Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

A chi fa paura il sindacato? Intervista molto seria a Daniela Astolfi, rappresentante di categoria al Teatro Verdi di Trieste.

Questa intervista è stata pensata per OperaClick, ma credo possa essere interessante anche per i lettori del mio blog. Un saluto a tutti.

In queste ultime settimane le ferali notizie dal Teatro dell’Opera di Roma hanno quasi monopolizzato l’attenzione di pubblico e addetti ai lavori. La grande visibilità data alla vicenda da tutti gli organi d’informazione e giornalisti – anche e soprattutto quelli generalisti, che normalmente di opera non si occupano mai e in ogni caso non distinguerebbero un teatro da un barattolo – ha creato un’enorme sovraesposizione dei problemi (che esistono da… sempre!) delle fondazioni e dei teatri in generale.

Daniela Astolfi

Daniela Astolfi

In particolare contro il sindacato è partita una vergognosa campagna denigratoria, che ha raggiunto toni di esasperata violenza verbale sui social network, favorita anche dall’anonimato e fomentata dalla rabbia terribile che proviamo per la tragica contingenza economica, che toglie a tutti serenità. Le poche volte che si sono visti interpellati, i sindacalisti (anche sulle reti televisive nazionali) sono stati vilipesi a prescindere da tetri personaggi che hanno fatto della provocazione gratuita il loro profumatamente pagato mestiere.
OperaClick ha pensato di dare la parola proprio a un(a) sindacalista.
Daniela Astolfi, flautista nell’Orchestra del Teatro Verdi di Trieste, rappresentante Rsu Libersind Confsal del Verdi e segretario provinciale Libersind Confsal, ha accettato di rispondere a qualche domanda anche scomoda.

Daniela, entro subito a gamba tesa e le faccio una domanda fastidiosa. Queste indennità (chiamiamole col loro nome, perché se le definissi privilegi mi risponderei da solo) di cui si parla e straparla ci sono davvero ancora? Se sì, ce le può spiegare nel dettaglio, con qualche esempio?

La domanda non risulta particolarmente fastidiosa anzi ho piacere di chiarire quanto una campagna mediatica diffamatoria sta riportando in questi giorni con finalità puramente strumentali che hanno l’unico scopo di giustificare la decisione vergognosa e illegittima del Sovrintendente e del CDA dell’opera di Roma di licenziare i 182 colleghi di Coro e Orchestra.
Diciamo che alcune indennità sono previste dal Contratto di lavoro nazionale e altre dai contratti integrativi. Sarebbe poi da chiarire che i contratti nazionali per le Fondazioni Lirico Sinfoniche non vengono rinnovati da oltre dieci anni, il costo della vita è aumentato e i nostri stipendi sempre fermi e nel rinnovo non sarà previsto alcun adeguamento economico. I contratti integrativi sono concordati in azienda e firmati non solo dai sindacati ma anche dalla Direzione della Fondazione, qualsiasi indennità in essi contenuta non è decisa solamente dalle organizzazioni sindacali ma concordata con i dirigenti in base alle risorse economiche disponibili. Per quanto riguarda Trieste non abbiamo indennità particolari, l’unica voce “indennità” che trovo nella mia busta paga è l’indennità strumento prevista dal contratto nazionale. Probabilmente chi legge i giornali, dove siamo dipinti come fannulloni e privilegiati, non sa che i professori d’orchestra utilizzano i propri strumenti musicali che hanno un costo. Ad esempio io suono il flauto, l’ottavino e il flauto in sol che in totale valgono più di 30.000 euro e che necessitano di manutenzione continua. Ogni mese in busta paga ricevo una somma minima di 60 euro lordi per i miei strumenti. Penso che in tutta la mia carriera lavorativa con questa indennità non ammortizzerò i costi sostenuti per l’acquisto e la manutenzione degli strumenti, così come non succederà ai miei colleghi che suonano strumenti ad arco o l’arpa che sono di gran lunga più costosi e che richiedono l’acquisto continuo delle corde. Lo stipendio medio a Trieste di un professore d’orchestra è di 1800 euro comprese le indennità e per un artista del coro di 1500 euro, non mi sembrano retribuzioni faraoniche.

In qualità di dipendente di una fondazione lirica prima e di sindacalista poi, quali sono state le sue reazioni dopo la notizia del “pasticciaccio brutto” romano? Qualcuno, da una parte o l’altra della barricata, ha esagerato?

