Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Giovanna d’Arco al Teatro alla Scala: seconda e ultima incursione semiseria prima della prima. E Fabrizio De André.

Giovanna d’Arco è sicuramente tra le meno note e meno rappresentate opere di Giuseppe Verdi, e ha caratteristiche piuttosto peculiari.
La fonte letteraria è il dramma teatrale Die Jungfrau von Orléans di Schiller e la vicenda era stata già musicata in precedenza da altri compositori: particolare risalto ebbe la versione di Giovanni Pacini, che debuttò alla Scala di Milano già nel 1830.
A seguire alcuni cenni sulla genesi dell’opera.
Verdi si era impegnato con la Scala di Milano per presentare un’opera nuova nel 1845, e nonostante fosse sotto pressione per una ripresa dei Lombardi alla prima crociata riuscì a consegnare il lavoro in soli quattro mesi.
Non fu presente alla prima del 15 febbraio, forse perché un po’ spaventato dalle notizie che arrivavano da Milano di prove piuttosto burrascose, dovute a qualche sbavatura nell’orchestra e alla forma non smagliante dei cantanti, tra i quali spiccavano Erminia Frezzolini, Antonio Poggi e Filippo Colini.

frezzo

L’accoglienza della critica fu tiepida e infastidì molto il Maestro, che reagì come spesso facciamo anche noi quando abbiamo la coscienza un po’ sporca, cioè attaccando.

In una lettera a Francesco Maria Piave, Verdi, forte anche del buon successo di pubblico ottenuto, scrive:

“L’opera ha avuto un esito felice ad onta di un immenso partito contrario. È la migliore delle mie opere senza eccezione e senza dubbio!”

Una dichiarazione di guerra, quasi [ah, questa stampa! (strasmile)].

E, a mio parere, mentiva sapendo di mentire.

Non solo, anche alcuni screzi con l’impresario Merelli contribuirono a una scelta clamorosa, quella cioè di evitare il teatro milanese per le prime delle sue opere. Questo litigio non si ricompose che nel 1887, quando andò in scena l’Otello in prima mondiale.
Insomma tra i soliti critici pedanti che pretendono di saperne sempre di più degli altri e l’orgoglio del “Verdi Furioso”, pare abbastanza ragionevole supporre che la giusta misura stia, come quasi sempre, nel mezzo.

Antonio Poggi

Antonio Poggi

Se è vero (e proprio a questo proposito nel post precedente ho parlato di autoreferenzialità) che si colgono qua e là echi delle precedenti Ernani e I Due Foscari, è pure vero che l’opera brilla per alcuni sprazzi originali, frutto della straordinaria esperienza dell’ascolto e studio di compositori italiani e stranieri.
La rielaborazione di spunti rossiniani, belliniani e donizettiani è così evidente che il ruolo di Giovanna si può considerare tra i più schiettamente belcantistici composti da Verdi.

Scorrendo i nomi delle interpreti dell’eroina nel dopoguerra se ne ha conferma palese: Renata Tebaldi, Montserrat Caballè, la giovanissima Katia Ricciarelli (che, lo ricordo, è stata una grandissima cantante, anche se la sua parabola artistica si è conclusa relativamente presto e ora come dire, non sta offrendo il meglio di se stessa nelle sue comparsate televisive), June Anderson e nientemeno che Mariella Devia, artista che quasi mai s’è avventurata in ruoli che mettessero a rischio la propria vocalità immacolata.
Dal mio punto di vista, il momento più interessante e ispirato dell’opera si trova nel duetto soprano-tenore del primo atto: con l’eccezione dei Due Foscari, sino a quel momento Verdi prediligeva i duetti soprano-baritono.
In questo passaggio, come opportunamente nota Julian Budden, si anticipa l’erotismo incandescente del grande duetto del Ballo in Maschera.

Mentre il ruolo del soprano protagonista sembra essere cucito sartorialmente addosso a qualche primadonna, ricco com’è di arie e agilità, la parte del tenore (Carlo VII Re di Francia) è particolarmente infida per motivi opposti.
L’accento, il fraseggio, la nobiltà, prevalgono sull’acuto spettacolare strappa applausi, sulla frase musicale memorabile, su quei momenti durante i quali il pubblico va in visibilio.
I sentimenti devono essere espressi piegando la voce alle nuance, all’interpretazione sobria e puntuale: non a caso la più bella testimonianza (a mio parere eh?) del momento più noto della parte (l’aria “Sotto una quercia parvemi”) è di Carlo Bergonzi, all’interno della famosa raccolta di arie verdiane. Magnifico, anzi, forse in una delle prestazioni meno pubblicizzate ma più consapevoli, anche Placido Domingo nell’edizione EMI dei primissimi anni 70 del secolo scorso.

Filippo Colini

Filippo Colini

Assai simile la situazione per quanto riguarda il baritono che interpreta Giacomo, il padre di Giovanna: in questo caso la mia preferenza va all’americano Sherrill Milnes.
Da rilevare ancora, in questo semi approfondimento semiserio, l’importanza del Coro, impegnato spesso nell’arco dell’opera.

Bene, detto questo e sperando d’aver fatto cosa gradita, rimando il discorso Giovanna d’Arco alla recensione semiseria che, puntualmente, comparirà già il 7 dicembre in serata qui su Di Tanti Pulpiti.

Comunque, per chi non amasse la musica lirica, ci sono sempre alternative: eccone una molto commovente.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: