Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione semiseria di Das Liebesverbot al Teatro Verdi di Trieste: alla ricerca del Wagner perduto.

Lo so che non frega niente a nessuno, ma la serata è stata funestata dall’incontro – dopo tanti anni – con l’attuale Magnifico (anzi, di più) Rettore dell’Università di Trieste, Maurizio Fermeglia (riciao!). Mi ha ricordato una delle peggiori (vabbè) giornate della mia vita quando alla finale di basket del liceo la mia classe, strafavorita, riuscì a perdere contro la sua. Io che ero la stellina (rivabbè) della squadra giocai in modo inverecondo. Sono passati quarant’anni e ancora me ne vergogno.Das Liebesverbot TS foto di Fabio Parenzan-0039
Anzi, forse nel pomeriggio vado a rubare uno dei terribili costumi che indossavano gli artisti del coro per Das Liebesverbot e mi espongo al pubblico ludibrio sotto l’albero di Natale in Piazza Unità. Di sicuro nessuno mi potrebbe prendere per un regalo (strasmile). Un Re Mogio, forse.
Insomma, è partita la stagione operistica al Teatro Verdi con quest’opera di Wagner sconosciuta ai più.
Tra il pubblico ho notato un’insolita presenza di giovani ed è la prima circostanza positiva da segnalare. Per il gossip spinto c’è Il Piccolo, io, scusatemi ma non mi cimento in questa disciplina giornalistica invasiva.
Da segnalare in sede semiseria che di Wagner, quello vero, si è comunque ascoltata qualche nota quando l’interprete di Brighella ha accennato alla Cavalcata delle Valchirie durante un cambio scena. Credo di essermene accorto solo io, ma è stato un bel momento. Poi, sempre Brighella ha rovesciato per sbaglio una sedia e Dorella ha perso il suo vezzoso cappellino. Insomma, i tipici inconvenienti delle serate teatrali su cui c’è una corposissima aneddotica.
Parliamo dello spettacolo, cominciando dall’inizio e ricordandovi il post precedente, nel quale mi sono soffermato un po’ sulla contrastata genesi dell’opera.
Philipp Krenn riprende la regia di Aron Stiehl per un allestimento che parte da un presupposto piuttosto semplice: l’uomo è sempre combattuto tra piacere e dovere e la società stessa è in equilibrio precario tra eccessi libertari e autoritarismi. Sul palcoscenico ruotano due pareti che chiudono (e schiudono) due mondi diversi: quello colorato e variopinto delle tentazioni, rappresentato come una specie di giungla, e quello monotono e opprimente della ragione, in cui le pareti sono coperte da enormi cassettoni numerati (così in conferenza stampa il regista Krenn) che a me sono sembrati più veri e propri loculi. Poi c’è il convento, spoglio e monocromatico perché evidentemente lì le emozioni si sopiscono con la fede.Das Liebesverbot a TS foto di Fabio Parenzan-0385
Il problema è che l’allestimento spinge in modo esagerato sul pedale del grottesco, e per quanto sia ben realizzato dal punto di vista scenotecnico e curato nei dettagli risulta esteticamente di una bruttezza impressionante, soprattutto nelle scene di massa. Ovviamente, sulla scia del tipico Regietheather tedesco non c’è traccia di Palermo, dove si dovrebbe svolgere la vicenda. Il popolo è rappresentato alquanto confusamente come un mix di antagonisti e contestatori vari di sessualità incerta (con tanto di omaggio a Conchita Wurst e immagini che ricordano la famosa maschera di Guy Fawkes) vestiti con costumi che sono orrendi per foggia e a dispetto dell’accentuata stravaganza cromaticamente noiosi e mosci. Nonostante sia evidente che si tratti di una strategia studiata a tavolino, qualche volta ci si rifugia nella speranza di una temporanea cecità saramaghiana.
Meno invasivi invece gli abiti dei protagonisti, che pur mantenendo l’impronta del caricaturale restano, si fa per dire, nel solco di una certa sobrietà.
Dal punto di vista musicale ho molto apprezzato la direzione energica di Oliver von Dohnányi, sempre attento a non soffocare le voci contenendo – nel limite del possibile, sempre di Wagner si tratta – il volume di un’encomiabile Orchestra del Verdi che, a parte qualche minima imprecisione degli ottoni, ha brillato per compattezza e bellezza di suono. Apprezzabile è così parsa la singolare Ouverture e ammirevole il tentativo di dare passo teatrale omogeneo a una partitura frammentaria che sembra un patchwork di stili diversi.