La mia prima reazione è stata d’indignazione verso la Dirigenza e il CDA e contemporaneamente di grande preoccupazione per i 182 colleghi dell’opera che verranno licenziati senza che ci sia stata una seria trattativa sindacale. Ho pensato a quale genere di classe dirigente ancora amministra alcune Fondazioni, alle laute retribuzioni dei suoi componenti e all’incapacità di Fuortes di stabilire un confronto con i rappresentanti dei lavoratori o magari adottare su delibera del CDA soluzioni diverse dal licenziamento. Fuortes quando s’insediò parlò di pareggio di bilancio per il 2014, in seguito la Fondazione del Teatro dell’Opera ha aderito alla legge Bray per i debiti pregressi ma la Dirigenza e le organizzazioni sindacali non sono riusciti a redigere un piano aziendale condiviso perché a parere di alcune sigle sindacali il piano proposto dalla Direzione era privo di contenuti quindi non sottoscrivibile. Non sono così sicura che Muti abbia lasciato l’Opera di Roma per le rimostranze di coro e orchestra avvenute negli ultimi mesi. Fuortes ormai colpevolizza per qualsiasi cosa i lavoratori, dice che lavorano poco, ma chi organizza il lavoro? Non è lui? Non è forse suo compito programmare più attività per impegnare coro e orchestra? Dice che concede tanti permessi artistici perché i dipendenti si esibiscono altrove, ma è lui che li concede e li firma, non è contento che i “suoi” musicisti vengano richiesti altrove a dimostrazione delle loro capacità? A Trieste quando un dipendente chiede un permesso per motivi artistici non percepisce la retribuzione nei giorni di permesso. A Roma ci troviamo di fronte all’ennesimo attacco ai lavoratori, le responsabilità delle cattive gestioni economiche delle varie amministrazioni che si sono succedute ricadono ora su coro e orchestra usati come capro espiatorio. La legge Bray tra l’altro prevede sì la razionalizzazione del personale artistico, ma inteso come massimo utilizzo, non come drastico licenziamento.
Il compito della Direzione è di confrontarsi con le rappresentanze sindacali, non quello di edulcorare la pillola giustificando licenziamenti a mio avviso illegittimi, e creando un modello eventualmente esportabile in altre Fondazioni. Il braccio di ferro, sia da una parte sia dall’altra deve arrivare sino a un certo punto, dopodiché si devono trovare delle soluzioni che non possono coincidere con il licenziamento di coro e orchestra. Pensare di precarizzare il lavoro ricercando in tal modo economie e nuove forme organizzative è un metodo antieconomico e in antitesi con quanto avviene nei maggiori Teatri europei. Le professionalità dei lavoratori vanno valorizzate aumentando la produttività, salvaguardando la storia e la tradizione delle Fondazioni cercando di attirare pubblico, sponsor e consensi.

Come mai a Roma hanno pensato di lasciare a casa in blocco orchestra e coro senza toccare tecnici, artigiani e le altre masse che compongono l’organico teatrale?

Considero ciò che è successo a Roma un’azione punitiva e un attacco al settore. Fuortes – sbagliando, a mio parere – sostiene che orchestra e coro costino eccessivamente in rapporto alla produttività. In realtà la programmazione è decisa dalla dirigenza e la tipologia di lavoro tra amministrativi/tecnici e gli altri è del tutto diversa perché coro e orchestra, per esempio, necessitano di ore di studio e pratica al di fuori della presenza fisica in teatro.

Si dice che i teatri siano pieni di lavoratori in eccesso assunti per raccomandazioni politiche. Si dice anche che vi siano molti fannulloni. È vero? Nel caso vi sia un fondo di verità, si può risolvere il problema analizzando i singoli casi senza colpire in massa?

Mi pare ovvio ribadirlo, ma a quanto mi consta i lavoratori entrano in teatro attraverso selezioni e/o concorsi. A lei risulta diversamente? Sono gli incarichi dirigenziali che, diciamo così, cadono dall’alto. Qualche volta succede che le persone siano competenti, altre volte… meno. E non voglio eludere la sua domanda: se qualche singolo sbaglia è giusto che paghi di persona, ma varrebbe per tutti, mica solo per i lavoratori meno protetti.

Mi corregga se sbaglio, mi pare che l’ultimo sciopero al Teatro Verdi di Trieste risalga al 2010. C’è un motivo per cui la conflittualità a Trieste è meno pronunciata rispetto ad altre fondazioni?

