde in carne (poca) e ossa.. Ho provato molto disagio, così come voleva il regista – almeno immagino – , e non perchè sia una bacchettona. Il fatto è che la riduzione della figura fenmminile a pezzo di carne, da esporre o appendere come in una macelleria, l’ho trovata molto offensiva e con una visione assolutamente maschilista. Naturlamente fermo restando che, a sapere le intenzioni del regista, l’idea in sè è geniale. Al’inizio del terzo atto c’è un momento magico in cui le comparse non sono ancora in scena ma si intravvedono sullo sfondo dietro alla tela con delle luci in mano e l’effetto è straordinario. Poi entrano un po’ alla volta e cominciano a camminare. Anch’io ho pensato al Quarto Stato ma, come ha già detto qualcuno in un commento precedente, sembrano più membri alla borghesia che operai e contadini, quindi non ne ho capito il senso. E poi, scusatemi, ma il tapis roulant era rumoroso, sui piano si sentiva moltissimo, con l’aggiunta di scricchiolii cadenzati, e disturbava. E’ l’opera che deve soggiacere all’espediente teatrale che la realizza o viceversa? E’ stato come ascoltare musica classica in MP3 con le cuffiette in autobus. Resa sonora necessariamente scarsa. Ultima osservazione: chi ha tradotto il libretto ha usato Google traduttore? Non si capiva nulla. Frasi scomposte, disordinate, dove quello che sembrava il soggetto era invece il complemento oggetto. “Cui” elargiti a piene mani, del tutto a casaccio. Anche la punteggiatura sembrava distribuita a manciate. Tant’è vero che una virgola è rimasta appesa alla tenda bianca che viene tirata in un cambio di scena. Insomma: tante buone idee, altre a mio parere meno buone ma anche tanta confusione.

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