Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

La mostra “La Grande Trieste”, o la responsabilità di essere triestini: storie che s’intrecciano.

Sapete che è rarissimo che scriva qualcosa al di fuori della musica lirica. La mia è una scelta dettata da ragioni precise che spiegai a suo tempo. Oggi faccio eccezione per tantissimi motivi. Alcuni li scoprirete leggendo quello che segue. Nei prossimi giorni ci sarà spazio anche per il prossimo Orfeo ed Euridice al Teatro Verdi, ma oggi urge altro.salone-degli-incanti-ex-pescheria_1091771
Per me l’ex Pescheria Centrale, o Salone degli incanti come si chiama ora, è sempre stato un contenitore culturale. Il motivo è semplice: lì la mia famiglia si è guadagnata da vivere (il lavoro è cultura) sin da quando, nel 1913, fu inaugurato l’edificio pensato dall’architetto Giorgio Polli. Non sto ad annoiarvi con le mie vicende personali ma quando, nel 2002, il Mercato Ittico si spostò nella nuova sede per me fu una grande tragedia. E non solo per me, peraltro.
Tempo fa scrivevo anche su di un blog ora purtroppo abbandonato all’incuria e allo spam più becero, intitolato Stanze all’aria (non metto il link perché mi vergogno delle sue condizioni, se volete lo trovate da soli).
Insomma, scrissi questo piccolo post:

Da poco tempo, circa un mese, anche Trieste ha la sua tangenziale, o meglio, il progetto tangenziale partito anni fa è arrivato a compimento.
Ora, si potrebbe impostare un ragionamento sulla lungimiranza e la coscienza ecologica di chi ha programmato un altro fiume di cemento intorno a una città, ma non è ciò che m’interessa oggi.
Io lavoro al Mercato Ittico di Trieste, che sino al 2001 era quello nella foto.
È un edificio che non ha particolari attrattive ma un paio di particolarità sì: la prima è che era chiamato confidenzialmente dai triestini Santa Maria del Guato. Santa Maria perché in qualche modo, dal punto di vista architettonico, ricorda una chiesa; il guato è la forma dialettale che identifica il ghiozzo, pesciolino di poco pregio normalmente usato come cibo per i gatti, anche se in realtà i filetti fritti sono buonissimi.
Per andare al lavoro, di primissimo mattino ovviamente, io scendevo in città dall’altipiano del Carso dove abito tuttora e arrivavo in questa bellissima “chiesa”.
La seconda particolarità è che, evidentemente, i bar e i caffè della zona pullulavano di addetti ai lavori: commercianti, pescatori, uomini di fatica, insomma tutti coloro che vivevano dei prodotti del mare.
Nelle pause di lavoro, uscivo sui moli e guardavo il Golfo di Trieste, bello come può essere bello solo il mare di casa tua.
Tutto intorno mi parlava delle mie radici, a partire dal ricordo del defunto bisnonno Florindo, capace di mantenere una famiglia numerosa vendendo anguille, di mio nonno Ricciotti e di papà Ricciotti Jr, dello zio e dei prozii.
I racconti dei pescatori erano ovunque, appiccicati ai muri dei bar e sfumati nei volti di chi non c’era più fisicamente ma continuava a vivere nel perpetuarsi delle malinconie, nel risuonare lieve delle risate che rimbombavano come la risacca nella mia testa.
Sui moli c’erano le barche che vivevano il mare ogni giorno e avevano un’espressione fiera come quella degli armatori.
I dialetti erano molti e variegati, qualcuno parlava in napoletano e l’altro rispondeva in istriano o romagnolo.
Respiravo salsedine e fatica, i miei occhi erano in tempesta, troppo spesso.
Il mare divide (“mare immenso ci separa”, recita un verso del Crociato in Egitto di Meyerbeer) ma unisce pure in modo intimo, misterioso, magico.
Nel 2002 ci siamo trasferiti in un capannone industriale, nell’immediata periferia triestina.
Non c’è un bar ma una macchinetta che distribuisce caffè asettici e spietati, che non invitano certo alla chiacchiera o alla confidenza: in un bicchiere di plastica non ci si riflette.
I pescatori, quando hanno finito di scaricare il pesce, se ne tornano agli ormeggi, lontano.
C’è molto silenzio.
Mi sembra logico, a questo punto, che io debba andare a lavorare in autostrada, sfrecciando a 100 km/h attraverso tunnel pieni di colori sgargianti e così anonimi, invece che scendere per viuzze tortuose e inconfondibili.
Non mi guardo più intorno, non so perché ma mi sento più povero e meno felice: i miei occhi sono di un colore indefinito e non hanno quel bagliore verde azzurrognolo che fa presagire la tempesta dello scatto d’orgoglio.
Neanche i gatti attraversano la mia strada, e neppure quella signora che aveva quel lupo incontinente, che la costringeva con qualsiasi tempo a uscire alle quattro di mattina.
Chissà se ancora fa lo slalom tra le auto parcheggiate e mette a rischio la propria vita attraversando dove non dovrebbe, trainata da quel cane irrazionale guidato dall’istinto.
Non so, ho la sensazione che questa semiretta di asfalto abbia chiuso un cerchio.