Penso che gli scioperi siano l’ultima arma alla quale i sindacati debbano ricorrere quando non riescono a portare a termine una trattativa. Perseverare con gli scioperi a volte è inutile o anche deleterio. A Trieste lo sciopero del 2010 fu dichiarato contro la legge 100 che penalizzava le Fondazioni e non a causa di malumori interni al Verdi. Non è assolutamente vero che all’interno del Verdi non ci sia un confronto, a volte anche serrato, con la Direzione ma fortunatamente siamo riusciti a instaurare un rapporto costruttivo tra le parti volto alla risoluzione delle problematiche aziendali. Per la stesura del piano aziendale previsto dalla legge Bray la RSU, il Sovrintendente Orazi e il Direttore Operativo Tasca hanno affrontato riunioni fiume protrattesi per vari giorni sino a trovare una soluzione condivisa che salvaguardasse i posti di lavoro pur penalizzando i lavoratori a causa del taglio di una parte della retribuzione integrativa che sarà progressivamente recuperata attraverso economie interne. Fortunatamente il Sovrintendente Orazi non si è comportato come Fuortes e la RSU si è dimostrata compatta e responsabile.

Spesso si leggono dichiarazioni online e sulla carta stampata in cui i sovrintendenti sostengono che “si vorrebbe far lavorare di più coro e orchestra ma i costi sono eccessivi”. Che significa? Glielo chiedo perché le persone normali, che delle dinamiche interne a un teatro non sanno nulla, faticano a comprendere.

Non solo i Sovrintendenti “vorrebbero far lavorare di più”, qui al Verdi la RSU insiste quotidianamente su questa linea e pochi mesi fa i lavoratori hanno firmato una richiesta al Sindaco e al Sovrintendente nella quale chiedevano di produrre di più. La risposta della Direzione data alla RSU è che il rapporto tra costi di produzione artistica ed entrate è in difetto, costa di più produrre che avere entrate, fatto salvo per realtà che lavorano su bacini d’utenza molto grandi e con regimi fiscali maggiormente contenuti.
Il fatto è che a Trieste nel corso degli anni sono stati ridotti ai fini del risparmio. Le faccio alcuni esempi: i componenti del coro dovrebbero essere 76 e oggi sono 57; l’orchestra dovrebbe contare su 101 elementi e attualmente ce ne sono 83, i tecnici sono passati da 79 a 63. E così via, perché vale per gli amministrativi e i maestri collaboratori. Addirittura il corpo di ballo che contava 12 elementi oggi non esiste più. Di conseguenza per aumentare la produzione in molte opere ci si dovrebbe rivolgere, tramite selezioni e audizioni, a personale esterno con contratto a tempo determinato, che significa costi aggiuntivi.
La realtà è che i teatri d’opera producono un genere musicale che necessita di sovvenzioni adeguate, e questo dovrebbero capirlo i nostri politici che negli anni hanno tagliato il FUS. I costi non sono solo quelli del personale come si fa credere, ci sono costi per la sicurezza del Teatro, per il mantenimento in sicurezza dei macchinari di palcoscenico, i costi delle scene, registi, direttori d’orchestra. I soggetti impegnati per la messa in scena di uno spettacolo sono tantissimi. A Trieste si sono fatte economie su tutte le figure impiegate nell’esecuzione degli spettacoli, garantendo al pubblico un’ottima qualità. Non è necessario pagare un direttore d’orchestra o regista decine di migliaia di euro per avere un buon risultato. Bisogna poi pensare che il pubblico ha una capacità di spesa ridotta, vista la crisi generale del paese. Sarebbe giusto fare un lavoro di formazione con il pubblico del futuro ossia un lavoro con le scuole e i giovani che purtroppo sono abituati a format TV basati su soap opera, Grande Fratello, Amici e generi simili. Al Verdi è stata appena presentata un’interessante stagione sinfonica che andrà a integrare la stagione lirica che a breve sarà presentata. Si è iniziato inoltre a presentare al pubblico una serie di concerti con brani contemporanei al Ridotto del Verdi. Il pubblico va abituato al teatro, sono stata positivamente colpita durante la trasferta in Oman che il Verdi ha appena effettuato. Il teatro di Muscat, un teatro recente che s’impegna in produzioni lirico-sinfoniche, presenta dei “Family Concert”, cioè dei brevi concerti sinfonico corali, ogni brano viene presentato e spiegato e l’afflusso del pubblico va via via aumentando perché la gente inizia a conoscere e apprezzare la musica. Il pubblico a Trieste ci è stato sempre vicino, così come Regione e Comune.

