Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Giovanna d’Arco al Teatro alla Scala di Milano: prima incursione poco seria.

Il 7 dicembre prossimo va in onda (è proprio il caso di dirlo perché ci sarà la diretta televisiva su RAI5 e RADIO3) il consueto caravanserraglio della prima dal Teatro Alla Scala di Milano, che quest’anno prevede la Giovanna d’Arco di Giuseppe Verdi.
Ora, potevo io far finta di niente? Magari – direte voi – e invece eccomi qui come ormai è infausta tradizione da molti anni. Perché sì, non è proprio l’opera migliore di Verdi (e polemiche inutili a parte, è obiettivamente così) ma è comunque un lavoro che ha fascino e anche qualche pagina ispirata.

Anna Netrebko beim Life Ball 2015

Anna Netrebko e Yusif Eyvazof

Ci sono poi tanti motivi d’interesse e due emergono con forza: è la prima volta da direttore musicale di Riccardo Chailly e, nei panni della vergine guerriera (definizione tra le più tristi mai coniate, rifletteteci) ci sarà Anna Netrebko, forse il soprano più famoso del momento e sicuramente la donna che si accompagna all’uomo peggio vestito di sempre (ok, anche lei non scherza, ma insomma…).
Completano il cast il tenore Francesco Meli, il baritono Carlos Álvarez, il basso Dmitry Beloselskiy e il tenore Michele Mauro.

A seguire una lenzuolata semiseria eppure noiosissima sugli anni di galera.
Quando, a proposito di Giuseppe Verdi, si parla di anni di galera, la persona comune potrebbe pensare che ci si riferisca a un periodo in cui il nostro compositore più noto fosse recluso in carcere, ma non è così. Quest’espressione che evoca fatica e sofferenza va intesa in un altro modo: stress da superlavoro e, probabilmente, ma è un’interpretazione mia, parziale insoddisfazione personale perché come buona parte degli uomini geniali Verdi aveva il dono dell’autocritica e del perfezionismo, che di là della risposta del pubblico gli facevano percepire che il suo prodotto finito non fosse all’altezza dei propri standard. In realtà Verdi dopo il successo straordinario di Nabucco diventò un personaggio molto richiesto da tutti i teatri e il lavoro non gli mancò di certo.
Del resto, che Verdi fosse molto on demand è testimoniato dai fatti e dalle date: tra il 1844 e il 1846 partorì ben cinque opere (Ernani, I due Foscari, Giovanna d’Arco, Alzira, Attila) e poi, sino al 1850, altre sette (ultima lo Stiffelio). Un tour de force notevole.
Cinque opere in così poco tempo sono tante anche per un genio della composizione, significano preoccupazioni di ogni genere.
Il rispetto dei tempi di consegna, per esempio, fu un fattore molto importante e influenzato da più variabili: i capricci dei cantanti, che erano primedonne anche a quei tempi, e pretendevano arie che dessero loro visibilità e trionfi personali. Oppure le incomprensioni con i librettisti, che spesso tendevano a scriversi addosso, ignorando una delle prime regole irrinunciabili che si era imposto Verdi: la brevità.
Tutto questo, e molto altro, andava gestito mentre il compositore viaggiava attraverso l’Italia da una città all’altra, da un teatro nel quale debuttava un’opera a un altro dove s’imponeva la ripresa di un lavoro precedente, magari con un allestimento nuovo.
Inevitabile, allora, scoprirsi o essere scoperti dalla critica se non ripetitivi, almeno autoreferenziali.
Peccati veniali evidentemente, se a distanza di tanto tempo le opere di Verdi sono ancora rappresentate ovunque e anzi ottengono sempre il gradimento potenziale del pubblico melomane: Traviata, Aida, Rigoletto, corrispondono quasi sempre a un sold out per i teatri di tutto il mondo.
E Giovanna d’Arco? Beh, ne parleremo nel prossimo post.
Per ora un saluto a tutti e alla prossima!

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2 risposte a “Giovanna d’Arco al Teatro alla Scala di Milano: prima incursione poco seria.

  1. Iris 2 dicembre 2015 alle 2:31 pm

    La foto e’ davvero scioccante. Mi ha bloccato la digestione. Uff….
    🙂 ciao
    Iris

    Mi piace

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