Da sinistra: Mark Adler, Lydia Easlet e Francesca Micarelli

Da sinistra: Mark Adler, Lydia Easlet e Francesca Micarelli

Eccellente tout court la prestazione del Coro, impegnato come non mai anche dal punto di vista scenico.
Tutta la compagnia di canto va elogiata per lo zelo dinamico e l’applicazione attoriale, mentre dal lato vocale è necessario qualche distinguo che riguarda soprattutto Mikheil Sheshaberidze (Claudio), il quale – pur senza incidenti di percorso – è sembrato più di una volta affanno in una parte insidiosa per la tessitura tutta giocata sul passaggio e i primi acuti.
Bravo Kurt Adler, nei panni dell’ipercinetico Luzio, caratterizzato da una voce tenorile chiara e squillante.
Molto bene si è comportato Tuomas Pursio, convincente e incisivo nel tratteggiare un Friedrich grottesco e caricaturale ma di grande civiltà artistica.Das Liebesverbot Isabella è Lydia Easley; Friedrich è Tuomas Pursio foto...
Efficace anche Reinhard Dorn nella parte di Brighella, che è stato anche protagonista di un breve intermezzo comico durante un cambio di scena.
Magnifica la prova di Lydia Easley (Isabella), soprano di bel temperamento dalla voce importante, bella e rotonda, rigogliosa nei centri e capace di acuti sicuri e penetranti oltre che di un fraseggio sempre espressivo.
Brillante anche Anna Shoeck nella parte di Mariana, della quale si è apprezzato l’amalgama e la complicità con Isabella nel duetto del primo atto e la limpida vocalità.Das Liebesverbot TS  Tuomas Pursio nel ruolo di Freiedrich foto di Fabio Parenzan-0170
Francesca Micarelli, Dorella, è stata disinvolta in scena e all’altezza dal punto di vista vocale.
Completavano il cast con buoni risultati gli spassosi Cristiano Olivieri (Antonio), Gianfranco Montresor (Angelo), Piero Toscano (Danieli) e Federico Lepre (Ponzio Pilato).
Il pubblico, numeroso (parecchi i giovani, come sottolineato all’inizio) ma freddino come sempre alle prime, ha apprezzato lo spettacolo e alla fine il successo è stato caloroso per tutti e in particolare per la bravissima Lydia Easley. Personalmente sono stato molto felice di vedere orchestra, coro e tecnici del Verdi raccogliere gli applausi sul palco: sono la risorsa più importante del teatro e l’unica dalla quale non si può prescindere.

Ci rileggiamo per gli auguri e per la consueta foto natalizia, forse con una sorpresa, quest’anno. La locandina completa dello spettacolo a seguire:

Friedrich, un tedesco, Vicario di Sicilia in assenza del Re Tuomas Pursio
Luzio, giovane nobile Kurt Adler
Claudio, giovane nobile Mikheil Sheshaberidze
Antonio, un amico Cristiano Olivieri
Angelo, un amico Gianfranco Montresor
Isabella, sorella di Claudio Lydia Easley
Mariana, una novizia Anna Shoeck
Brighella, capo degli sbirri Reinhard Dorn
Danieli, oste di una taverna Pietro Toscano
Dorella, già cameriera di Isabella Francesca Micarelli
Ponzio Pilato Federico Lepre
Maestro concertatore e direttore Oliver von Dohnányi
Regia Aron Stiehl ripresa da Philipp M. Krenn
Scene Jürgen Kirner
Costumi Sven Bindseil
Datore luci Claudio Schmid
Maestro del Coro Paolo Vero
Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Verdi di Trieste

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15 risposte a “Recensione semiseria di Das Liebesverbot al Teatro Verdi di Trieste: alla ricerca del Wagner perduto.

  1. Rossella 19 dicembre 2014 alle 2:55 pm

    “Nonostante sia evidente che si tratti di una strategia studiata a tavolino, qualche volta ci si rifugia nella speranza di una temporanea cecità saramaghiana.”
    Paolo, solo tu puoi stroncare con tanta eleganza :). Questo pomeriggio nel foyer fanno le interviste ai cantanti, ci sei? Ciao bel

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  2. daland 20 dicembre 2014 alle 12:52 pm

    Ma sai che il tuo Magnifico l’ho conosciuto anch’io? (quando magnifico ancor non era, ma nemmeno liceale, e non per questioni di basket, ma di… software!)
    Come vedi, a Trieste ci capitavo, una volta, per sbarcare il lunario: adesso non trovo il modo di venirci per cose assai più serie, managgia!
    Però se il Verdi mette in scena i Meistersinger prima della Scala, giuro che non manco!