Come si devono interpretare, a suo parere, le grandi e innegabili differenze di produttività tra la maggior parte dei teatri italiani e quelli stranieri? È solo una questione di risorse o c’è altro?

All’estero i fondi statali, regionali e comunali per la cultura sono di gran lunga superiori a quelli erogati in Italia.
Ricollegandomi alla vicenda dell’Opera di Roma, vorrei evidenziare che Dominique Meyer, sovrintendente della “Staatsoper di Vienna”, a smentita di quanto affermato da Fuortes, ha recentemente dichiarato che i più importanti Teatri d’opera d’Europa che ambiscono a una grande produzione e a un livello artistico d’eccellenza sono dotati di masse artistiche stabili. Continuo a chiedermi se chi ha deliberato di procedere ai licenziamenti all’Opera di Roma conosca questi particolari o abbia mai visitato i maggiori teatri d’Europa.
In Italia serve una volontà politica che sostenga la cultura e le Fondazioni lirico sinfoniche; credo che se ciò avvenisse i lavoratori sarebbero i primi a proporre accordi, anche penalizzanti dal punto di vista economico-normativo, finalizzati alla conservazione del loro posto di lavoro. In tanti teatri italiani, a riprova di quanto ho appena affermato, i lavoratori hanno già accettato decurtazioni degli stipendi pur di mantenere il lavoro e questo è sintomatico dei loro propositi a differenza di quelli messi in atto dalla dirigenza dell’Opera di Roma.

Secondo la sua esperienza, com’è percepito all’esterno (dalla gente comune, voglio dire) il lavoro del professore d’orchestra o del coro?

Il nostro lavoro è poco conosciuto: ultimamente siamo dipinti come privilegiati, la stampa cerca il fenomeno, il caso, sminuendo le nostre professionalità; i politici, d’altro canto, vogliono dimostrare che risparmiano quando invece tagliano solo sulla povera gente e non sui loro privilegi. Non credo che tutti conoscano i sacrifici che i musicisti fanno e nemmeno quelli che le loro famiglie sostengono per permettere loro di studiare e acquistare gli strumenti musicali. Un musicista continua a studiare per tutta la sua carriera e oltre all’espletamento del normale orario di lavoro è necessario che ogni giorno si eserciti anche a casa per presentarsi al meglio a concerti e spettacoli. La nostra professione è molto selettiva e faticosa: in molti iniziano a studiare nei conservatori ma pochi riescono a svolgere la professione perché per entrare in un’orchestra o un coro bisogna sostenere dure selezioni, il più delle volte lontano da casa.
Essendo inoltre la formazione professionale fornita dai conservatori italiani insufficiente ad affrontare audizioni e concorsi, quasi sempre dopo il diploma è necessario che i neo diplomati frequentino corsi di specializzazione molto costosi. Il tutto nella speranza di poter vincere un posto di lavoro in uno dei pochissimi teatri italiani.

I sindacati spesso sono divisi, quando non addirittura in perenne disaccordo. L’unità d’intenti del sindacato è un obiettivo raggiungibile o è una chimera?

I sindacati sono ormai tanti perché le idee e le prerogative sono diverse e soprattutto, ci si confronta con realtà locali che hanno ognuna peculiarità specifiche. Credo che con l’attuale crisi del nostro paese sia difficilissimo non trovare compromessi per la risoluzione dei problemi. A volte i lavoratori pensano che i sindacati abbiano la bacchetta magica per risolvere l’irrisolvibile mentre spesso, come accaduto a Roma, ci si trova davanti a dirigenti che fanno dei lavoratori il capro espiatorio. L’unità sindacale arriva con il senso di responsabilità che un sindacalista deve avere pensando al posto di lavoro dei dipendenti che rappresenta e alla sopravvivenza dell’azienda. Credo che il dialogo tra le parti sia fondamentale così come la chiarezza d’intenti al fine di raggiungere un obiettivo condiviso.

Mi dice un paio di iniziative che, a suo parere, sarebbe opportuno intraprendere per far capire alle persone che la chiusura di un teatro è una tragedia? Voglio dire anche per chi non ci ha messo e ci metterà mai piede.

