Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione seria di Il Campiello di Ermanno Wolf-Ferrari al Teatro Verdi di Trieste: il gioco di squadra paga.

Insomma, io cerco di evitare l’orrida Venezia per quanto mi è possibile e che succede? Me la ritrovo in casa, o meglio sul palcoscenico del Verdi! Un campiello di dimensioni quasi reali. E pensare che domani dovrò andare nella Venezia vera per il concerto di Jeffrey Tate, che interpreterà la Nona di Mahler. Mai una gioia, davvero.
Anche perché, a molti sarà sfuggito, ma io che nella città lagunare temo sempre per la mia incolumità sono particolarmente attento alle notizie, ora dopo i gabbiani assassini sembra che dovrò lottare pure con i coccodrilli (strasmile).
Ma veniamo alla serata di ieri al Teatro Verdi.foto di Fabio Parenzan-0140

Come acutamente osservava Fabrizio Moschini nella recensione de Il Campiello al Teatro dell’Opera di Firenze, se qualcuno avesse la tentazione di approcciarsi a questo lavoro di Wolf-Ferrari con un certo sussiego e il nasino all’insù, dovrebbe prendersi la briga di leggere i nomi dei protagonisti del debutto dell’opera nel 1936 alla Scala di Milano. A cominciare dal nome del direttore, Gino Marinuzzi, e senza scordarsi certo gli altri: Mafalda Favero, Iris Adami Corradetti, Margherita Carosio e Salvatore Baccaloni.
Ma i grandi nomi non bastano di certo, per il buon esito di un’opera come questa ci vuole altro e cioè che l’intera compagnia artistica sia in sintonia e sviluppi quella chimica, quella specie di magia inesplicabile fatta di gesti e sguardi che qualche volta, non sempre, si crea sul palcoscenico di un teatro.
In questo senso perciò, pur senza poter schierare cantanti di livello eccelso, il Teatro Verdi ha vinto la sfida che rappresentava la produzione de Il Campiello.foto di Fabio Parenzan-0115
Merito, in primo luogo, della regia di Leo Muscato il quale “costretto” dallo splendido libretto di Mario Ghisalberti (e ovviamente dal testo teatrale di Goldoni) a una scena fissa, decide di mettere in evidenza come sia proprio il campiello il vero protagonista dell’opera attraverso quasi tre secoli di storia. Un piccolo microcosmo che si adatta alle nuove esigenze della società ma che, alla fine, resta sempre se stesso e non perde la propria identità quasi a prescindere dai cambiamenti. Anzi quando, nel finale, Gasparina cede al rito del selfie di gruppo (ma ormai siamo al Periscope di Twitter…) ci rendiamo conto di come si tratti di una moda effimera, destinata a lasciare solo qualche sbiadito ricordo. Una foto fatta in fretta, nulla di più.
Bellissime le scene di Tiziano Santi, impreziosite dalle morbide luci di Alessandro Verazzi e sempre appropriati i costumi pensati da Silvia Aymonimo.
Intelligente, sofisticata la direzione di Francesco Cilluffo che guida l’Orchestra del Verdi a un’altra prova maiuscola in una partitura difficile da rendere con compiutezza perché racchiude un’identità settecentesca, screziata di suggestioni anche del tardo Verdi del Falstaff ma rivestita da musica del Novecento, in cui si rincorrono cambi di ritmo, improvvise accensioni melodiche, ripiegamenti patetici e intermezzi comici. Tutti elementi che il direttore ha reso con incisività e senza clangori. Buona anche la prestazione del Coro.
I protagonisti sono sembrati brillanti nella recitazione – e il regista ha lavorato accuratamente su ogni singolo personaggio – e anche dal punto di vista vocale le cose sono andate piuttosto bene.foto di Fabio Parenzan-0105 S Daniela Mazzucato in Il CAMPIELLO
Alessandra Marianelli ha caratterizzato di umorale malizia e gioventù Lucieta, con una voce che è parsa più tornita e corposa rispetto a un passato anche recente.
Brava anche Daniela Mazzucato, che dopo un inizio cauto ha cantato bene lo struggente addio alla città lagunare, rendendo con grande espressività la sottile malinconia della delicata Gasparina.
Qualche difficoltà per Rita Cammarano (Gnese) la quale, seppur nell’ambito di una prestazione convincente, ha mostrato un bel fraseggio ma anche un registro acuto rivedibile.
Spiritosa e scatenata Patrizia Orciani, ipercinetica e irrequieta Orsola.
Buone anche le prove di Alessandro Scotto di Luzio (Zorzeto) e Filippo Morace (Anzoeto), che hanno ben interpretato gli slanci e le contraddizioni dei giovani ragazzi innamorati con voce sonora e timbrata.
Centrate e convincenti le prestazioni di Clemente Antonio Daliotti, che ha tratteggiato con stile un disincantato Cavalier Astolfi, e molto bravo anche Nicolò Ceriani, nella difficile parte dello spigoloso Fabrizio dei Ritorti.
In grande spolvero le due mammine en travesti Max René Cosotti (Dona Cate) e Alessandro D’Acrissa (Dona Pasqua), bravi anche nel non spingere troppo il pedale dell’ambiguità restando sempre nei limiti del buongusto.
Successo molto caloroso per questa produzione, nonostante anche questa volta il pubblico, soprattutto in loggione, non fosse troppo numeroso. Applausi per tutta la compagnia e bel successo personale per Daniela Mazzucato e Alessandra Marianelli.

