Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione semiseria del Paese del sorriso di Franz Lehár al Teatro Verdi di Trieste.

Finalmente è tornata a Trieste l’operetta, appunto il Paese del sorriso di Franz Lehár. Come dicevo nel post precedente non è il caso di parlare di “festival”, ma semmai di un auspicio per un ritorno della manifestazione in un prossimo futuro. Un augurio che però vista la situazione economica contingente – non so voi, ma io non riesco a essere ottimista per gli anni a venire – potrebbe restare tale, un po’ come quando si augura stammi bene a un amico malato gravemente. Ok, vedo che vi state esercitando in inquietanti gesti apotropaici (smile).
2014-06-17 19.32.56

Per l’occasione è stato riproposto un allestimento di proprietà del Teatro Verdi e firmato da Damiano Michieletto, qui ripreso da Eleonora Gravagnola.
Che dire? Non è un allestimento particolarmente stimolante, che vanta una certa eleganza nelle scene, nei costumi e soprattutto nelle luci ma che sostanzialmente sembra in linea con la stagione meteo: rinfresca un po’, ma non ha una sua identità specifica. Manca, a mio parere beninteso, la rappresentazione di quel periodo storico ben illustrato da Gianni Gori nel saggio pubblicato pochi giorni fa. Manca sentimento e calore, quell’atmosfera sospesa tra decadenza e gioia di vivere che caratterizza questo genere musicale.foto di F.Parenzan-8939 Il paese del sorriso Verdi-TS
A suo tempo avevo scritto così:

Il regista veneziano non delude le aspettative e crea un allestimento molto gradevole, d’ispirazione pittorica, anche se forse un po’ statico. Tutto si svolge intorno a una struttura semisferica fissa, che nell’arco dello spettacolo si trasforma da campo da golf a camera da letto sino a prigione di un non meglio precisato palazzo imperiale. Molto suggestiva la scena d’apertura, che vede i personaggi avvolti da un grande velo che scompare verso l’alto, come se la musica desse loro vita. Alla fine, in linea con la conclusione malinconica , il velo ricoprirà di nuovo i protagonisti.

Rivisto ieri sera, sarà forse che con gli anni m’incarognisco, non me la sento di ripetere un giudizio così positivo. Mi pare un allestimento invecchiato male e in fretta, come certi miei compagni di classe che ho visto alla cena per i quarant’anni dalla maturità. Solo che in questo caso, di anni, ne sono passati solo sei.
Le cose sono andate meglio dal punto di vista musicale, ma siamo comunque lontani – soprattutto, anche qui, come spirito – da ciò che dovrebbe animare un’operetta. Mancava brio, brillantezza, mancava uno sguardo disincantato, un po’ blasé.
Molto buona la prova dell’Orchestra del Teatro Verdi, guidata da Antonino Fogliani il quale non si scervella troppo nel cercare tesori nascosti nella partitura ma almeno non ci fa sentire pesantezze e clangori che avrebbero ucciso la serata, trovando anche qualche momento suggestivo nell’accompagnamento ai cantanti.foto di F.Parenzan-9828 E.Bakanova-A.Scotto di Luzio  in Il paese del sorriso Verdi-TS
Ekaterina Kabanova, dopo i trionfi a Venezia e Udine, esordiva a Trieste nei panni di Lisa e credo si possa sicuramente scrivere di una prestazione buona del soprano. La cantante, nonostante una non perfetta – eufemismo – conoscenza della lingua italiana si è ben disimpegnata in una parte che vocalmente le sta a pennello. Inoltre, la voce, non torrenziale ma ben proiettata e omogenea in tutti i registri, è di timbro gradevole e sale con facilità agli acuti. Suppongo che nelle prossime recite il suo rendimento possa ulteriormente migliorare.
Alessandro Scotto di Luzio mi è sembrato ancora acerbo per la parte di Sou-Chong, che richiederebbe uno strumento più corposo e un timbro caldo, capace di ammantare di sensualità – almeno – il celeberrimo Tauberlied. In ogni caso la sua prova è stata corretta, anche se certo non coinvolgente.
I personaggi di contorno sono quelli che meglio hanno restituito lo spirito dell’operetta, seppure non dotati di voci di straordinarie qualità.
Ho apprezzato molto Ilaria Zanetti, che ha delineato una Mi vivace in scena ed espressiva con la sua voce da soprano soubrette, adatta alla parte. La Zanetti è una risorsa locale – chissà come sarà contenta di vedersi definita così (strasmile) – che il Verdi dovrebbe tenere presente più spesso.
Se l’è cavata bene anche il tenore Andrea Binetti nel ruolo del Conte Gustav, che è sempre un piacere vedere in scena perché è energico e divertente.
Sara Alzetta ha fatto valere la sua esperienza attoriale nei panni di un’assatanata Sua Eccellenza Hardegg.foto di F.Parenzan-0060 S.Faucci e A.Binetti-Il paese del sorriso Verdi-TS
Funzionali alla riuscita dello spettacolo tutti gli altri, che meritano la citazione: Simone Faucci (Capo degli Eunuchi), Adele Amato de Serpis (Lore), Gualtiero Giorgini (Tschang), Maurizio Rapotec (Conte Ferdinand) e Adriano Giraldi (Fu-Li).
Bene il Coro e tutto sommato apprezzabili le coreografie di Sandhya Nagaraja.
La buona notizia è che il pubblico è tornato ad affollare il Verdi. Certo, siamo lontani dalle adunate oceaniche dei bei tempi del Festival dell’operetta, ma credo che – altra botta di ottimismo – quegli anni non torneranno più.
Tutta la compagnia artistica è stata promossa dal pubblico che ha applaudito a lungo lo spettacolo.

