Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione abbastanza seria di Falstaff al Teatro Verdi di Trieste: stupisce l’uomo castoro.

Di questo Falstaff mi resterà per sempre nella memoria una scena straordinaria, che però non ha nulla a che fare con l’opera. Al primo intervallo un giovanotto mi ha colpito per la sua acconciatura pazzesca: sembrava avesse in testa un castoro. Ora, probabilmente è stata solo una mia sensazione, ma il fatto che il ragazzo sia stato trascinato da una forza arcana a rodere i tavolini di un bar in Piazza Verdi mi fa pensare che forse non è stata un’allucinazione. E certo, anche il fatto che dopo un po’ sia comparsa una diga vicino a Pep’s ecco, mi insinua il dubbio che proprio di un castoro si dovesse trattare e pure piuttosto vivace.
Serata sorprendente anche per altri motivi, perché alla fine dello spettacolo ho incontrato dopo soli 45 anni un mio compagno d’infanzia e di scuola. Il fatto che ci siamo riconosciuti subito, senza troppe esitazioni, depone a favore del nostro stato di conservazione, bisogna dirlo. Poi, se qualcuno volesse chiosare che gli enormi cartelloni appesi al collo con i cognomi scritti in stampatello possano essere stati d’aiuto, beh, è libero di insinuarlo. Ciao Pier (strasmile).

Questa produzione di Falstaff, che ha chiuso la stagione operistica a Trieste, aveva un particolare significato metaforico e cioè segnava in modo definitivo l’addio del sovrintendente Claudio Orazi il quale, è bene ricordarlo, seppure tramite una spending review dolorosa per molti e fraintesa da altri ha messo il teatro triestino in condizione di continuare un’attività artistica dignitosa per la tradizione del Verdi. Ma tutto questo è ormai storia ed esula dall’attualità; il futuro è nelle mani del nuovo sovrintendente Stefano Pace.foto di Fabio Parenzan 0005

Da sempre gli appassionati si pongono una domanda: qual è il vero Verdi? Quello delle cabalette infuocate degli anni di galera o quello artisticamente più sfumato e raffinato del Falstaff?
Evidentemente si tratta di una domanda oziosa, forse solo un escamotage per discorrere una volta di più di un compositore straordinario, amatissimo ovunque e i cui lavori sono da sempre tra i più rappresentati. L’Arte di Verdi è ben simboleggiata sia dalla Battaglia di Legnano sia da Falstaff, ultimo lavoro operistico del Maestro, proprio perché ben rispecchiano la parabola artistica e umana di Giuseppe Verdi.
Ed è un’opera peculiare e rivelatrice, Falstaff, perché lo stesso compositore abbandonò il genere comico dopo la sua seconda opera, Un giorno di regno, e affermò che scrivendo Falstaff non ho pensato né a teatri, né a cantanti. Ho scritto per piacer mio e per conto mio! Quasi un testamento.
E il piacere, a tanti anni di distanza, è anche di chi ha la fortuna di vedere in teatro un simile capolavoro, sintesi di tradizione e rinnovamento, di cultura nel senso più alto anche grazie all’apporto dello stupendo libretto di Arrigo Boito tratto da Shakespeare.foto di Fabio Parenzan 0007
L’allestimento pensato da Mariano Bauduin si può definire tradizionale, quasi didascalico, ma ha il pregio di essere ben realizzato nelle scene di Nicola Rubertelli e intelligentemente caratterizzato dai costumi di Zaira de Vincentiis. La recitazione dei singoli è curata nei dettagli e anche le controscene sono sembrate apprezzabili. Particolarmente riuscita mi è parsa la grande scena della quercia di Herne. Soprattutto, in generale, l’allestimento è senz’altro di buongusto anche se soffre di una certa sensazione di déjà vu e manca di un’identità specifica che lo renda riconoscibile tra i Falstaff di stampo tradizionale.
José Miguel Pérez-Sierra (qui l’intervista che gli ho fatto nei giorni scorsi), giovane direttore spagnolo, ha dato della magnifica partitura verdiana un’interpretazione omogenea che ha convinto per il bel passo teatrale in un’opera che richiede fluidità narrativa, brio e allo stesso tempo attenzione ai dettagli. Apprezzabile, inoltre, la capacità del direttore di variare il peso del suono senza risultare né clangoroso né anodino. Ottima la risposta dell’Orchestra del Verdi, che si è confermata una volta di più compagine di buon livello al pari del Coro, preparato da Paolo Vero.foto di Fabio Parenzan 0008
Luci e ombre nella compagnia di canto in cui ci sono stati un paio di avvicendamenti dell’ultima ora.
Non particolarmente incisiva mi è sembrata la prova di Alberto Mastromarino nel title role, il quale ha mostrato padronanza del palcoscenico e misura nella recitazione ma è sembrato – almeno ieri sera – poco efficace nel canto. Nonostante un buon terzo atto ne è uscito un Falstaff certo mai volgare ma piuttosto dimesso e sfocato, privo di quella vitalità serotina (l’estate di San martino) che lo anima in tutta la vicenda.
Domenico Balzani, Ford, è sembrato dotato di una voce sonora ma è stato molto generico nel fraseggio e piuttosto monocorde nell’interpretazione, tanto che lo strepitoso monologo delle corna, così ricco di ripiegamenti riflessivi, non ha lasciato ricordi particolari.
Enea Scala, arrivato da pochi giorni a sostituire il previsto Tony Bardon, non ha demeritato ma il suo Fenton, parte di evidente ascendenza belcantistica, è sembrato più corretto che convincente perché ha espresso una giovanile e superficiale esuberanza ma non l’incanto dell’innamoramento.foto di Fabio Parenzan 0019
Molto buona la prestazione di Giovanna Lanza, Mrs Quickly di classe, elegante nella recitazione e scevra da quelle forzature vocali che riducono troppo spesso il personaggio a una macchietta grossolana.
Brava anche Eva Mei, che dopo un inizio un po’ laborioso ha fatto valere le doti di belcantista e ha restituito un’Alice Ford dalla femminilità matura, intelligente e arguta, vero motore della vicenda (quella che mena la polenta, come diceva Verdi).
Discreta la prova di Mina Yamazaki, seppure con qualche rigidità nel registro acuto che ha parzialmente privato il personaggio di quella luminosa leggerezza che lo caratterizza.
Spigliata e corretta mi è sembrata Antonella Colaianni (al posto della prevista Sofia Koberidze) nei panni di Mrs. Meg Page.
Cristiano Olivieri (Dr.Cajus), Gianluca Sorrentino (Bardolfo) e Luciano Leoni (Pistola), per i quali la regia prevedeva un notevole impegno scenico, hanno completato decorosamente il cast.
Il pubblico, non certo numerosissimo (parecchie le defezioni agli intervalli), ha apprezzato la serata ma senza esprimere particolare entusiasmo.