In Italia bisognerebbe iniziare a investire nella cultura affinché tutti ne comprendano l’importanza; proprio per il fatto che non si è proceduto in tal senso molte persone non sono mai state educate e stimolate a entrare in un museo o in un teatro, non hanno mai avuto la fortuna di ascoltare un’opera o un concerto o addirittura non hanno mai letto qualche libro. Più che di cultura si dovrebbe parlare di capitale culturale che ci permette di metter in relazione istruzione e produzione culturale. Il nostro patrimonio culturale deve essere uno strumento di sviluppo economico, di sviluppo sociale, uno strumento per far uscire i poveri dall’emarginazione e dalla povertà intesa in tutte le sue declinazioni. Con la chiusura dei teatri, di qualsiasi genere, si nega la possibilità ai normali cittadini di poter conoscere, apprezzare ed anche giudicare quanto di più bello è stato creato dai grandi geni dell’umanità.
Le iniziative? Far conoscere l’opera e la musica in tutti i suoi generi sin dai primi anni di scuola, far entrare i ragazzi e le loro famiglie a teatro facendo conoscere loro le nostre radici culturali, invitandoli a essere curiosi e a fare delle scelte ponderate. Solo così si potranno rendere conto di quanto perderebbero se i teatri chiudessero.

Ha mai pensato di trasferirsi all’estero?

Io ho studiato anche all’estero ma mentre mi ci trovavo ho sempre avuto una gran voglia di tornare in Italia. Sono stata fortunata perché ho avuto la possibilità di trovare diverse opportunità di lavoro e pur non essendo nata a Trieste ho scelto di restarci perché adoro questa città, a fatica la lascerei. Ogni tanto, vedendo il disastro del mio paese mi verrebbe voglia di scappare all’estero dove i musicisti vengono considerati diversamente. Ma resto qui a perché amo il mio Teatro e vorrei che le cose in Italia cambiassero.

Ogni tanto la politica si inventa qualche nuova formula. Di questi tempi è molto in voga la frase “fare sistema”. Secondo lei, come si potrebbe fare davvero sistema nel campo delle fondazioni liriche?

Negli ultimi anni si sono susseguite varie leggi e decreti per la riforma delle fondazioni lirico-sinfoniche e per il loro risanamento economico. Devo dire che erano una più deleteria dell’altra. La legge Bray è stata l’unica a fornire strumenti reali, anche se discutibili, per il risanamento delle fondazioni in crisi finanziaria e Trieste ha dovuto aderire alle sue disposizioni.
A mio avviso il punto di partenza per un’amministrazione coerente e virtuosa delle fondazioni lirico-sinfoniche dovrebbe essere la certezza della quantità e della corresponsione dei finanziamenti pubblici; non è possibile infatti conoscere lo stanziamento FUS anno per anno o ancor peggio, com’è avvenuto negli anni scorsi, scoprirne il taglio in corso d’opera dopo che contratti e accordi con terzi erano già stati stipulati. Gli enti locali e lo stato garantendo finanziamenti certi in tempi certi consentirebbero ai teatri di poter pianificare la loro attività in maniera virtuosa e a riparo da spiacevoli sorprese finanziarie.

Bene, noi abbiamo finito qui, Daniela, ma può essere che sul sito di OperaClick o sui social network attraverso i quali condivideremo questa intervista i lettori eccepiscano o facciano ulteriori domande. Grazie per la disponibilità, buon lavoro e buona fortuna.

Sono disposta a rispondere alle domande dei lettori, grazie a voi per l’opportunità che mi avete dato e per il lavoro che fate che è preziosissimo soprattutto oggi che l’opera sembra meritare sui mezzi d’informazione quattro righe distratte.

Ovviamente anche qui sul mio blog sono aperti, per chi ne ha voglia, i commenti.

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18 risposte a “A chi fa paura il sindacato? Intervista molto seria a Daniela Astolfi, rappresentante di categoria al Teatro Verdi di Trieste.

