Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Werther al Teatro Verdi di Trieste: qualche considerazione semiseria sulle vite sfigate.

Venerdì al Teatro Verdi di Trieste debutta la nuova produzione del Werther di Jules Massenet. Come di consueto, ho pensato di scrivere qualche notarella sull’opera, in maniera da agevolare l’ascolto a chi conoscesse poco o nulla questo lavoro per molti versi affascinante e particolare.
Segnalo ancora l’intervista a Giulio Ciabatti, regista dell’allestimento.
E comincio dallo spleen, che sembra essere la chiave distintiva dell’opera.

sfiga

Cosa s’intende con questo termine? Io direi che si possa individuare come una specie di disagio esistenziale ammantato di una malsana malinconia, aggravato da una propensione all’incapacità o forse addirittura alla volontà di negarsi una vita serena.
Che allegria, vero (strasmile)? Gesti apotropaici a nastro, immagino.
Altri potranno trovare parole diverse e citare Baudelaire e il Decadentismo, e avrebbero probabilmente ragione. La sostanza rimane quella, credo: siamo nelle sabbie mobili dell’infelicità esistenziale, terreno infido e pericoloso soprattutto se a complicare la situazione ci si mette un amore sfortunato e/o non corrisposto. Una tristezza, per certi versi, molto francese ma senza nasino all’insù, anzi, rinforzata da sana disperazione melodrammatica italiana, quella dei gesti estremi.

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Ma quanto c’entra quest’atmosfera con il romanzo di Goethe (I dolori del giovane Werther) da cui è stato tratto il libretto per l’opera? Non molto e solo a livello epidermico, a mio parere, ma sarebbe davvero lungo spiegarne le ragioni. Una sola circostanza accomuna pienamente i due lavori e cioè che, senza dubbio, seppure con caratteristiche diverse si possano definire due pianeti che gravitano attorno al sistema solare del romanticismo.
Il Werther di Massenet ebbe esordi difficili, tanto da essere rifiutato in prima istanza dal potente (e poco lungimirante, nella fattispecie) impresario dell’Opèra-Comique, Léon Carvalho.
Il debutto avvenne perciò in terra straniera e in tedesco, a Vienna il 16 febbraio 1892, e fu un successo indiscutibile. Solo un anno dopo si poté vedere a Parigi, in francese, dove trionfò.
Quali sono le caratteristiche dell’opera? La prima è forse inaspettata e cioè l’incisività di quel canto di conversazione che di solito consideriamo peculiare in Puccini. Eppure, se ci pensiamo bene, sono proprio le piccole cose che costituiscono il nerbo della nostra vita e quindi della drammaturgia teatrale, a prescindere dalle latitudini intellettuali. E poi c’è il non detto, il sottinteso, forse anche una consapevole ambiguità soffusa, intrisa di perbenismo borghese. Peculiarità, queste, esaltate dalla particolare prosodia francese e dall’orchestrazione di Massenet: elegante, soffusa, indagatrice, sinuosa.

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Certo, ci sono poi le arie, che sono numerose, forse anche (per i miei gusti) un po’ troppo zuccherose, né mancano i duetti tra i due protagonisti. C’è il famoso Lied di Ossian, Porquoi me réveiller (che in italiano diventa Ah non mi ridestar), cavallo di battaglia di tanti tenori (anche di quelli che farebbero bene a starne lontani, strasmile) nei recital di canto.
Werther è un’opera per tenori se ce n’è una, lo sostengono in tanti ed è vero ma non bisogna certo dimenticare la difficoltà della parte da mezzosoprano acuto di Charlotte, scritta per Marie Renard che era una cantante che spaziava da Zerlina ad Azucena passando per Cherubino e Rosalinde del Fledermaus.
Charlotte canta una delle tante arie della lettera che si trovano nelle opere: un giorno ci farò un post, accidenti!
Credo sia interessante segnalare una curiosità e cioè che nel 1902 Massenet approntò una versione per baritono del Werther, per permettere a Mattia Battistini (baritono tra i più grandi di sempre) di affrontare la parte dello sfortunato protagonista.
Ecco un confronto tra Battistini e il tenore Georges Thill nello stesso pezzo, J’aurais sur ma poitrine!:

Qui, invece, l’aria più famosa dell’opera Porquoi me réveiller, nella versione tradizionale per tenore e poi in quella per baritono (Georges Thill e Bryn Terfel).

