Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Norma di Vincenzo Bellini al Teatro Verdi di Trieste: trionfo di Marina Rebeka

Sapete che non sono facile agli entusiasmi, ma davvero ieri è stata una serata grandiosa.
Per Marina Rebeka e tutta la compagni artistica, certo, ma anche per Trieste e il Teatro Verdi.
Qui, su La Classica Nota, la mia recensione della bellissima Norma di ieri sera.AlbNorma

Un saluto a tutti, vi aspetto per i commenti e, se potete e vi pare il caso, condividete l’articolo tramite i social.

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25 risposte a “Norma di Vincenzo Bellini al Teatro Verdi di Trieste: trionfo di Marina Rebeka

  1. Alucard 30 gennaio 2016 alle 1:08 pm

    Grandissima serata. Da non perdere!

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  2. Don jose 30 gennaio 2016 alle 1:35 pm

    Le aspettative erano tante….e non sono andate deluse. …anzi,abbiamo assistito ad uno dei migliori spettacoli “triestini” degli ultimi 20 anni!!! Ed il pubblico,fra cui tanti melomani venuti da tutta Europa per la Rebeka,ha decretato il giusto successo!!! Ma il successo e’ cominciato ancor prima dell’entrata del Direttore sul podio:teatro pieno,come da tempo immemorabile non si vedeva:che bello!!!!D’accordissimo – come sempre :-)-sulla tua recensione. …tranne sulla prestazione di Flavio,che a me è invece piaciuta molto.Norma da rivedere. ..e rivedere!!!

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    • Amfortas 30 gennaio 2016 alle 4:30 pm

      Don José, ciao. Sì decisamente erano anni che non si assisteva a una serata così soddisfacente. Soprattutto, a mio modo di vdere, si è in qualche modo invertita la rotta per quanto riguarda i cast che sono sempre di livello buono nel complesso. Questa volta c’era anche la “punta” della Rebeka, meglio così. I teatri sono pieni se gli spettacoli sono validi, c’è oco da girarci intorno
      Ciao e grazie.

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  3. Heldentenor 30 gennaio 2016 alle 3:34 pm

    Temevo per il tenore, dopo quelli delle opere precedenti, e all’inizio ho tremato….hahahaha. Meno male che ha fatto discretamente nel prosieguo. Rebeka è formidabile, anche se deve aver mangiato cipolla o aglio, per aver fatto stramazzare al suolo otto baldi soldati che la scortavano al’linizio… Goryachova è una bella sorpresa, Oroveso/Comelli forse un pò troppo chiaro per il ruolo di capodruido non ha demeritato. Cosa c’entrano gli arredi neoclassici e le colonne con le selve e i druidi ? Son contento ti sia piaciuto, io vedrei bene per le scene Goscinny e Uderzo….Sai di che parlo , vero ? Carminati mi è piaciuto a momenti, è opera di atmosfere, la musica deve essere un sospiro e un momento dopo violenta e barbara, i tempi talvolta mi sembravano fin troppo stretti e il volume leggermente eccessivo. Decine di Norme sentite e memorizzate hanno creato una traccia acustica nel mio, sempre meno fornito di neuroni funzionanti, cervello e almeno io , pur cercando di ascoltare senza pregiudizi, avverto con fastidio ogni deviazione dalla mia interpretazione ideale per tempi, colore etc. Ti capita mai ? Credo di no, tu sei un critico e io un vecchio loggionista…hahaha Nel complesso mi sono riconciliato con il teatro, il loggione era quasi pieno e gli applausi sembrava non finissero mai. Bene così, dopo si va a nanna contenti.

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    • Amfortas 30 gennaio 2016 alle 4:43 pm

