Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Das Liebesverbot di Richard Wagner apre la stagione operistica al Teatro Verdi di Trieste: un paio di considerazioni semiserie a latere.

Finalmente, dopo un percorso segnato da molti contrattempi dovuti alla sfavorevole (eufemismo) contingenza economica, Das Liebesverbot di Richard Wagner approda al Teatro Verdi di Trieste.
Era ora e, dal mio osservatorio particolare e privilegiato (un non luogo che comprende questo blog e OperaClick, attraverso il quale raccolgo numerosi input dagli appassionati) posso già anticipare che è stato un successo. No, non ho perso quel poco di senso della consecutio che ho ma, più semplicemente, per la prima volta dopo almeno dieci anni un’apertura di stagione del Verdi suscita vero interesse e curiosità fuori dagli angusti limiti della provincia. La battuta viene facile: trattandosi – come vedremo tra qualche riga – di un lavoro tratto da Shakespeare, speriamo che non si finisca con molto rumore per nulla (smile).
Insomma, cosa dobbiamo aspettarci? Non questo Wagner, ecco (strasmile).


Ѐ sempre difficile per uno scribacchino come me esprimere valutazioni negative su chicchessia, figuriamoci poi quando mi sento di parlare “male” di Wagner! Peraltro, avete voluto la Libertà di Internet? Ecco, questi sono i risultati (strasmile).
Ho sempre considerato Das Liebesverbot oder Die Novize von Palermo un gran pasticcio, ma questo non significa certo che l’opera meriti l’oblio. Si tratta di un lavoro giovanile, quasi un’esercitazione accademica di un compositore che con ogni probabilità non aveva ancora ben chiara la strada da seguire, soprattutto nella sua testa. In valore assoluto – a mio parere – il Divieto d’amare non è artisticamente inferiore a opere (dei compositori più disparati di cui taccio il nome perché non voglio fare polemiche) che si allestiscono più spesso in Italia e altrove.
La confusione e le controversie nascono da molti fattori e in primis a causa di un’improvvida manipolazione, da parte di Wagner, dell’ambientazione originale: tratta dal testo teatrale di Shakespeare Misura per misura (Measure for measure, che già non è certo il capolavoro di The Bard of Avon), l’azione nel libretto è spostata da Vienna a Palermo.
Qui, se siete coraggiosi, potete apprezzarne la fluidità (strasmile).
I motivi dello spostamento in terra italiana e sicula in particolare sono ascrivibili a…Bellini. Mi spiego.

Wilhelmine Schröder-Devrient

Wilhelmine Schröder-Devrient

Nel 1834 Wagner ascolta il famoso (ai tempi) soprano Wilhelmine Schröder-Devrient in una fortunata recita dei Capuleti e Montecchi. Ne resta estasiato nonostante definisca e consideri la musica “insignificante”.
In quegli anni Wagner soffriva quello che riteneva un eccesso d’intellettualismo nella musica tedesca e contrappose questa rigidità mentale alla franca e solare ispirazione italiana, tanto che dichiarò addirittura: “Canto, canto e ancora canto, o tedeschi”. Spazio alla freschezza e spontaneità della melodia italiana.
Partendo da questi presupposti Wagner “monda” il testo di Shakespeare di una pretesa eccessiva serietà e ne accentua invece i tratti, non voglio dire pecorecci, ma almeno più farseschi e le suggestioni più pruriginose.
Secondo il buon Richard il sottotesto, la chiave di lettura della sua opera avrebbe voluto indicare la via maestra dell’abbandono della rigidità mentale e intellettuale tedesca in favore di una condotta meno sorvegliata, più naturale e istintiva.
Uomo e artista animato da contraddizioni laceranti, Wagner qualche anno dopo la prima definì Das Liebesverbot come “atroce, abominevole, nauseante” e ne salvò solo l’Ouverture. Si parva licet io non salvo neanche l’Ouverture (smile).
Per me l’opera non è né carne né pesce e sembra – a tratti – quasi una parodia di stili musicali diversi con inserti di (brutto) belcanto innestati in un’orchestrazione pesante quando non addirittura greve con tanto di deprecato zumpapà. Trovo notevole solo l’aria di Mariana: Welch’ wunderbar Erwarten.
Per tutto il resto, sostanzialmente, si vivacchia in zona di aurea mediocritas.
Per quanto riguarda la prima rappresentazione del 29 marzo 1836 vale la pena soffermarsi un po’, ché se famo quattro risate.
A Magdeburgo Wagner era il direttore principale del teatro e, per prassi consolidata, aveva diritto a presentare un proprio lavoro a fine stagione. Una specie di benefit, diciamo. La situazione era tragicomica perché il teatro era sull’orlo del fallimento, il nostro Richard era pieno di debiti (come sempre, peraltro) e non c’era tempo per le prove. Come se non bastasse, la compagnia di canto si presentava, per usare un eufemismo, piuttosto scalcinata.
Alla prima non fu stampato neanche il libretto – causa mancanza fondi – perciò lo svogliato pubblico non capì nulla della trama (per fortuna?), ma il peggio arrivò alla prima replica quando si presentarono – pare – solo tre spettatori di cui due erano l’impresario del teatro e la di lui moglie.
Ce lo racconta Wagner stesso in questo estratto dalla sua autobiografia (i citati Claudio e Isabella sono due dei personaggi dell’opera):

