Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Il dittico Janàček – Poulenc al Teatro Malibran di Venezia: ovvero la strana coppia.

Chi mi segue da tempo sa che con l’orrida Venezia ho un rapporto contrastato (i nuovi lettori seguano il tag), nella migliore delle ipotesi. Figuriamoci allora quando ho letto, nei giorni scorsi, che si vorrebbe portare a Trieste il traffico di grandi navi. Un incubo. E non tanto per le navi, ma perché – come sanno tutti – dietro alle navi da crociera vanno i gabbiani attirati dai corpi dei turisti che cadono dai ponti. Turisti che di solito sono già morti ma spesso moribondi: alcuni precipitano perché ubriachi, altri perché il coniuge voleva liberarsene e cosa c’è di meglio di una spintarella verso il mare aperto? Una manna per i gabbiani assassini lagunari che, come ho già detto altre volte, erano bestie che un tempo si disputavano le sardine con le balene e i capodogli, che non deve essere proprio uno scherzo.gabb

Insomma vogliamo, qui a Trieste, le grandi navi? Dobbiamo sapere che nel pacchetto è compreso anche l’arrivo di stormi biblici di gabbiani assassini poliglotti geneticamente modificati (la foto è eloquente), spesso muniti di fotocamere rubate alle vittime giapponesi. Alcuni si fanno i selfie mentre consumano il tetro pasto.
Ma passiamo ora alle cose meno serie e cioè gli esiti artistici della serata veneziana (strasmile).
È sempre molto impegnativo l’allestimento di un dittico operistico, quasi a prescindere dai titoli proposti. Qualche volta – non così spesso, gli accostamenti stravaganti sono frequenti – succede che i teatri abbiano l’accortezza di proporre pagine musicali che, in qualche modo, siano legate da un fil rouge, in maniera che ci sia una continuità drammaturgica o almeno che si riconoscano affinità elettive.

Al Teatro Malibran di Venezia questa continuità non c’era perché le opere scelte erano distanti sia per soggetto trattato sia come struttura musicale. Si pensi solo che Zápisník zmizelého (Il diario di uno scomparso) prevede l’accompagnamento del solo pianoforte, mentre La voix humaine (La voce umana) è, più comunemente, una partitura per orchestra.
Certo, entrambe le opere hanno un retrogusto autobiografico, ma questa è conoscenza da specialisti e non certo alla portata del grande pubblico.
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In questi casi è perciò fondamentale il lavoro del regista, che deve trovare il modo di collegare le due vicende. Gianmaria Aliverta, cui era affidato l’allestimento della produzione ha provato a far quadrare i conti, con risultati alterni.

Le idee portanti del suo lavoro sono due: la compenetrazione, l’intreccio, tra le trame e un escamotage di provenienza letteraria e cioè il famoso (e spesso abusato) manoscritto ritrovato.

Molto brevemente la donna tradita dal marito della prima parte diventa la protagonista del monologo di Poulenc, mentre il fedifrago di Leós Janàček ne è la vittima in un finale originale con tanto di colpo di scena.
Lavorando sulla drammaturgia Aliverta s’inventa un detective che indaga su un episodio di cronaca nera, il quale trova un diario che racconta come si sono svolti i fatti e nella finzione scenica legge il testo (canta) lasciando a un attore la recitazione vera e propria della vicenda. Un po’ complicato da spiegare, lo spettacolo va visto in teatro, ovviamente. Secondo me si è trattata di una buona intuizione ma, almeno a mio parere, le pagine musicali e le atmosfere, i testi, erano troppo diversi l’uno dall’altro per garantire quella continuità di cui parlavo all’inizio.
L’allestimento è minimalista nella scenografia e la recitazione abbastanza curata, mentre poco efficaci mi sono sembrate le luci fredde che tendevano ad appiattire la scena e piuttosto dimessi i costumi.
In generale, lo scorrere dello spettacolo risultava un po’ farraginoso e con qualche punto di difficile interpretazione.
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Nel Diario di uno scomparso si riconosce una struttura da ciclo liederistico, quindi voci accompagnate dal pianoforte (esiste però una successiva versione per orchestra): nella fattispecie tenore, contralto e voci femminili.
La trama racconta la storia di un contadino che abbandona la famiglia dopo essere stato sedotto da una zingara.
Va segnalata subito la grande bravura di Claudio Marino Moretti al pianoforte, che è risaltata sì nell’accompagnamento ma anche nella non facile passacaglia – nota anche come Intermezzo erotico – che sottolinea diciamo così, il concretizzarsi dell’amore tra Jan e Zefka. Ricordo che Moretti è il maestro del coro della Fenice, qui appunto nella veste meno frequente di solista.
Bravo il tenore Leonardo Cortellazzi (Jan) in una parte difficile, che consta di un declamato teso e di tessitura acuta tutt’altro che agevole.
Buona anche la prestazione del contralto Angela Nicoli (Zefka), perfetta per la parte anche grazie a un invidiabile physique du rôle.
Ottimi anche gli interventi delle voci fuori scena di Loriana Marin, Gabriella Pellos, Alessandra Vavasori e apprezzabile la recitazione del mimo/attore Francesco Bortolozzo.
La Voix Humaine è un lavoro talmente noto che non credo abbia bisogno d’introduzioni particolari, se non una sintetica descrizione della trama.
Una donna in una stanza cerca disperatamente di riallacciare un rapporto amoroso finito parlando col suo (ex) uomo al telefono. Ogni tanto la linea cade, e la querula centralinista è un ulteriore ostacolo al già sincopato dialogo tra i due. Lo spettatore non sente la voce dell’uomo, ma ne indovina le risposte in base alle reazioni della donna.
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La caratteristica principale de La voce umana è che necessita di una grande interprete e al Malibran ce n’era una di tutto rispetto: Ángeles Blancas Gulín. Soprano ma, soprattutto, artista a tutto tondo che ha prestato la sua prorompente fisicità, la sua estroversa comunicatività e la sua voce di timbro particolare, sensualissimo, alla protagonista anonima del dramma di Francis Poulenc tratto da una piéce teatrale di Jean Cocteau.
La Gulin è particolarmente adatta a queste parti da mattatrice; ricordo, tra le altre cose, una meravigliosa Emilia Marty nel Věc Makropulos sempre di Janáček ancora a Venezia, ma al Teatro La Fenice.
Ieri sera l’artista ha dimostrato un’altra volta di essere coinvolgente nella recitazione e padrona della scrittura vocale – anche qui, un declamato a dir poco impegnativo – della parte.
Di eccellente livello anche la lettura di Francesco Lanzillotta che ha restituito in modo appropriato ed energico il carattere livido e disperato, screziato di occasionali malinconie della partitura di Poulenc. Una musica che esprime perfettamente la mutevolezza degli stati d’animo della protagonista. L’Orchestra della Fenice ha risposto bene, con archi e legni in particolare evidenza.
Alla fine il pubblico, numeroso ma non straripante, ha decretato un buon successo allo spettacolo con applausometro a fondo scala per Ángeles Blancas Gulín.