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15 risposte a “Recensione seria di Il Campiello di Ermanno Wolf-Ferrari al Teatro Verdi di Trieste: il gioco di squadra paga.

  1. heldentenor 10 aprile 2015 alle 5:47 pm

    Spettacolo piacevole, veramente,Qualche “clangore” si è percepito in loggione, e anche in platea mi hanno confermato qualche sonorità eccessiva in volume, ma insomma. Sono d’accordo sul registro acuto a tratti “molto” rivedibile della Cammarano, ma imparerà. La Mazzuccato ha stretto un patto col diavolo, è sempre deliziosa in scena e vocalmente fresca, io la amo. Mi ricordo un bizzarro spettacolo con Massimini al Rossetti tanto tempo fa. Lui faceva la parte di un balordo che portava l’ingenua Mazzuccato alla perdizione. Ebbene, in una scena lei cantava “Casta Diva ” svestita in una piccante lingerie.Io da quella volta la amo!!!!!!!!!!!!! A parte le mie vicende amorose, in loggione eravamo in 71. Ho deciso che d’ora in poi conterò i presenti e agli abbonati assenti chiederò la volta dopo la giustificazione, perchè, per la miseria, manco gli abbonati che il biglietto lo hanno già pagato si fanno vedere!!!!! Aggiungi alla tristezza delle sedie vuote il bar della galleria chiuso e il fatto che le maschere non vendono il programma di sala. Bisogna andarselo a comprare nel bar annesso alla platea, sembra per un problema di scontrini, ma da quando in qua ?

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    • Amfortas 11 aprile 2015 alle 8:19 am

      Heldentenor,ciao. Questa partitura è fatta anche di contrasti violenti, può essere che in loggione il suono arrivi in modo diverso, non sarebbe la prima volta e rientra nella normalità. Ieri ho chiesto proprio al direttore come si è regolato in questo senso, vista la notevole differenza di acustica tra il Verdi e il teatro (quello nuovo) di Firenze.
      Visto che ti piacciono gli appelli potresti anche eleggere un capoclasse in loggione, pensaci 😉
      Poi, alla fine della stagione, il loggionista più meritevole potrebbe venire con me a Venezia, che ne dici?
      Ciao e grazie.

