Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Don Giovanni al Teatro Verdi di Trieste: ancora un paio di considerazioni semiserie.

Simone Alberghini

Simone Alberghini nella scena finale del Don Giovanni per la regia di Damiano Michieletto (Teatro alla Fenice)

Altro sguardo laterale sul Don Giovanni, oggi che è sabato e vi vedo lì che aspettate novità da leggere avidamente nel fine settimana (sì, certo).
Ma andiamo avanti.


Alcuni anni fa ho letto un libro che riprendeva e ampliava la tesi di Massimo Mila (inchino) il quale, nel suo imprescindibile “Lettura del Don Giovanni di Mozart” sosteneva che il nostro amico seduttore fosse:

“una di quelle figure che sono uscite dalla letteratura ed entrate nella vita. Vivono oggi fra noi come persone reali in carne ed ossa, nate da ventre materno e non dalla fantasia di uno scrittore.
Questa facoltà posseduta da certi personaggi di trascendere i limiti dell’esperienza letteraria li avvicina alla dimensione del mito; anzi fa di loro i soli miti in cui possiamo credere”

E, in effetti, così è per Don Giovanni.
Ma cos’è un mito? Diceva Ian Watt:

“una storia tradizionale con una straordinaria e vastissima diffusione culturale, cui si attribuisce una verità quasi storica e che incarna o simbolizza alcuni dei valori fondamentali della società.”

L’opera lirica ne ha ospitati parecchi, di questi miti nati dalla mente di scrittori.
Pensate solo a Faust, Don Giovanni e Don Chisciotte. Volendo ci si può aggiungere anche Robinson Crusoe, le cui vicende sono state musicate da quel genio assoluto che risponde al nome di Jacques Offenbach.
Quali sono i punti in comune tra i nostri quattro eroi?

La circostanza più evidente, forse, è che tutti hanno un servitore: Faust-Mefistofele (o in seconda battuta Wagner), Don Giovanni-Leporello, Don Chisciotte- Sancho, Crusoe-Venerdì.

Il contesto storico e sociale è quello della Controriforma per le fonti letterarie: Faustbuch, El Burlador, Don Quixote. Tutti i lavori vedono la luce tra il 1587 ed il 1620. È dunque un’epoca di repressione culturale, nella quale le forze che rappresentavano la tradizione medievale si scontravano violentemente con i primi aneliti dell’individualismo rinascimentale: nella religione, nell’arte, nella vita quotidiana.

Faust, Don Chisciotte e Don Giovanni vogliono trovare nuove strade, sono esploratori dell’anima: non hanno famiglia, rifuggono la tranquillità, rischiano di tasca propria.
Quanto mi sono simpatici, questi ribelli guastatori, spina nel fianco delle nostre placide sicurezze. Ci attraggono e allo stesso tempo vorremmo starne lontani.
I miti, soprattutto quelli dalla faccia se non sporca almeno un po’ grifagna, fanno questo effetto.

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