Un saluto a tutti, alla prossima!

Lisa Ekaterina Bakanova
Il Principe Sou-Chong Alessandro Scotto di luzio
Mi Ilaria Zanetti
Il Conte Gustav von Pottenstein Andrea Binetti
Lore Adele Amato de Serpis
Sua Eccellenza Hardegg Sara Alzetta
Tschang Gualtiero Giorgini
Il Conte Ferdinand Lichtenfels Maurizio Rapotec
Fu-Li Adriano Giraldi
Il capo degli Eunuchi Simone Faucci
Direttore Antonio Fogliani
Regia Damiano Michieletto ripresa da Eleonora Gravagnola
Scene Paolo Fantin
Costumi Silvia Aymonino
Coreografie Sandhya Nagaraja
Orchestra e Coro del Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
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6 risposte a “Recensione semiseria del Paese del sorriso di Franz Lehár al Teatro Verdi di Trieste.

  1. Enrico Bruno 19 giugno 2014 alle 7:42 am

    D’accordo quasi su tutto…ma dov’era la gente???? Io ho il posto in linguine ed era tristemente del tutto vuoto!!!

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    • Amfortas 19 giugno 2014 alle 8:34 am

      Enrico, a me hanno detto che anche in loggione c’era gente, non so cosa risponderti. In ogni caso la platea era affollata e in generale il pubblico era molto più numeroso che nelle ultime occasioni.
      Del resto la crisi di affluenza non è certo prerogativa esclusiva del nostro teatro…a Torino stanno facendo un Rake’s progress per i parenti dei cantanti.
      Ciao e grazie.

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  2. Heldentenor 19 giugno 2014 alle 9:10 pm

    Qui loggione, alla prima occupati forse un terzo dei posti,Tornando a casa c’erano certi baretti del triangolo delle bevude, piazza Unità e zone limitrofe, con molta più gente che in loggione. Come far venire a teatro costoro ? A vedere oltretutto uno spettacolino leggero e immediatamente digeribile come l’operetta ? Scene bruttarelle, direi che è il Paese del kuguluff, tale mi sembra l’elemento principale della scena. Per le voci, bene Bakanova, Scotto di Luzio a tratti nel registro acuto perde di consistenza e produce un suono sforzato e un poco sgradevole, al limite. Zanetti Binetti sono bravi e simpatici. poco altro, Sulle coreografie, ho nella mente e negli occhi i numeri di ballo nelle operette del buon Landi……….

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    • Amfortas 20 giugno 2014 alle 8:56 am

      Heldentenor, ciao. Sono molto pessimista perché, oggettivamente, non vedo alcun motivo per venire in teatro che non sia la passione. Ora, la passione non si insegna, è qualcosa che viene da dentro e che nasce da esigenze specifiche e differenti per ciascuno di noi. Non mi pare che la società odierna stimoli nulla che non sia fretta, competitività e approssimazione. Con queste premesse, secondo te, quanti si possono appassionare alla lirica, “piccola” o grande che sia? Ecco.
      Ciao e grazie.

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  3. principessasulpisello 22 giugno 2014 alle 4:27 pm

    bello che Trieste abbia mantenta questa tradizione

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