“Il marito della primadonna cominciò a menar botte da orbi al secondo tenore, un giovanotto in verità assai bello contro il quale covava da tempo la collera di una segreta gelosia. Sembra che l’offeso marito, dopo aver constatato, con me, dal buco del sipario, la scarsità del pubblico, giudicasse giunta la sospirata ora di prendere vendetta sull’amante della moglie, senza pregiudicare l’impresa teatrale. Il mio infelice Claudio fu da lui duramente malmenato sì che dovette rifugiarsi in camerino con la faccia in sangue. Isabella, avutane notizia si precipitò disperata incontro al furibondo marito, e ne ricevette così energici ceffoni che pensò bene di cadere in preda a una crisi di nervi. Tosto la confusione non conobbe più limiti: il personale si divise in due partiti e poco mancò che si venisse a una battaglia generale come se quella disgraziata sera fosse parsa a tutti la più opportuna per regolare definitivamente i conti delle reciproche inimicizie.
Il regista fu quindi mandato al proscenio per annunciare al piccolo e strano pubblico radunato in platea che per circostanze impreviste la rappresentazione dell’opera non avrebbe avuto luogo.
Così finì la mia promettente carriera magdeburghese di direttore e compositore.”

Inoltre, Wagner fu così spudorato da autopromuovere il suo sfortunato lavoro in varie direzioni: tra gli altri anche a Robert Schumann, Meyerbeer e Scribe, tanto che il Théâtre de la Renaissance decise di allestire Das Liebesverbot. Per sfortuna (ehm) il teatro parigino fallì prima di riuscire a mettere in atto il sinistro proposito (strasmile). Insomma, una serie di sfortunati eventi.
Il senso di questa prima al Teatro Verdi, quindi, sta nella proposta del titolo e non nel valore assoluto dello stesso. Si tratta di cultura, quella roba con la quale non si mangia, perché Das Liebesverbot non si allestisce in Italia da 25 anni e anche nel resto del mondo (con l’eccezione di Lipsia che ha coprodotto lo spettacolo con Trieste) la situazione è la stessa. Dal mio punto di vista è meglio assistere a un’opera rara e poco conosciuta che all’ennesima Tosca o Traviata, magari interpretate da artisti di secondo piano perché quelli davvero super non ce li possiamo permettere.
Vedremo come accoglierà il pubblico triestino questa “novità”.

Un saluto a tutti, alla prossima (che, salvo imprevisti, sarà la recensione semiseria della prima)!

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7 risposte a “Das Liebesverbot di Richard Wagner apre la stagione operistica al Teatro Verdi di Trieste: un paio di considerazioni semiserie a latere.

  1. gsotto 16 dicembre 2014 alle 8:13 am

    Bellissimo articolo. Ho recentissimamente ascoltato un programma della radio svizzera francese dedicato allo Spieloper (Flotow, Lortzing) e notato che esso ha influenzato Wagner forse ancora di più di Rossini e Bellini. Accentuare gli elementi di pecoreccio rientra nelle caratteristiche dello Spieloper (che è un genere a metà strada tra Singspiel e operetta, talvolta con pezzi parlati, spesso durchkomponiert – ed è interessante notare la presenza di entrambe le possibilità nel Liebesverbot. In alcuni momenti si ha l’impressione di assistere al plagio dei brani più noti del genere.

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    • Amfortas 16 dicembre 2014 alle 9:21 am

      Giovanni, ciao. La sensazione di enfasi e accentuazione dei caratteri (e della musica, in alcuni punti) è proprio quello che mi disturba nel Liebesverbot. Il motivo è che Wagner non ha la capacità inventiva di Rossini, che nel grottesco o farsesco è – a mio parere – insuperabile. L’orchestrazione è comunque densa e manca di ironia e leggerezza. I dialoghi sono davvero pesantini ma sembra che per queste recite triestine siano stati un po’ sfrondati a favore della musica. Vedremo.
      Ciao e grazie per i complimenti che, come sai, sono sempre molto graditi 🙂

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  2. Giuliano 16 dicembre 2014 alle 10:58 am

    conosco pochissimo quest’opera e l’altra prima del Rienzi, quasi niente, però posso segnalarti che il giovane Wagner appare in un film di Sacha Guitry del 1938, Remontons les Champs Elysees, che è la storia di quella parte di Parigi, da prima che esistesse fino ai giorni nostri (in questo caso, il 1938) con un via vai divertente o drammatico di personaggi storici. Wagner appare nel momento in cui viene assunto e poi licenziato come direttore dell’orchestra locale, al gestore non piace la sua musica e vorrebbe soltanto valzer 🙂 il brano fastidioso che causa il licenziamento, nel film (non so cosa suonasse nella realtà) è l’ouverture del Tannhäuser

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    • Amfortas 16 dicembre 2014 alle 8:21 pm

      Giuliano, ciao! Come sempre preziosissimo il tuo contributo utile ad ampliare la visione sul personaggio Wagner :-). Dal mio punto di vista Die Feen è opera più godibile del Liebesverbot, ma fa niente, intanto voglio godermi questa rarità. L’Ouverture del Tannhäuser è meravigliosa…ci vorrebbe un valzer serio per farle concorrenza 🙂
      Ciao e grazie.

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  3. Don jose' 18 dicembre 2014 alle 6:12 pm

    Mai così utile come stavolta….grazie!!! Ed a stasera!!!

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  4. Pingback:Recensione semiseria di Das Liebesverbot al Teatro Verdi di Trieste: alla ricerca del Wagner perduto. | Di tanti pulpiti.

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