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17 risposte a “Recensione abbastanza seria di Falstaff al Teatro Verdi di Trieste: stupisce l’uomo castoro.

  1. Alucard 27 giugno 2015 alle 2:08 pm

    Ok che sei vecchio e ai tuoi occhi sarà sembrato un ragazzino, ma l’uomo castoro avrà avuto almeno 45 anni! 😀
    Passando alle cose meno serie, la recensione è un capolavoro di scrittura diplomatica. Complimenti come al solito!

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    • Amfortas 27 giugno 2015 alle 6:24 pm

      Alu, ciao. 45 anni dici? Pensa a quante dighe ha tirato su, allora 🙂
      Quanto al resto, che dire? Oggi ho letto una recensione in cui si dice l’opposto di come la pensava tutto il teatro, noi compresi. Boh. Chissà. Mah.
      Ciao e grazie 🙂

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  2. Pierpaolo Brovedani 27 giugno 2015 alle 8:00 pm

    Carissimo.. Amfortas? E dove se non in piazza Verdi dovevamo rivederci dopo tanti anni? In fondo ti ho rintracciato due anni fa proprio perchè a caccia di recensioni.. e ti ho ritrovato qui. Devo dire che non sei cambiato affatto, e sei rimasto sempre più alto di me (e dalle cose che ho letto, purtroppo sempre juventino)!
    Due commenti da non addetto ai lavori (quest’anno solo Nabucco e Falstaff, ma forse per il prossimo ritorno a fare l’abbonamento, mi sembra un buon programma, almeno per noi “popular”).
    Rispetto alla mortifera messinscena del Nabucco, Falstaff è stata un piacere degli occhi al confronto. In fondo penso che l’opera sia una bella favola per adulti, se si crea un certo ambiente ci entri, altrimenti è noia (o incomprensione).
    Non entro nel merito delle tue valutazioni (anche se dal vivo – e a caldo – ti ho sentito più critico): personalmente alzerei un voto alla Yamazaki (anche se fuori età per la parte) e ne toglierei uno a Scala (dal loggione non si sentiva). A proposito, ho capito perchè abbiamo trovato facilmente due posti così belli (IV fila centrali): il loggione era semivuoto! E, come hai già osservato in platea, una coppia seduta accanto a noi se n’è andata dopo il 2° atto. O tempora o mores.
    Infine una critica cosmetica. L’ultimo atto è molto scespiriano e si presta a scene e costumi più fantasiosi: fate, folletti, spiritelli. Invece: tutti o quasi in cappa nera, folletti come contadini di Olmi per “L’ albero degli zoccoli”, Falstaff, fino ad ora mai fermo, disteso come un malato terminale. Il regista e la costumista hanno perso un’occasione per dare un tocco di magia, anche elegante, alla commedia.
    Un forte strasmile
    Pier