  1. Giuliano 17 ottobre 2014 alle 9:02 pm

    ai giornalisti “distratti” (virgolette d’obbligo, sono tutto meno che sbadati o distratti), e ai faciloni che gli vanno dietro, bisognerebbe sempre ricordare che: 1) i sindacati contano qualcosa, e ottengono qualcosa, solo quando le cose vanno bene 2) i sindacati sono come gli avvocati o gli agenti dei calciatori, cercano di ottenere il massimo. Si è mai visto un avvocato dire “il mio cliente è colpevole” o un agente dire “il mi assistito è una schiappa”? Poi c’è la discussione con la controparte, si media, si ragiona.
    3) i singoli sindacalisti possono anche essere discutibili, e spesso anche peggio, ma il ruolo del sindacato in una democrazia è fondamentale.
    Sono tre argomenti così banali che mi vergogno di scriverli, eppure… Eppure, anche al di fuori delle vicende musicali, incontro sempre gente convinta che siano i sindacati la rovina d’Italia, che quando arrivano i sindacati si chiude, eccetera eccetera. La verità è l’opposto, c’è tutta una generazione di dirigenti (ormai forse anche due) che si fanno un vanto della capacità di licenziare. La crisi viene anche da qui, se si considera il personale solo come un costo non c’è formazione del personale, quindi non c’è ricambio, eccetera eccetera. Vale per ogni settore, dall’edilizia alle professioni, e nella musica è ancora peggio perché si viene da decenni di diseducazione vera e propria.
    Di conseguenza, tutta la mia solidarietà agli orchestrali, e un ringraziamento a Daniela Astolfi, che qui ha esposto molto bene la situazione. (Un teatro d’opera che licenzia i musicisti è un’assurdità, come se il Parlamento licenziasse i deputati e i senatori – ops, cos’ho detto???)

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    • Amfortas 18 ottobre 2014 alle 3:56 pm

      Giuliano, ciao. Hai detto tutto tu e non me la sento di aggiungere altro perché sarei volgare. Credo che purtroppo dovremo in qualche modo cercare di arginare certi atteggiamenti, perché la filosofia distorta del “colpirne uno per educarne cento” sta prendendo piede.
      Ciao e grazie!

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  2. Giorgio 19 ottobre 2014 alle 12:35 am

    Caro Amfortas,
    ho tanti ex colleghi al Teatro dell’Opera di Roma; gente che ha sostenuto un regolare concorso e musicisti di prima grandezza. Mi ha lasciato stupito la campagna di demonizzazione dei musicisti. Si dimostra ancora l’ignoranza e la tracotanza di un sindaco assolutamente ignaro di ciò che è un’orchestra ed un teatro (probabilmente chissà cosa pensa sia uno spettacolo di lirica, forse Sanremo). Mille erano i modi di risolvere ogni possibile controversia sindacale, ma questo è quello più becero. Con questo gesto isterico la città perde l’unico teatro dell’opera (dico unico perchè nelle altre capitali europee mal che vada, ce ne sono 3 o 4). Tutto sacrificato in onore di un presunto risparmio che deriverebbe dall’assemblare per il futuro orchestre di disperati pronti a vendere i propri servizi al ribasso. Chissà che qualità !!! Intanto abbiamo fatto l’ennesima figuraccia, mostrando al mondo intero che le nostre istituzioni culturali sono gestite da zotici ignoranti e presuntuosi. Ciao

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    • Amfortas 20 ottobre 2014 alle 7:31 am

      Giorgio, ciao. Della realtà romana conosco poco nello specifico, ma la mia esperienza col Teatro dell’Opera di Roma, in altri campi, mi insegna che le cose non potevano andare diversamente. Difficile, molto difficile, che le cose vadano bnene o male a macchia di leopardo. Di solito c’è una certa uniformità: al ribasso. Ciao e grazie 🙂

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  3. Heldentenor 19 ottobre 2014 alle 11:15 am

    L’opera è uno spettacolo costoso, complicato da gestire e ha bisogno di grande professionalità. E’ un formidabile volano per attrarre un turismo colto, ricco e di qualità che ammira il nostro paese. L’opera è importante come la moda italiana , il cibo, il vino, i panorami naturali , il patrimonio artistico architettonico unico che abbiamo la fortuna di possedere e non sfruttiamo. Detto questo, se analizziamo nello specifico il caso Roma, scopriamo che fa 72 aperture di sipario all’anno, come Trieste, con quasi il triplo del personale. Riceve, solo dal comune, 18 milioni di euro all’anno e ha un buco di bilancio di 30, milioni. Sarebbero da licenziare i dirigenti , non i lavoratori di coro e orchestra. Leggo che a Roma lavorano 360 (!) impiegati amministrativi, che c…o fanno tutto il giorno ? Hanno fatto tutti un concorso ? A Tokio, come mi raccontano i cantanti che conosco e che vi cantano, il teatro dell’opera ha 10 (dieci) impiegati amministrativi, punto. E funziona come un orologio svizzero. Era stato fatto un referendum sull’accordo fatto con la Sovraintendenza e avevano vinto i si. I contrari erano una trentina, quelli che hanno proclamato gli scioperi che hanno fatto saltare le recite a Caracalla e provocato tutto questo. Anche quelli sono sindacalisti responsabili, preoccupati del posto di lavoro dei loro colleghi ? Mah……… E ve lo dice uno che è anche sindacalista e fa parte delle RSU della sua azienda.