    Ciao!

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    • Amfortas 20 dicembre 2014 alle 5:11 pm

      Daland, ciao. Beh, abbiamo una consocenza in comune 🙂 I Meistersinger a TS? Sì, come no! Però questa volta sono soddisfatto perché davvero convinto che la programmazione di Trieste dovrebbe puntare anche su titoli poco frequentati, come in questo caso. Il fatto è che qui siamo penalizzati – soprattutto di questi tempi in cui si guarda al centesimo – dall’essere lontani da tutto.
      Ciao e grazie.

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  3. Alucard 21 dicembre 2014 alle 4:18 pm

    Spettacolo molto spiacevole. Per me è stata una bella serata e quella splendida ewige Melodie giovanile che pervade l’opera mi ha causato una notte insonne 🙂

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  4. Heldentenor 22 dicembre 2014 alle 10:39 pm

    Ho visto sia la generale col secondo cast che la prima, e mi sono molto divertito. Sembrava il carnevale di Servola, con le classiche “bobazze” triestine vestite da donna, devo dire che ho molto riso. Facendo un confronto tra le due compagnie meglio Pursio di Anastasov, vocalmente meglio Adler di Gomes , anche se Gomes si muove meglio in scena ed è più attore. Le due Isabella, la Easley e la Adel entrambe brave direi che si equivalgono, quasi come Dorn e Hubner. Simpatica e piacevole da vedere e sentire la Micarelli. C’era una volta un direttore von Dohnanyi, era parente di questo ? Messa in scena bizzarra, costumi grotteschi, ma ci stava tutto e nel complesso è piaciuto al pubblico che alla fine ha lungamente applaudito tutti. Nota dolente, il loggione mezzo vuoto, o bisogna dire mezzo pieno se no Renzi si arrabbia ? Alla seconda replica ha ricevuto i fiori e ha ringraziato da sola il pubblico la bella e brava contralto del coro Ingrid Kuris, che conosco perchè cantava in coro con la mia mamma ed è sorella di un mio compagno si scuola, che se ne va in pensione, alla faccia della Fornero. Ha già detto che il teatro le mancherà, ma è normale per chi il teatro lo ama, come credo tutti noi.

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    • Amfortas 23 dicembre 2014 alle 9:15 am

      Heldentenor, ciao. Grazie delle informazioni sul secondo cast. Oliver von Dohnányi è rappresentante di una stirpe di musicisti e compositori. Ricordo un suo omonimo – credo lo zio, ma non ne sono certo – che ha inciso anche un Fidelio.
      Non sto neanche a dirti che dal mio punto di vista è importante che si sia allestita un’opera desueta, tanto gli spettatori latitano comunque. Il fatto è che di una prima come questa si sarebbe dovuto fare un evento e noi qui a TS non ne siamo capaci per tutta una serie di motivi.
      Ciao e grazie.

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  5. fadecas12 5 gennaio 2015 alle 7:41 pm

    Caro Paolo,
    mi accodo, buon ultimo, nella lista dei tuoi commentatori, che questa volta hanno mostrato tutti di gradire lo spettacolo, forse ancora con meno riserve di quanto abbia espresso tu nel tuo commento, che per altro riflette il parere di un wagneriano esperto.
    Io mi associo invece alle valutazioni molto positive, pure su un’opera che non avevo mai ascoltato ma che ho trovato tutt’altro che banale. Mi ha colpito, ad es.,una certa consonanza stilistica soprattutto nelle parti brillanti e nella raffigurazione musicale di un’Italia edonistica e spensierata a ritmo di ballabili e di concertati con un’opera di un altro compositore che, pur se non notissima, ha conosciuto una fortuna esecutiva e una considerazione critica un po’ migliore del Liebesverbot, mi riferisco al Benvenuto Cellini di Berlioz (la cui composizione, casualmente, ho verificato essere iniziata proprio a metà degli anni ’30 dell’800, cioè poco dopo la prima infausta rappresentazione dell’opera wagneriana).
    Inoltre, mi ha colpito molto l’ibridazione stilistica di quest’opera, e la conseguente difficoltà a cui sono stati chiamati a rispondere i cantanti – e nel cast che ho seguito io ,nella replica del giorno 2,lo hanno fatto complessivamente tutti in modo più che soddisfacente – dovendo assommare al dominio dell’ agilità belcantistica di stampo italiano delle suggestioni di impronta tutta diversa, soprattutto nell’arioso di certi incisi melodici che chiamano in causa Weber e altro probabilmente della tradizione tedesca primo ‘800 che in gran parte esula dalla mia conoscenza.
    Nel complesso, un gran bell’inizio di stagione; peccato il teatro mezzo vuoto in molti settori e le reazioni fiacche e stiracchiate del pubblico presente, nonostante la sapidità e lo humour di cui era profusa la regia.