A seguire la locandina.
Un saluto a tutti, alla prossima!

VENEZIA, Teatro Malibran 7 ottobre 2015: Dittico Il diario di uno scomparso e La voce umana

 
Jan Leonardo Cortellazzi
Zefka Angela Nicoli
Tre voci femminili Loriana Marin, Gabriella Pellos, Alessandra Vavasori
Una donna Ángeles Blancas Gulín
Mimo Francesco Bortolozzo
   
   

Direttore Francesco Lanzillotta

Pianoforte Claudio Marino Moretti

 
Regia Gianmaria Aliverta
 
Scene Massimo Cecchetto
Luci Fabio Barettin
Costumi Carlos Tieppo
 
 

Orchestra del Teatro La Fenice

 
 
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7 risposte a “Il dittico Janàček – Poulenc al Teatro Malibran di Venezia: ovvero la strana coppia.

  1. Gregory 9 ottobre 2015 alle 7:37 am

    Buongiorno, trovo questa sua recensione troppo severa nei confronti della regia che secondo me era invece azzeccata e intelligente.

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  2. Gregory 9 ottobre 2015 alle 7:39 am

    Aggiungo ancora che invece sono sempre divertito dalle sue considerazioni su Venezia, città che adoro!

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    • Amfortas 9 ottobre 2015 alle 12:56 pm

      Gregory, ciao. Non mi pare di essere stato severo con il regista, sinceramente. Qualcosa non mi ha convinto e l’ho scritto ma ho sottolineato anche i lati positivi. Aliverta era al debutto su di un grande palco e, a mio parere, ha voluto mettere troppa carne al fuoco e perciò qualcosa non era chiarissimo. Altri colleghi hanno apprezzato luci e costumi, a me non sono piaciuti: siamo nel campo delle legittime opinioni 🙂
      Grazie per l’apprezzamento alla parte più seria del post, a presto!

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  3. Pasquale 14 ottobre 2015 alle 2:39 pm

    Come si chiama quell’uccello nella foto 😀

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  4. Elena 16 ottobre 2015 alle 12:46 pm

    Amfortas come stai? E’ un pò che non passo da qui, ed è un peccato. Perché è davvero un adorabile cucciolotto questo gabbiano lagunare poliglotta geneticamente modificato senza fotocamera (ha mangiato anche quella?)
    Devo dirti però che mi dà l’idea (del tutto gratuita perché è ovvio che non so affatto di cosa parli, anche se ho letto tutto fino all’ultima parola) di essere la cosa meno equilibrata della tua recensione. Forse, eh?

    Arrivederci al più presto!

    🙂
    Elena

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    • Amfortas 16 ottobre 2015 alle 3:39 pm

      Elena, ciao 🙂
      Sto abbastanza bene nonostante l’incipiente vecchiaia e l’avanzato rincoglionimento…e forse hai ragione sulla recensione. Eppure pensa che c’è chi mi legge solo per la saga dei gabbiani assassini, giuro!
      Sono passato dalle tue parti un paio di settimane fa, perché mi sono fatto un punto d’onore di visitare i vecchi amici del blog almeno una volta al mese. Purtroppo, contrariamente a te che sei stata così gentile, a stento trovo il tempo di rispondere qui sul mio blog.
      E sì, a presto, ciao e grazie 🙂

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