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    • Amfortas 20 ottobre 2014 alle 7:36 am

      Heldentenor, ciao, non so se il dato di 360 amministrativi sia corretto, credo siano compresi anche i tecnici ecc. Al di là di questo, quello che conta è che ci dovrebbe essere un rapporto virtuoso tra masse artistiche, orchestrali e coro, e non mi pare sia così. Quello che succede all’estero conta, ma fino a un certo punto nel senso che paragonare la realtà del Giappone con quella italiana è piuttosto complicato. Poi, che ci sia qualche problema con qualche sindacalista troppo zelante – diciamo così – è poco ma sicuro.
      Ciao e grazie.

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  4. petrossi 19 ottobre 2014 alle 8:56 pm

    Intervista equilibrata e giustamente attenta a non intervenire su un dibattito sindacale che si svolge altrove. Per quello che si svolge a Trieste non posso che dire un “Bravo!”.
    Siete 83 elementi di una bella orchestra.
    A Roma, in pieno momento di crisi economica, su un giornale un Professore e rappresentante sindacale ha detto chiaramente che di elementi ne volevano 117: alla mia replica sul fatto che alla London Symphony erano circa 100, ha affermato che alla Scala erano 140.
    Sono stato per anni nella CGIL Scuola, anche nel Direttivo Regionale. Sono a favore del Sindacato, ma anche del Buon Senso.

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    • Amfortas 20 ottobre 2014 alle 7:41 am

      Furio, ciao. Sì, trovare equilibrio tra risposte e domande è stato unn lavoraccio, soprattutto per Daniela. L’intervista, ti dirò, è nata più da un’esigenza mia (anch’io sono un ex rappresentate di categoria): non ne potevo più di leggere cialtronate scritte da chiunque. Mi hanno offeso soprattutto le cazzate di gente strapagata, privilegiata, ruffiana, che ha vomitato veleno da posizione di rendita in cui sono incappate per caso. Gente che dell’opera non sa nulla e cerca solo di compiacere i potenti di turno a prescindere dall’argomento e dai contenuti.
      L’orchestra di Trieste e il coro sono preziosissimi, poco ma sicuro.
      Ciao e grazie.

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  5. Daniela Astolfi 19 ottobre 2014 alle 9:45 pm

    io ho descritto la situazione di Trieste. Sono d’accordo sul fatto che in tempi di crisi non è prioritario gonfiare gli organici ma mantenere posti di lavoro e retribuzioni. Io credo che sia importante la RSU, che a maggioranza decida in maniera consapevole. Non so nel dettaglio cosa sia successo con il referendum dei lavoratori se Heldentenor lo spiega mi fa un favore. So di un piano aziendale sottoscritto da Cisl e Uil ma che era considerato privo di contenuti da altri.

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  6. don josè 20 ottobre 2014 alle 2:23 pm

    Bella intervista, valide domande ed oneste risposte. Purtroppo non è stato toccato il nocciolo della questione: in Italia il rapporto fra personale artistico e quello tecnico/amministrativo è di 1 a 2, mentre in tutta Europa abbiamo esattamente il contrario,una media di 1 dipendente tecnico/amministrativo ogni 2 dipendenti artistici. Su 5300 dipendenti delle Fondazioni liriche italiane i dipendenti tecnico/amministrativi sono circa 3500, gravissima responsabilità delle gestioni politico/clientelari della lirica in Italia, appoggiate e sostenute dalla miopia della classe sindacale.Credetemi, nonostante integrativi ed indennità varie, se tutti i Teatri italiani avessero lo stesso equilibrato organico del Verdi di Trieste non ci sarebbero problemi di FUS……..