Tutto questo a significare che ancora parecchi anni dopo il trasloco (il post è del dicembre 2008) non avevo digerito il cambiamento. Tra l’altro, il post originale è corredato dal commento di un amico che se n’è andato improvvisamente tre giorni fa, il che aumenta – oggi – ulteriormente il carico emozionale intrinseco delle parole che avete appena letto.
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Nel frattempo il Salone degli Incanti ha ospitato le manifestazioni più disparate (e disperate). Non sto a elencarle, non avrebbe senso. In generale posso dire che io ho sempre continuato a provare un po’ di rancore e disagio nei confronti di tutto quello che avveniva all’interno dell’ex Pescheria, anche se ormai sono sei anni che ho scelto di fare (o non fare, dipende dai punti di vista) altro.
Poi, sabato pomeriggio scorso ho visitato La Grande Trieste, un’esposizione – fatta di foto d’epoca, oggetti, documenti e molto altro – dedicata alla mia città e al suo glorioso passato tra il 1891 e il 1914. Un mondo che non c’è più e che sembra quasi ancor più lontano di quanto non appaia dal freddo dato cronologico.

Nella presentazione online, tra le altre cose, si dice così:

Concepita dai responsabili scientifici della mostra Maria Masau Dan, Bianca Cuderi e Nicola Bressi, “La grande Trieste” cerca di descrivere ciò che lo scoppio della guerra ha significato per Trieste, la fine di un’epoca e la sua archiviazione.

Mi ha colpito quel “la sua archiviazione” perché suona definitivo. Forse è quello di cui avevo bisogno: archiviare e andare avanti, senza dimenticare. Un archivio è lì, pronto a essere consultato quando serve.
Gli archivi si prestano agli ossimori (che io venero, in quanto contraddittori come quelle vere e proprie figure retoriche che sono le nostre vite) perché sono silenziosamente rumorosi. Sono il ghiaccio bollente di quel disgustoso piacere che è il ricordo.fenice

Così, mentre guardavo – figuriamoci se non ci mettevo la lirica – la locandina del programma 1913 della Stagione di Carnevale del Teatro Verdi di Trieste (un’inezia: Gino Marinuzzi sul podio a dirigere Tristano e Isotta, Fanciulla del West e Parsifal), oppure le foto della folla per le celebrazioni del centenario della nascita di Giuseppe Verdi, o ancora le stupefacenti immagini della sala da pranzo di prima classe su non ricordo quale piroscafo, così – dicevo – senza che me ne accorga consciamente, facevo metaforicamente pace con diverse persone, tante situazioni e forse mi sono anche riconciliato con una parte di me stesso.
Ho imparato anche che il 26 dicembre 1831 nascevano in contemporanea la Norma di Bellini e le Assicurazioni Generali, per dire.
E soprattutto, quando passerò davanti al Salone degli Incanti sarò più sereno.
Chi può non si faccia mancare questa mostra e ci porti i figli e i nipoti, perda un po’ di tempo a spiegare e a contestualizzare. E magari ci torni una seconda volta, come sicuramente farò io. È un piccolo investimento a rischio zero e rendimento altissimo.
Un saluto a tutti, alla prossima!

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19 risposte a “La mostra “La Grande Trieste”, o la responsabilità di essere triestini: storie che s’intrecciano.