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    • Amfortas 28 giugno 2015 alle 4:19 pm

      Pier, ciao!
      Ok, sono più alto ma tu sei più in forma, dai! Juventino, ovvio, sai che non sono cose che si cambiano, quelle (e poi vedi subito come Giuliano, qui sotto, fa squadra!).
      Come ti ho detto l’altro giorno l’opera lirica, ma estenderei il discorso all’Arte in generale, non vive delle valutazioni dei critici o presunti tali, ma del giudizio del pubblico. E per fortuna, perché la storia dimostra che in questo campo è più facile che prendano mostruose cantonate i critici (esempi a nastro, solo nella lirica…da Traviata in giù).
      Per quanto riguarda una certa prudenza nello scrivere, che giustamente sottolinei, rientra nella norma. Una cosa sono le sane chiacchiere fuori dal teatro, un’altra è mettere nero su bianco un giudizio su di un professionista. Io cerco sempre di essere rispettoso – non tutti lo fanno, ed è un atteggiamento che paga in termini di audience – e sereno. Qualche volta capita di essere troppo tranchant, e non va bene. Voglio dire che attenuare una valutazione negativa non è abdicare alla politically correctness ma solo educazione e civiltà. Io poi non esagero neanche negli elogi, perciò…credo di aver trovato una misura ragionevole nelle mie recensioni.
      Sulla stagione dell’anno prossimo dirò la mia la prossima settimana, credo. In ogni caso ragionerò sulle tue graditissime osservazioni, non dubitarne.
      Ciao e grazie!

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      • Pierpaolo Brovedani 28 giugno 2015 alle 5:59 pm

        Caro Paolo, spero che di calcio parleremo bevendo un caffè. Volevo solo dire che mi va bene la misura nella critica e il tuo scritto è ok. Se riesci invece a darmi un tuo parere specifico sulle mie osservazioni te ne sarei grato, vai pure giù duro se non sei d’accordo..
        Saluti rossoneri
        Pier

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      • Amfortas 28 giugno 2015 alle 6:52 pm

        Pier, per quanto riguarda la Yamazaki ti posso dire che aveva le note della parte, ma mancava a mio parere la morbidezza nel canto e la coscienza, la capacità di esprimere con la parola l’innamoramento. Il canto non è solo questione di note, ma di espressività.
        Da dove ero io il tenore si sentiva e risultava coperto solo nei concertati, quindi non saprei dire meglio ciò che già ho scritto. Anche Scala, sempre a mio parere, mancava della morbidezza necessaria ad esprimere i sentimenti di cui sopra.
        Sullo spettacolo il discorso è più complicato perché se è vero che il terzo atto (che comunque a me è sembrato il più riuscito) si presterebbe a qualche alzata d’ingegno è pure vero che il regista segue la sua strada. Per restare al tuo esempio cinematografico avrei visto bene l’inventiva di un Fellini, che ne dici? C’è da considerare che – credo di non sbagliarmi – l’allestimento era firmato qui a Trieste da Bauduin ma credo che non sia uno spettacolo pensato da lui. A Bari o comunque in Puglia a firmarlo fu De Simone.
        Spero di aver risposto 😀 , ciao!