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  2. Giuliano 11 aprile 2015 alle 9:47 am

    Wolf-Ferrari mi piace molto, ma è anche uno dei pochi che non ho mai approfondito, disdetta. Vedrò di rifarmi, ho dei bei ricordi radiofonici delle sue opere goldoniane. (I rusteghi, che spero nessuno pronunci in altro modo se non nel modo sdrucciolo) (sdrùcciolo, s’intende)
    🙂

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    • Amfortas 12 aprile 2015 alle 7:57 am

      Giuliano, ciao. Compositore strano, Wolf-Ferrari, che sicuramente ha pagato in popolarità per questioni storiche. La sua è una musica antica e moderna allo stesso tempo, ma decisamente – almeno per me – novecentesca. Goldoni è…Goldoni, anche se oggi i testi scontano un po’ gli anni.
      Ciao e grazie.

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      • Giuliano 12 aprile 2015 alle 9:21 am

        Ho avuto la fortuna di assistere agli spettacoli di Strehler (Campiello e Baruffe, oltre all’Arlecchino), ho il ricordo di Tino Buazzelli in tv nella Bottega del Caffè, posso dirti con sicurezza che Goldoni richiede grandi attori e grandi registi. Purtroppo per noi, viviamo tra gente che si crede d’essere grande (grande regista, grande attore) ma così non è (tristezza grande, questa sì grande). Se incappi nell’allestimento di un mona, ed è disgraziatamente molto ma molto facile, povero Goldoni e poveri noi spettatori.
        Comunque sia, vado a cercare cosa c’è su disco di Wolf Ferrari. Come te la cavi con l’altro italo-todesco, Ferruccio Busoni? A me piace moltissimo, ma sono anche un bel po’ intimidito dai suoi brani per pianoforte. La Turandot di Busoni è magnifica, Carlo Gozzi stavolta e non Goldoni
        🙂
        (così ripassiamo anche un po’ di Storia del Teatro)

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      • Amfortas 12 aprile 2015 alle 3:15 pm

        Giuliano, riciao 🙂 Parole sante, le tue. Siamo sommersi dalla mediocrità e dalla presunzione. A questo punto meglio la grandezza latente 🙂 di sveviana memoria. Busoni mi piace, tanto, e credo che Gozzi e Goldoni avranno fatto pace, ovunque siano. Strehler invece riderà come un matto, ovunque sia.
        Ciao e grazie.

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  3. Alucard 11 aprile 2015 alle 2:53 pm

    Non posso che concordare con te e Heldentenor, soprattutto per quanto riguarda gli abbonati che non vengono (anche se mi lasciano posti migliori).

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  4. heldentenor 11 aprile 2015 alle 3:24 pm

    Vengo io una volta in gita a Venedig, ho bellissimi ricordi di grandi spettacoli e una zia che volendo mi ospita. Ma il Jeffrey Tate che ormai avrai visto dirigere a Venezia la nona di Mahler era/è anche pianista e accompagnatore di cantanti ? Il Corriere Veneto di ieri ricorda che è stato per lungo tempo direttore ospite nell’orrida.Non vai mica anche a sentire Allevi a Padova spero???????!!!!!!

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    • Amfortas 12 aprile 2015 alle 8:05 am

      Heldentenor, ciao. No, non vado a sentire Allevi però ti posso dire che ieri, al bookshop della Fenice presso il quale mi sono attardato un po’, sono in bella evidenza i dischi della Callas e quelli di Bocelli: insieme.
      A Tate devo una delle più belle Valchirie che abbia ascoltato dal vivo, proprio a Venezia, nel 2006 mi pare (con la regia di Carsen, magnifica). Non so se abbia fatto anche il pianista accompagnatore, ma so per certo che ha lavorato con Boulez per il Ring del centenario e con altri tipo Kleiber, Karajan e forse anche Solti.
      Ciao e grazie.