  1. Giuliano 22 febbraio 2015 alle 5:57 pm

    molte considerazioni… provo a essere breve: mi hai colpito quando parli del vendere anguille, attività che permetteva di mantenere una famiglia. Fino a non molto tempo fa era ancora possibile l’iniziativa privata, un giovane (o un lavoratore dipendente stufo di star sotto padrone) poteva ancora aprire un negozio, un commercio, una piccola fabbrica, qualcosa. Dall’inizio del nuovo millennio invece c’è il vuoto, c’è la grande distribuzione e poi il nulla (salvo poche eccezioni benedette). Aprire un’attività, anche piccola, significa vedersi subito passati sotto lo schiacciasassi della grande distribuzione. Penso sempre più spesso che siamo tornati al feudalesimo, il potere e la ricchezza in mano di pochi, e anche i dazi all’ingresso, però modernizzati, col tornello, il telepass, il ticket, il target, il còppet.
    Te l’ho già detto che su una confezione da sei uova ho trovato scritto “guscio non edibile”? Cioè, a parte il fatto che il 90% delle persone non sa cosa significa o ci deve pensare un attimo, c’è gente che non sa che il guscio non si mangia. Così siamo ridotti, tra un’installazione e un’altra dentro ciò che fu un cotonificio (qui a casa mia) o una pescheria (da te) o un Lingotto o una Bicocca.
    Sul nostro blog, questo e anche l’altro, come ben sai condivido la tristezza.

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    • Amfortas 23 febbraio 2015 alle 9:33 am

      Giuliano, ciao. Sì, il mio bisnonno vendeva i popolari “bisati” (popolari per quei tempi, perché oggi costano un occhio della testa). Io credo che il problema non sia tanto la grande distribuzione (che fa i suo danni, certo) quanto il carico fiscale – credimi, ne so qualcosa – che è a livelli da follia pura. Aggiungici poi le tasse silenti e i tagliagole che ti aspettano negli angoli delle carte di credito ed è fatta.
      La confezione da sei di uova mi ricorda un altro raccontino che ti piacque molto :-). In ogni caso le avvertenze assurde sono dovute per legge e rientrano in quella strategia per cui tutti cercano di pararsi il culo: tra un po’ scrivreanno che è vietato buttarsi sotto gli autobus (se già non è scritto da qualche parte) oppure che delle bottiglie d’acqua minerale si deve bere l’acqua e non la bottiglia.
      Ciao e grazie!

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      • Giuliano 23 febbraio 2015 alle 10:49 am

        sì, sono stato un po’ generico ma vedo che hai colto nel segno. Volevo dire che noi tutti siamo comodi con gli iper e i super, ma poi i posti di lavoro che danno in quei centri commerciali sono tutti di livello basso o molto basso… Invece anche con un piccolo commercio, con un negozio, dovendo per esempio gestire magazzino, scorte, contabilità, una persona può capire se può fare qualcosa di più. Questa opportunità oggi è quasi inesistente, alla faccia di chi continua a parlare di start up.
        PS: nel cotonificio si sono conosciuti i miei genitori… (anno 1946, pensa un po’)
        PPS: io mi ero fermato, a suo tempo, perché per il commercio sono abbastanza negato 🙂 ho avuto paura di finire col dire a qualche cliente cosa pensavo veramente, meglio lasciar perdere…

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      • Amfortas 23 febbraio 2015 alle 7:06 pm

        Giuliano, sì hai perfettamente ragione, anche perché gli orari nella grande distribuzione sono vicini allo schiavismo…20 ore settimanali di cui 14 nel weekend.
        Le start up sono qualcosa di assai aleatorio e incerto, lo so bene e so anche che ci pigliano per il culo con termini inglesi o anglofoni.
        Discorso lungo e doloroso…
        Ciao e grazie!

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  2. Furio Petrossi 22 febbraio 2015 alle 10:07 pm

    1914. L’archiviazione. Il primo maggio del 1914 è anche il giorno degli scontri tra sloveni e italiani. Questa volta l’Austria appoggia gli “slavi” osteggiati dagli “italiani” (ma quanti cognomi in “ich” tra essi?) nel delicato equilibrio tra le diverse nazionalità dell’impero. La lotta tra le tribù che abitano/abitavano Trieste si incarognisce. Ma l’Hotel Balkan è ancora integro, non ci sono le squadracce del 1920 ad incendiarlo. In marzo nasceva mio papà e in quei giorni l’imperatore soffriva di una grave forma di influenza che stava per portarlo alla tomba: si fosse aggravata l’influenza non ci sarebbe stato il viaggio a Sarajevo; che sarebbe di Trieste? Ormai sono dallo stesso numero di anni friulano e triestino e guardo da settanta chilometri la mia città con malinconia, ma anche con ironia per quanto ha nascosto di sé a sé stessa . Ma è giusto archiviare.
    Un notarella cattiva sul Teatro di quegli anni, è di Joyce: “Loggione. The sodden walls ooze a steamy damp. A symphony of smells fuses the mass of huddled human forms”.
    La mostra è bella e struggente, ne sono rimasto ferito.

