Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione semiseria di Tristan und Isolde al Festival di Lubiana: un Tristan in maschera.

Bacio1

Il wagneriano fradicio è una bestia vorace nomade e allo stesso tempo tenera e sentimentale, va là dove lo porta il cuore. Poi, mette da parte i sentimenti e qualche lacrimuccia e se vede l’opportunità sbrana qualcuno. Ultimamente noi wagneriani siamo ghiotti di registi, per esempio, che peraltro fanno di tutto per rendersi appetibili. A Bayreuth, la sacra collina, quest’anno è stata smembrata Kathy Wagner, colpevole di una regia deplorevole del TuI (lo chiamiamo così, noi, il Tristan und Isolde, neanche fosse una tassa).

II atto

Alcune foto (cliccate, per apprezzare meglio) dello spettacolo a seguire, ma a questo link le potete trovare tutte. Ieri sera, a Lubiana, in chiusura del 63° Festival, un altro regista ha ritenuto di immolarsi sulla tavola delle bestie wagneriane: Plamen Kartalov. Ora, non che allestire il Tristan sia facile: è una storia statica in cui dal punto di vista dell’azione succede pochino. Sono i sentimenti che sono laceranti, turbinosi e ipercinetici. Kartalov non s’inventa nulla di particolare, nel senso che non stravolge la trama o il libretto, anzi, si potrebbe affermare che la sua sia una lettura nel segno della tradizione. Peccato che l’allestimento, soprattutto nel secondo atto, risulti inguardabile e involontariamente comico, oltre che del tutto incomprensibile.

Atto II 1

Cosa significherà quella specie di carta da regalo natalizio (a me ricordava quella roba che ti mettono addosso gli infermieri del 118, per stabilizzarti, qualsiasi cosa voglia dire) che avvolge Isolde? Cosa rappresenta quella specie di astronave o armatura stilizzata (forse) nel secondo atto? Perché the shepherd ha le fattezze della Morte (credo)?

Senza titolo

Per non parlare della deriva lombrosiana di Melot, il “cattivo” della situazione che presenta un’evidente e pronunciata cifosi rigolettiana. I cattivi devono essere deformi? Mica è detto. Io sono di una bellezza abbagliante eppure sono pessimo e, tanto per citare il grande Groucho, Non vorrei mai far parte di un club che accettasse tra i suoi soci uno come me (strasmile).

Melot e Tristan

Anche le luci erano discutibili, la scena o era troppo buia o s’illuminava di cromatismi che, lontani dall’essere suggestivi, si rivelavano carnascialeschi. Oltretutto, un disgraziato che vuole vedere e ascoltare il Tristan attende con silenziosa e religiosa partecipazione il famoso accordo di Tristano, che ti getta subito in un altro mondo vietato ai più, quello del genio assoluto. Invece in questo caso s’inizia con una scialba e didascalica pantomima/Prologo che ci racconta (a noi wagneriani!) l’antefatto della vicenda, con tanto di rumore di sciabordio di onde registrate! Poi è partito il Preludio, certo, ma io ci ho messo dieci minuti per riprendermi. Per non parlare dell’occhio di bue che ogni tanto (oh, sapete vero cosa sia l’occhio di bue) se ne andava a spasso per il palco alla ricerca dei personaggi, dei rumori molesti durante le scene, di proiezioni insensate e di una imposta recitazione ai cantanti da teatro parrocchiale. I momenti migliori sono stati quando gli artisti sul palco improvvisavano, davvero.

