Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

La scomparsa di Pierre Boulez.

E anche Pierre Boulez, direttore (e compositore) tra i più grandi del Novecento e non solo, non c’è più.
Se n’è andato in pianissimo, a novant’anni, al contrario di quel fortissimo che ha sempre segnato le sue performance musicali rivoluzionarie e rivelatorie che costringevano l’ascoltatore a rimettersi in gioco, a riscoprire pagine musicali che ormai dava per scontate.

Pierre Boulez

Pierre Boulez

Chi scrive ricorda ancora quando, tanti anni fa, ascoltò per la prima volta il suo Ring – quello del Centenario, con la regia palese di Patrice Chéreau e quella occulta di George Bernard Shaw – e ne rimase addirittura sconvolto, quasi arrabbiato. Gli Dei non pativano un crepuscolo ma subivano – pensavo – un oltraggio ancora maggiore: erano smitizzati. Eppure, forse, aveva ragione lui. C’era più vera grandezza nell’interpretazione scarna di Boulez che nella facile retorica di altri pur grandissimi direttori.
Quegli Dei uscivano rinnovati, meno lontani e più umani.
Gli Artisti, quelli veri, hanno questa capacità straordinaria di farci pensare, di insinuare il dubbio nelle nostre certezze, e Boulez ha seminato di dubbi la mia vita di modesto ascoltatore e di umile critico musicale.
In questo momento sono commosso e mi è difficile non cadere nella trappola della retorica, ma so che sarebbe il peggior modo di ricordare questo immenso Artista.
Perciò dopo l’accenno wagneriano non scriverò, lo faranno certamente altri migliori di me, il consueto catalogo di sue incisioni che hanno fatto la Storia dell’interpretazione musicale.
Oggi mi sento piccolo e mi limito a ringraziarlo certo per la sua Arte ma soprattutto per aver contribuito a farmi crescere come uomo, facendomi dubitare delle mie certezze.
Riposi in pace.

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6 risposte a “La scomparsa di Pierre Boulez.

  1. Giuliano 6 gennaio 2016 alle 2:57 pm

    è stato uno dei miei primi incontri in concerto, anno 1980, in una Scala semivuota (purtroppo), per un concerto che è rimasto fra i miei ricordi più belli, musiche sue e di Schoenberg, con l’Ensemble Intercontemporain.
    E’ musica che va ascoltata in concerto, l’acustica è fondamentale, la disposizione dei piani sonori; in disco rende molto meno. Del resto, è un discorso che si può ripetere per tutta la grande musica…
    Su alcune cose si può discutere, per esempio quella certa ingenuità di fondo di quegli anni, gli anni in cui sembrava che la musica fosse ancora importante (e lo era, con persone come Claudio Abbado per esempio).

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    • Amfortas 7 gennaio 2016 alle 9:10 am

      Giuliano, ciao. Grazie della tua bellissima testimonianza, che mi riporta appunto a tempi lontani in cui gli ideali erano ancora praticabili e il pragmatismo economico non soffocava tutto.
      Ciao e grazie.

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  2. gabrilu 7 gennaio 2016 alle 7:16 pm

    Non conosco abbastanza bene il Bolulez compositore per arrischiarmi a parlarne. Conosco però il Boulez direttore d’orchestra che a differenza da te, caro Amfortas, ho amato da subito alla follia (e continuo ad amare tutt’oggi indefessamente) per la sua Tetralogia.

    E fu lui a farmi scoprire ed apprezzare un certo Herr Berg. Con la splendida Lulu (mi sembra di ricordare sempre in coppia con Chereau) interprete protagonista Teresa Stratos. E mi sembra di ricordare che anche nel Wozzeck abbia messo lo zampino. Sarebbe facilissimo andare a controllare su Google, ma ci sono momenti in cui è più bello affidarsi alla memoria personale, anche se questa si può dimostrare fallace.

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    • Amfortas 7 gennaio 2016 alle 8:22 pm

      Gabrilu, ciao, io rimasi sconvolto più dal Parsifal che dal Ring. Mi ricordo che proprio non lo digerivo. E certo, Lulu e Wozzeck, magnifici. Teresa Stratas è stata una grande artista, nonostante qualche scivolata che capita a tutti. Io amo molto il suo Stravinski, per esempio. Sul compositore sono più tiepido, ma conosco poco e soprattutto mai ho apprezzato dal vivo.
      Ciao e grazie.

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  3. Giuliano 7 gennaio 2016 alle 9:12 pm

    una cosa curiosa, guardando le repliche del programma di Luciano Berio su Rai5 (C’è musica e musica, esiste anche in libreria con due dvd più libro) è quando Pierre Boulez dice convinto convintissimo che bisogna mettersi sotto per trasferire le partiture su schede perforate. Correva l’anno 1972… chi sa cos’erano le schede perforate?
    🙂
    io lo so perché ci lavorava mio fratello, i computer fine anni ’60. C’era anche una professione: la perforatrice di schede, appunto. Tipo dattilografa, ma faceva buchini rettangolari sulle schede dei programmi per computer.
    Lo scrivo qui perché, a parte l’aneddoto divertente, dà la misura di come spesso ci si sbagli nel pensare al futuro. Pochi anni dopo quell’intervista, c’erano già i floppy disk; ma oggi anche i floppy disk, chi sa più cos’erano?
    Sarebbe un bel discorso da aprire, ma ho paura che ti faresti molti nemici. Non direi che quelle ricerche siano state un fallimento, ma chi suona più Nono, Stockhausen, Castaldi, Bussotti? Di recente ho letto che volevano suonare un pezzo che prevedeva il nastro magnetico, ma anche il nastro magnetico oggi è diventato problematico. L’ultimo nastro di Krapp, insomma.

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    • Amfortas 8 gennaio 2016 alle 9:25 am

      Giuliano, ciao. Sai come si dice, molti nemici molto onore 😉
      Le schede perforate ovviamente me le ricordo benissimo anch’io e non solo, la mamma di un mio compagno di classe faceva il mestiere di perforatrice. Il futuro è oggi, peraltro. Mio nipote ascolta la sua musica con una chiavetta USB e un amplificatore wireless BOSE, e la resa è favolosa. Da tempo alcune case discografiche vendono le matrici digitali dei cd e perciò anche quest’ultimo appartiene al giurassico, ormai.
      Ciao e grazie.

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