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  5. fadecas12 11 aprile 2015 alle 10:53 pm

    Confermo che anche alla replica di questa sera (sabato 11), per altro molto applaudita rispetto alle abitudine medie del pubblico triestino, il teatro registrava vuoti cosmici un po’ in tutti i settori.
    Anch’io, come Heldentenor, in ugual misura ascoltanto e vedendo (col binocolo) la Mazzuccato, che fra l’altro – insidia imbarazzante – era stata Gasparina a Trieste già decenni or sono, ho pensato al patto diabolico o almeno agli intrugli alchemici di Elina Makropulos: in questa parte così stilizzata e caratterista mi pare ancora più originale e convincente oggi!
    Ho apprezzato molto sia la realizzazione scenica che la conduzione orchestrale, in cui ho ravvisato soprattutto, più che la patina settecentesca, che sta tutta nel “pastiche” goldoniano, gli echi di tanto novecento storico. Dato che Paolo non lo ha menzionato, mi pare particolarmente encomiabile che, una volta tanto, un’unica compagnia si sia accollata il peso di tutte le repliche. Non si pensi certo ad un’opera facile o “leggera”:a differenza dei Quattro Rusteghi, e similmente invece ad un altro lavoro abbastanza tardo di Wol f Ferrari come Sly, nel Campiello la vocalità si inerpica quasi sempre in zone insidiose e scoperte, fra il declamato e il canto e in maniera del tutto sghemba rispetto all’andamento orchestrale; quindi presumo che per i cantanti l’impegno sia decisamente faticoso. Un bravo a tutte/i!
    Saluti, Fabrizio

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    • Amfortas 12 aprile 2015 alle 8:11 am

      Fabrizio, ciao e bentornato in questi lidi.
      Sono d’accordo con tutto ciò che dici e fai bene anche a sottolineare come il cast sia sempre lo stesso.
      Spiacente che il pubblico (è il maggiore problema per il Verdi) sia latitante, soprattutto quando le produzioni sono interessanti e ben realizzate. Scontiamo il menefreghismo e l’incapacità di molti, purtroppo, e poi i tempi sono quello che sono. I vuoti sono ormai una costante in quasi ogni teatro, con poche eccezioni.
      Sulla Mazzucato non posso che ribadire quello che scrissi anni fa: se si presentasse alle comunali, sbaraglierebbe tutti 🙂 (e pensa se non ci fosse stata nel cast, che bagno di sangue che sarebbe stato per il botteghino)
      Ciao e grazie.

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  6. Furio Petrossi 18 aprile 2015 alle 10:06 pm

    Fuori tema: “il cui cartellone completo sarà pronto entro la fine di maggio, fornendo un’anticipazione che riguarda i primi tre titoli. Tra ottobre e dicembre, con le masse artistiche dell’Orchestra e del Coro del Teatro Verdi, nella sede della Fondazione lirica triestina, saranno in scena: Don Giovanni di Mozart diretto dal M° Gianluigi Gelmetti, Werther di Massenet e L’elisir d’amore di Donizetti”.
    In tema: sarò a Trieste per l’ultima. A sentirvi pregusto un piacevole pomeriggio.

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    • Furio Petrossi 18 aprile 2015 alle 10:17 pm

      P.S. L’accoppiata Don Giovanni – Elisir a Trieste è del 1842, mentre quella Werther – Elisir è del 1902. Una vera novità averli assieme tutti e tre… :->

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    • Amfortas 20 aprile 2015 alle 8:18 am

      Furio, ciao. Ho letto l’intervista al sovrintendente, mi stanno bene quei titoli ma purtroppo ho letto anche che non ha intenzione di aprire il teatro a repertori meno frequentati: vedremo, che succede ma io sono invece convinto – lo scrivo da anni – che sarebbe opportuno che il Verdi si distinguesse per un cartellone di rottura.
      Spero che tu ti sia divertito ieri, ciao e grazie.

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