Kurwenal Tristan

Alla fine applausi per tutti, però, e questo deve far meditare. Forse il pubblico generalista – il Festival di Lubiana è magnifico, da questo punto di vista, perché la partecipazione è popolare nella migliore accezione del termine – è meno esigente, più accomodante, meno snob del melomane o, non parliamone neanche, del critico musicale? Non lo so, né lo scoprirò mai, probabilmente. Le cose sono andate meglio, con qualche distinguo, sul versante musicale. Il direttore Velisar Genčev si è limitato a tenere insieme buca e palcoscenico, cercando anche (invano, troppo spesso) di ammorbidire le numerose intemperanze di ottoni e legni dell’Opera Nazionale di Sofia, mentre il rendimento degli archi, seppure non provvisti di quel legato e quella cavata maestosa che richiederebbe la partitura, si sono difesi bene. Importante anche che il volume – soprattutto in una sala dall’acustica particolare come quella del Cankarjev Dom – non sia mai sembrato soverchiante, almeno dalla mia posizione in platea. Tra i cantanti è spiccata – a mio parere – l’eccellente prova del tenore Martin Illijev, il quale non brilla per bellezza timbrica dello strumento ma ha tratteggiato un Tristan lacerato, tormentato e allo stesso tempo virile e nobile, caratterizzato da un fraseggio intelligente e vario. Non ha demeritato neanche Radostina Nikolajeva, orgogliosa e credibile nell’accento nonostante negli acuti tenda a gridare un po’ e nel Liebestod si sia percepita una certa genericità e mancanza d’abbandono.

Sequenza Liebestod4

Insufficiente la Brangäne di Bajasgalan Dašnjam, voce povera di armonici e spesso inudibile, tanto che i suoi celestiali incisi (Einsam wachend in der Nacht) sono passati inosservati [qui una delle più grandi, Brigitte Fassbaender, con Kleiber (eh, ho capito!)]

Il Re Marke di Angel Hristov mi è sembrato di discreto livello per accento e autorevolezza scenica, anche se la voce non ha la morbidezza quasi paterna, ieratica, di questo straordinario personaggio.

Re Marke

Dopo un inizio problematico si è ben comportato Biser Georgijev, empatico e accorato Kurwenal.
Di routine medio bassa le prove degli altri: Melot (Veselin Mihajlov), Young sailor (Plamen Papazikov), Shepherd (Krasimir Dinev) e Steersman (Nikolaj Petrov). Discreto il rendimento del Coro.
Pubblico molto numeroso che si è vistosamente assottigliato durante gli intervalli.
Successo calorosissimo per tutti alla fine ed entusiasmo per i due protagonisti Martin Illijev e Radostina Nikolajeva, cioè Tristano e Isotta. Forse è giusto così.

Un saluto a tutti, alla prossima!

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4 risposte a “Recensione semiseria di Tristan und Isolde al Festival di Lubiana: un Tristan in maschera.

  1. PaulAdMaiora 5 settembre 2015 alle 6:48 pm

    Tra le scelte peggiori della regia credo ci fossero le tremende gif da internet del 1998 (la spada in un 3d molto approssimativo e soprattutto il fuoco del secondo atto) e i divanetti di ikea volanti.

    Però le voci dei cantanti c’erano, sono arrivati sino in fondo all’opera ancora con una buona voce, non scontatissimo.

    La direzione comunque si è mostrata un poco lenta, o è parso solo a me?

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    • Amfortas 6 settembre 2015 alle 6:04 pm

      Paul, ciao. La direzione non mi è sembrata lenta, direi nella norma. Più che altro mancavano quei colori, quelle sfumature, che rendono interessante un’esecuzione. Quanto ai cantanti, almeno in merito ai due protagonisti, vorrei sentirli in qualche teatro italiano. Il tenore era decisamente meglio dei vari Vinke, Ryan ecc che ascoltiamo di solito.
      Ciao e grazie!

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  2. Ugo Bedeschi 17 settembre 2015 alle 8:55 am

    Perché “yuong sailor” e “shepherd” in un’opera tedesca? Sempre accurate e intelligenti le recensioni.

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    • Amfortas 17 settembre 2015 alle 9:18 am

      Ugo, ciao. Hai perfettamente ragione, ha prevalso l’inglese solo perché ho scritto la recensione in fretta e mi veniva comodo copiare dalla locandina del programma.
      Grazie per le belle parole, fanno sempre piacere.

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