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    • Lauradeto 23 febbraio 2015 alle 7:52 am

      Grazie per questa che è sicuramente più di una recensione. Se la mostra durerà fino a primavera – diciamo aprile – potrebbe essere l’occasione di una visita. Buona settimana! Laura

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      • Amfortas 23 febbraio 2015 alle 9:43 am

        Laura, ciao. Non c’è nessuna mostra, è una mia bieca trappola per farti venire a Trieste 🙂 (avrei scommesso su un tuo commento).
        L’esposizione è aperta sino al 3 maggio, e non ti sto neanche a dire che se ti/vi azzardate a passare senza avvertire ti becchi una scena della pazzia. Non è bello, te l’assicuro.
        Ciao e grazie 🙂

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    • Amfortas 23 febbraio 2015 alle 9:38 am

      Furio, ciao. Il tuo intervento è molto centrato nel senso generale e nei particolari, perché credo davvero che non si possa uscire da questa mostra senza esserne in qualche modo turbati. O almeno così mi pare, per noi autoctoni.
      Il passo di Joyce sul Loggione è bellissimo e tu sei un signore ad averne riportato la parte meno… aleatoria e fastidiosa 🙂 .
      Ciao e grazie!

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  3. lapodelapis 23 febbraio 2015 alle 9:36 am

    in quel posto ci ho lasciato anch’io un ricordo. l’ultima mostra di un vecchio amico di mio padre. ti chiesi due dritte per quel fine settimana, ricordi? la tua città è bella, e sentirtene parlare mi mette voglia di tornarci. ciao.

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  4. stefania 23 febbraio 2015 alle 8:11 pm

    bellissime le sue parole, che sento e condivido completamente.. è un piacere leggerla, rincuora …. grazie…ciao!!

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  5. Iris 23 febbraio 2015 alle 10:09 pm

    Paolo, lo sai che in generale io penso che tu scriva molto bene: stavolta leggerti e’ stato, non solo piacevole ed istruttivo, ma toccante, emozionante insomma. Grazie.

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  6. Heldentenor 26 febbraio 2015 alle 5:01 pm

    Ho vari ricordi di Santa Maria del guato, ci andavo da bambino col nonno a comprare il pesce, sono stato comparsa nel Padrino parte seconda dove la pescheria si era trasformata in Ellis Island.Sono reduce da una gita ad Istanbul e girando per il Gran Bazar, dove lavorano 4000 (quattromila) piccoli commercianti, dove si contratta, si ride, si scherza, si gioca a backgammon e si beve il thè, ho capito il tuo sconcerto e il tuo dolore per essere stato sradicato da un posto dove lavorare, bello come la pescheria , che adesso , ridotta a ” contenitore di eventi” è poca cosa rispetto a quell’organismo vivo che era prima.
    p.s. Sempre bambino, a Grado, sono andato con uno zio a comprare un’anguilla. Una nerboruta signora la prese da una vasca piena, che sembrava la testa di Medusa, la sbattè ripetutamente per terra, e poi la eviscerò credo. Mi fece tanta impressione che non ne ho più mangiata…. A proposito della mostra, ti dico solo che mio nonno Michele, il nome di mio figlio, fedele suddito a.u. e marinaio sulla Franz Ferdinand, all’arrivo di “quelli” , andò esule a Potzendorf, campo profughi a 70 chilometri da Vienna dove rimase anni. Tornò poi, ma essendo socialista, non ebbe vita facile qui, e per quello che mi ricordo, rimpiangeva il grande porto dell’Austria, che eravamo e che non siamo più. Non la penso molto diversamente, specialmente quando vado da amici e parenti a Wien.

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    • Amfortas 27 febbraio 2015 alle 9:34 am

      Heldentenor, ciao. Io ti potrei intrattenere un paio di giorni solo con i retroscena delle scene del Padrino girate a Santa Maria del Guato.
      Però, a proposito della pescheria, tutto va avanti e le nuove regole comunitarie in materia sanitaria non consentivano la permanenza nel sito (e mi fermo qui, perché il discorso sarebbe davvero lungo). Poi, ovvio, c’erano anche ragioni economiche legate alla proprietà.
      Ciao e grazie.

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