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    • Amfortas 6 gennaio 2015 alle 9:53 am

      Fabrizio, ciao! Sì, questa volta sono stato io il meno convinto dello spettacolo pur nell’ambito di una produzione di buon livello e, soprattutto, in cui si respirava meno provincialismo del solito per i nostri lidi.
      Per quanto riguarda l’opera ribadisco che si tratti di un lavoro che meriterebbe sicuramente maggior diffusione, soprattutto vista la reiterata proposta di titoli stranoti. Credo d’aver scritto anch’io da qualche parte che questo Wagner mi ricorda Berlioz e in effetti ora che mi ci fai pesnare l’esempio che porti è calzante.
      Teatro disertato? Spiace, ma è stato così anche con titoli nazionalpopolari. Manca un rinnovamento generazionale del pubblico (non solo a Trieste, come sai) e soprattutto deficita comunicazione da parte del teatro. In un’altra città questo Liebesverbot sarebbe stato un “evento”, qui è passato quasi sotto silenzio e la collocazione temporale nel cuore di un lungo ponte festivo non ha aiutato.
      Ciao e grazie, a presto.

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  6. Parsifal 6 gennaio 2015 alle 4:27 pm

    Parsifal ad Amfortas:Caro Paolo,ho anch.io assistito alla rappresentazione del 2 Gennaio e sono completamente d’accordo con Fabrizio.L’opera mi è piaciuta molto, e tutti i cantanti sono stati all’altezza del loro compito,tranne qualche momento di indecisione del cantante che interpretava la parte di Claudio .La regia mi è parsa buona e anche molto divertente.Sono d’accordo con te che quei due muri che si aprono e chiudono formando tanti cassetti numerati che fanno pensare a dei loculi cimiteriali.Si poteva pensare a qualcosa di altro.Il direttore d.orchestra mi è sembrato all’altezza del suo compito,così pure il nostro coro e l’orchestra che ha suonato in modo esemplare.In questa giovane partitura Wagneriana,che ripeto la trovo bella ed interessante,dove,a mio modesto avviso,si sentono dei passaggi musicali che il compositore li riprenderà più tardi nel Tannhauser. Come dice Fabrizio questo Das Liebesverbot doveva essere un “evento” per il nostro Teatro,ma purtroppo anche in Loggione dove io sono abbonato c’era poco pubblico e questo mi ha un po rattristato Non riesco a capire perchè quest’opera sia data molto di rado,anche nella natia Germania del compositore.Ad ogni qual modo sono contento,anche perchè ero abbastanza perplesso,che il nostro teatro l’abbia scelta per l’inaugurazione della stagione operistica.Ciao,grazie e a presto.

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    • Amfortas 6 gennaio 2015 alle 7:17 pm

      Parsifal, ciao. Il tenore che interpetava Claudio (tra l’altro ha cantato tutte le recite) era l’elemento più debole del cast. In ogni caso è una parte difficile. Per quel che riguarda il “giochino” di sentire suggestioni di opere successive, il malato wagneriano come me crede di riconoscere qualche cellula musicale e qualche atmosfera che poi ritroveremo in Lohengrin, Tannhäuser e Parsifal. Chissà se è vero, però :-). Ho ricevuto – come se avessi qualche merito! – molti complimenti da persone di fuori Trieste per Coro e Orchestra, sapessi come girare a loro questi complimenti, lo farei.
      Ciao e grazie!

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  7. Pingback:Ancora un Wagner giovanile (tra le altre cose) per la stagione sinfonica al Teatro Verdi di Trieste. | Di tanti pulpiti.

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