E poi, ovviamente, bisogna individuare la tinta musicale, che è fatta di teneri colori pastello screziati di qualche frivolezza soprattutto per quanto riguarda l’ambiente in cui la vicenda si svolge, mentre le atmosfere s’incupiscono per i due protagonisti e lampi d’inquietudine si intravvedono anche in certe frasi di Albert, lo sposo di Charlotte. Una luminosa spensieratezza sembra invece caratterizzare la sorellina di Charlotte, Sophie.

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Insomma si tratta di teatro lirico ai massimi livelli e necessita di interpreti adeguati sul palcoscenico e sul podio.
Ma forse un po’ icasticamente ci pensò già Guccini, quello ispirato dei primissimi anni settanta del secolo scorso, a fornirci inconsapevolmente una definizione del Werther: Come in un libro scritto male, lui s’ era ucciso per Natale.
Nel post avrete riconosciuto le celebri immagini di Chiara Rapaccini aka RAP.

Ci rileggiamo sabato mattina, per la recensione della prima su La classica nota.

Un saluto a tutti, alla prossima!

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6 risposte a “Werther al Teatro Verdi di Trieste: qualche considerazione semiseria sulle vite sfigate.

  1. Don José 24 novembre 2015 alle 5:58 pm

    Grazie Amfortas,per questa bella presentazione, e per i due inserti “baritonali”: avevo visto il Werther di Ludovico Tezier a Parigi,ma quella versione non mi piace,manca la contrapposizione “vocale” con Albert….piuttosto mi ha sempre affascinato il fatto che Massenet avesse voluto come suo primo Werther Ernest Van Dyck ,famoso tenore…wagneriano!! Come al giorno d’oggi avrebbe scelto…Kaufmann!!!

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    • Amfortas 26 novembre 2015 alle 9:02 am

      Don Josè, ciao. Si fa il possibile per tenere desta l’attenzione sull’opera lirica, che purtroppo interessa poco o niente a nessuno.
      Se si ripercorrono le carriere dei cantanti del passato le sorprese sono all’ordine del giorno, non è raro trovare cantanti che affrontavano repertori apparentemente inconciliabili. Non solo, spesso cambiavano pure registro vocale: tutti come Domingo, una volta 😉
      Ciao e grazie.

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  2. Giuliano 25 novembre 2015 alle 2:33 pm

    confesso che il Werther è il mio “mattone” personale… però sono andato ad ascoltarlo due volte, sempre con Alfredo Kraus (insomma, noblesse oblige).
    Come sei messo con le altre opere di Massenet? (Le roi de Lahore! è qui che il lieto fine è che i due innamorati muoiono? lieto fine perché dopo c’è la reincarnazione e potranno vivere felici e contenti) (non sono sicuro, è un bel po’ che non l’ascolto) (però la musica è bella, va detto)

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    • Amfortas 26 novembre 2015 alle 9:08 am

      Giuliano, ciao. Anch’io ho i miei mattoni personali, ma appartengono ad altri repertori: per esempio, con gli anni, ho una certa diffidenza verso alcune opere di Verdi.
      Massenet non è tra i miei compositori preferiti ma il Werther mi piace, mentre cerco di stare lontano dall’opera che hai coraggiosamente tentato di riassumere 😊
      Ciao e grazie.

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  3. principessasulpisello 25 novembre 2015 alle 8:42 pm

    Quando mio padre lo cantava s’intristiva molto.

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