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    • Amfortas 20 ottobre 2014 alle 5:21 pm

      Don José, ciao. Il nocciolo della questione è un altro e cioè che i finanziamenti alla cultura in generale e alla lirica in particolare NON POSSONO essere regolati da logiche mercantili, come una salumeria (con tutto il rispetto, ci mancherebbe!). E poi basta togliere, togliere, togliere, in qualsiasi campo. Basta. Serve solo il buon senso e l’onestà, la preparazione, la competenza. Con queste qualità si risolverebbero 3/4 dei problemi. Invece è proprio quello che manca, capisci? Ovvio che in un momento di crisi economica globale soffrano di più i paesi guidati da ladri incompetenti, no? A Trieste in questi giorni abbiamo sotto gli occhi il disastro delle Coop. Vedrai che qualche coglione dirà che è colpa mia, che non mangio prosciutto a sufficienza.
      Ciao e grazie.
      P.S.
      Sì, sono fastidioso. Grazie per i complimenti, faccio quel poco che posso.

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    • afranio 28 ottobre 2014 alle 7:19 pm

      Una bella intervista anche per conto mio! Grazie alla collega Astolfi.
      Don Josè, ti ricordo che uno dei requisiti per accedere ai fondi della legge Bray è:
      “c) la riduzione della dotazione organica del personale tecnico e amministrativo fino al cinquanta per cento di quella in essere al 31 dicembre 2012 (( e una razionalizzazione del personale artistico; ))”
      Questo proprio per mettere fine a quel vero e proprio malaffare gestito negli anni d’oro da ALCUNE sigle sindacali che non sono state miopi (come sostieni tu) ma principali colpevoli con la complicità di Direzioni compiacenti.

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      • Amfortas 29 ottobre 2014 alle 2:28 pm

        afranio, ciao. mi fa piacere leggerti anche qui. Astolfi legge, Don José legge pure lui, perciò se avranno qualcosa da aggiungere lo faranno.
        Ciao e grazie per i complimenti e il passaggio 🙂

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  7. Heldentenor 20 ottobre 2014 alle 5:51 pm

    Dopo aver sottoscritto l’accordo con Fuortes e Marino, avevano firmato Cgil, Cisl e Uil e si era riservata di firmare la Fials, accesso alla legge Bray, 16 milioni e 500 mila euro dal comune, trattative sulla pianta organica , rilancio del teatro, aumento del numero di spettacoli e recite, nessun licenziamento,etc, questo il 28 luglio, e referendum tra i lavoratori, Cgil e Fials hanno cambiato idea e fatto saltare tre recite consecutive di Boheme a Caracalla, un danno enorme . Contando gli iscritti a ciascuna sigla, si parla di 70 % contro 30 %. Così è saltato tutto, accordo, referendum e si è arrivati ai licenziamenti, non so quanto legittimi, si andrà dal giudice del lavoro ovviamente. Da più fonti ho trovato la cifra di 360 amministrativi, e mi sembrano tantini. Ma avete visto le cifre ? Fanno le stessa aperture di sipario nostre , che vivacchiamo con 10-11 milioni di euro tra Fus, Comune, Regione, biglietti e abbonamenti e scarsi sponsor, e ugualmente il risultato è il più delle volte dignitoso , e ricevono SOLO dal Comune una volta 18 milioni e adesso 16 e mezzo. C’è qualcosa che non va.

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    • Amfortas 21 ottobre 2014 alle 8:17 am

      Heldentenor, ciao. Non so dove tu abbia preso quelle cifre, ma se fosse vero a maggior ragione risulta incomprensibile la decisione di liberarsi di coro e orchestra. Alcuni elementi fanno stupidaggini? Succede ovunque. Che si colpiscano gli irresponsabili e non tutti in modo indiscriminato.
      Ciao e grazie.

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  8. parsifal 21 ottobre 2014 alle 10:53 am

    Parsifal ad Amfortas;Ti prego di scusarmi ma non posso scrivere molto in quanto ho la mano destra che non la posso usare perchè ingessata.Sono perfettamente d’accordo quanto esposto dalla Sig.ra Astolfi sulla situazione dell’orchestra ed in genere di tutto il nostro teatro Verdi.Apprezzo molto la tua risposta a Don Josè.La trovo azzeccata al 100% Non sono al corrente della situazione degli altri teatri lirico-sinfonici,,ma penso sia molto pesante.Ti saluto cordialmente.

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    • Amfortas 21 ottobre 2014 alle 4:23 pm

      Parsifal, ciao! Mi spiace leggere della tua momentanea invalidità e spero che ti rimetta presto. La situazione a Trieste è più o meno la stessa della stragrande maggioranza delle fondazioni liriche italiane. Ti ringrazio per il passaggio e l’apprezzamento.

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