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  3. Giuliano 28 giugno 2015 alle 1:40 pm

    “scrivendo Falstaff non ho pensato né a teatri, né a cantanti. Ho scritto per piacer mio e per conto mio! ”
    quando Verdi dice queste cose lo amo e lo ammiro profondamente – è così che nascono i capolavori (a patto di essere uno come Giuseppe Verdi, sia ben chiaro). Oggi gli farebbero fare jingle per la pubblicità, per questo motivo penso che quelli come Verdi siano scomparsi, cosa stai a impegnarti in questi tempi da spot…
    (discorso che vale in tanti altri ambiti, politica compresa, ahinoi)

    Lo sapevi che i castori hanno costruito gran parte del territorio del Canada? E’ tutto vero, con le dighe hanno cambiato corso dei fiumi, allagato zone e prosciugate altre, per secoli e secoli – poi siamo arrivati noi, basta una ruspa e via, voilà l’Expo de Milàn.
    E infine, un saluto anche al tuo amico Pier: sì, è sempre Juventino!!! Il che significa che la testa di Paolo-Amfortas funziona ancora a meraviglia
    🙂

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    • Amfortas 28 giugno 2015 alle 4:26 pm

      Giuliano, ciao. Il discorso che sfiori, quello del tempo, è fondamentale anche per la popolarità – oggi bassina – dell’opera lirica. Viviamo a 100 all’ora, anch’io che sono un vecchiarello ormai. Insomma, è cambiato Verdi e dobbiamo cambiare anche noi, accidenti. Solo che si dovrebbe conoscere per poter scegliere, ed è questo il problema.
      Dei castori so davvero poco, ma è un roditore e quindi mi è simpatico per default. Vive anche nell’acqua, beato lui. Vorrei farlo anch’io, così i miei 94 kg sarebbero più leggeri e potrei atteggiarmi come Sam Cristoforetti, ci pensi? @astrobullo, robe da matti!
      Ciao e grazie 🙂

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  4. Fabrizio Lavezzi 30 giugno 2015 alle 6:16 pm

    Buon giorno a tutti, ciao Amfortas. Il 26 c’ero anch’io in loggione e sono contento di non aver dovuto scrivere la critica a questa rappresentazione perchè non so le nefandezze che ne sarebbero scaturite. Quindi lodo il tuo equilibrio. Per me la lirica è 90% musica e 10% regia, scene e costumi: oggi purtroppo è il contrario. Ma non mi ci sono ancora abituato. Per me si possono fare regie intelligenti ed innovative senza stravolgere il senso dell’opera. Io nel libretto del Falstaff non trovo un riferimento che lui debba morire dopo lo scoppio della risata final e farlo morire la trovo una forzatura registica che stravolge il senso. Come una caduta di stile ho trovato far fare i cagnolini a 4 zampe a turno a Bardolfo, Pistola, Caius e Ford quando devono cercare Falstaff in casa di Alice. Per quanto riguarda il direttore secondo me ha sì cesellato ma ha anche ammosciato tutto: “Quand’ero paggio” è diventato un largo e Mastromarino è andato fuori tempo. Io credo che in quel punto la musica debba accelerare perchè Falstaff fa riferimento a quando era giovane e snello. La Yamazaki gli acuti delle fate li ha stonati. La Mei ha fatto il possibile con lo strumento un po’ logoro che gli è rimasto. E si potrebbe continuare. Sono convinto che chiaccherando col tuo amico, come lui ci fa capire, queste cose le hai notate, ma… Ri-lodo il tuo equilibrio nel recensire. saluti Fabrizio UD

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    • Amfortas 30 giugno 2015 alle 7:07 pm

      Fabrizio, ciao. Non sono per niente d’accordo sulla tua proporzione tra musica e regia, e infatti si chiama “Teatro lirico”, però so bene che c’è una grande percentuale di appassionati che la pensa come te e li rispetto. Non mi sto riferendo a questa regia, ma parlo in generale. Se poi, nella fattispecie, tu trovi che questo allestimento abbia “stravolto” l’opera beh, allora credo che tu sia a disagio nel 95% delle volte che vai a teatro 🙂
      Inoltre le regie, anche le più normali ammesso che voglia dire qualcosa, sono facilmente attaccabili se il vangelo è il libretto; vale anche per i registi del presente e del passato più ortodossi.
      Diversa è la questione del canto perché lì ci sono parametri oggettivi e non soggettivi: uno è l’intonazione, per esempio. Alla prima – ma dalla data credo che tu abbia visto la seconda recita – io non ho sentito stonature tali da essere segnalate.
      Per quanto riguarda l’equilibrio non saprei che dirti se non ripetere ciò che ho già scritto in risposta a Pier: una cosa sono le chiacchiere un po’ goliardiche e divertite negli intervalli, altra è una recensione per un teatro che mi fa l’onore di considerarmi all’altezza di scrivere una recensione seria.
      Grazie per il tuo intervento, ciao!

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      • giampiero del mercato 1 luglio 2015 alle 5:35 pm

        Ricevo la Sua lettera periodica e leggerla e’ sempre un piacere. Torno al problema delle regie ed io concordo con Fabrizio che nell’opera la musica debba sempre essere la componente piu’ importante delle tre che compongono lo spettacolo: Musica, Libretto, teatro. Mi ha colpito la Sua frase sul Libretto Vangelo: libretto e musica sono indissolubili e soprattutto nel finale del Falstaff dove musica e parole dicono che tutto nel mondo e’ burla, non si puo’ far morire Falstaff (non ho visto lo spettacolo, ma lo deduco da quanto scritto). E’ come in una regia di Butterfly, di Hereim, che ha deciso che Cio Cio San non si suicida ma viene uccisa da 4 uomini: il suicidio in Butterfly e’ nella musica e nel libretto fin dall’inizio………non si tocca.
        Grazie sempre per le recensioni soprattuto quelle “dall’orrida Venezia ” sempre ricche di notazioni non solo operistiche. Giampiero

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      • Amfortas 1 luglio 2015 alle 7:23 pm

        Giampiero, ciao. Passiamo al tu informatico, ché mi sembra meno ingessato e adatto al carattere discorsivo del blog.
        La questione regia è da sempre assai dibattuta. Che la musica sia la più imporante componenete del teatro lirico è assolutamente indiscutibile. Variano, secondo gusti e cultura, le proporzioni nell’ambito del trittico da te nominato. Io, molto semplicemente, credo che le regie debbano essere intelligenti, tutto qui. Non c’è regia più vecchia di chi scimmiotta un’avanguardia di 50 anni fa (ce ne sono a bizzeffe, come sappiamo benissimo). Il libretto è fondamentale ma non è il Vangelo o almeno questa è la mia opinione. I grandi compositori sono stati degli innovatori, dei rivoluzionari e credo che guarderebbero con attenzione a chi vuole far parlare la loro musica ai posteri. La musica è intoccabile, quella sì. Come già ho detto a Fabrizio volendo si possono trovare palesi contraddizioni, forzature e peggio anche nelle regie di Zeffirelli e seguaci. Il fatto è che la Storia, con la esse maiuscola ha già dato il proprio parere sui conservatori in ogni campo: e non è una sentenza favorevole 🙂
        Venezia, orrida o meno, quest’anno è stata un po’ trascurata – mi sono perso Bellini e soprattutto Vivaldi – ma purtroppo il tempo è poco.
        Ciao e grazie!

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  5. Fabrizio Lavezzi 1 luglio 2015 alle 11:17 am

    Ti ringrazio per il tempo che dedichi a rispondermi. E volevo sgombrare il campo da qualsiasi equivoco, se mai fosse sorto, dicendo che in quello che ti scrivo non c’è assolutamente rancore ma solo passione. E che qualsiasi regia strampalata non fermerà la voglia di andare in giro a sentire opere: quest’anno ne ho viste 58 e chissà quanti biglietti ho già comprato. Serenamente Fabrizio. ciao!

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    • Amfortas 1 luglio 2015 alle 11:37 am

      Fabrizio,ciao, non c’è alcun problema, anzi! Questo blog esiste in varie forme da tantissimo tempo (12 anni) e per me è sempre un piacere discutere civilmente di musica e lirica in particolare. Beato te che puoi seguire tante opere, io non ce la faccio…i miei prossimi impegni saranno al Festival di Lubiana, a partire dalla prossima settimana.
      Ancora grazie e ciao.

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  6. petrossi 5 luglio 2015 alle 9:57 pm

    Morire, dormire, sognare forse… dubbio amletico!
    La “morte” della “maschera” Falstaff ci insegna che l’essere gabbati non è una trovata teatrale: non solo tutti sono gabbati, ma tutti sono pronti a farsi gabbare, magari seguendo qualche personaggio, forse un nuovo Re, che “ride ben” perché ha “la risata final”.
    Questa è la mia interpretazione del finale.
    Per il resto sono stato all’ultima recita con il loggione meno vuoto (ho saputo che il Comune di Caorle ha portato al Falstaff una corriera di “anziani” – tra virgolette perché avevano la mia età – che sono stati contenti nonostante la temperatura prossima ai 30 gradi: un’ottima idea!).
    La tua critica: vangelo!

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