      Heldentenor, ciao. Credo che Pollione sia un personaggio difficile da interpretare in generale, e quell’aria iniziale è micidiale.
      Sull’allestimento: mi pare che tu abbia fatto il classico, no? Oppure quando ti parlavano di Medea – che è “parente” di Norma – hai fatto lipe? 🙂
      Perciò che riguarda le dinamiche orchestrali sono sempre cauto, nel senso che so bene per esperienza giurassica che il suono arriva con intensità e modalità diverse in teatro: qualche volta in loggione si sente un’opera diversa rispetto alla platea, e viceversa. A me quadrava bene tutto, dalla mia posizione, poi appunto…le opinioni sono quelle che sono. Anch’io ho una mia traccia ideale per Norma ma il teatro è, sempre, un’altra cosa, sempre. Ieri, per provocazione, ho detto a una persona che si “lamentava” sommessamente per la mancanza di aderenza al libretto che per conto mio i libretti andrebbero bruciati. Come ho già ampiamente spiegato un miliardo di volte “fare quello che c’è scritto nel libretto” non vuol dire niente, perché NON si può fare. Non l’ha mai fatto nessuno compresi i sacerdoti di questa religione come Zeffirelli&Co. Ci sono solo due tipi di regie: belle e brutte. Una regia rispettosa ecc ecc può essere uno schifo, ne ho viste un’infinità. Il teatro lirico (così si chiama) deve raccogliere gli umori del presente, non solo quelli del passato.
      Ciao e grazie 🙂

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  4. Heldentenor 30 gennaio 2016 alle 6:16 pm

    Ero il re delle lipe, da qualche parte ho il programma di una Norma vista alla Scala tanti anni fa (Raimondi Gianni, Caballe, Roni, Cortez) con un alberone in mezzo alla scena, di legno, come quello di Schifano dipinto.

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    • Amfortas 31 gennaio 2016 alle 10:10 am

      Heldentenor, non avevo dubbi, anch’io ero un maestro delle lipe e i risultati si vedono, tristemente. Io vorrei sangue vero quando si uccide qualcuno, altroché alberi. Se deve essere tutto come nel libretto voglio morti veri.
      Ciao e grazie 🙂

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  5. Pier 30 gennaio 2016 alle 9:23 pm

    Caro Paolo, oltre alla tua imperdibile recensione, mi godo anche una gustosa e pertinente discussione. Sì, perchè dopo una serata così remunerativa vien voglia di leggere tutto quel che riguarda l’evento. Meno male che c’è il tuo blog (è così che ti ho ritrovato un paio d’anni fa, e ora sto facendo propaganda). Sono d’ accordo: il miglior spettacolo lirico cui abbia assistito (lo so, ci vuol poco..), prestazioni vocali eccezionali, tenore compreso, orchestra e coro all’altezza. Sono d’accordo con te anche sulla difesa della regia minimalista e sono convinto che dal loggione ci ha rimesso, dove perdi la profondità e la prospettiva giusta. Parleri invece di qualche incoerenza scenica e questo ha riguardato anche i costumi (che tra l’altro penso abbia penalizzato il buon Escobar, un po’ meno credibile come tombeur de femmes con quel panciottone bianco). Ma sono dettagli: se non partissi per la settimana bianca, rivedrei volentieri questa Norma!
    Alla prossima. Un abbraccio
    PS – Il “sommesso (?!) lamento” ha mantenuto viva la doverosa discussione familiare durante il rebechìn notturno di rito..

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    • Amfortas 31 gennaio 2016 alle 10:26 am

      Pier, ciao. Ma la settimana bianca presuppone la neve, dove vai che non c’è neve da alcuna parte? 🙂 O forse è neve finta e non rispettate il libretto del bravo vacanziere? 🙂
      Scherzi a parte, anch’io ho trovato – già la prima volta che vidi questo allestimento, nel 2008 a Bologna – poco indovinati i costumi ma, indubbiamente, sono funzionali allo spettacolo. Il tuo omonimo Bisleri è bravissimo nell’immaginare queste ambientazioni neoclassiche: ricordo una sua Medea di qualche anno fa, fatta con quattro lire, neanche euro, che era un piccolo capolavoro.
      Più volte qui e altrove ho lamentato che i registi abbiano poca attenzione per gli spettatori del loggione, che qualche volta si perdono pezzi interi degli allestimenti. Non so se questo fosse il caso, sinceramente.
      Ho definito “sommesso lamento” l’opinione della gnetile consorte perché sono abituato a ben altri cipigli quando si affrontano queste discussioni sulle regie. Il fatto è che i manicheismi non portano da alcuna parte. Pensa che c’è ancora qualcuno che si sorprende quando esprimo parere negativo su regie “moderne” oppure esprimo ammirazione per allestimenti “datati”, come se non fosse contemplata la serenità di giudizio e si dovesse ragionare sempre e solo per schemi prestabiliti. Non è così, nel mio caso.
      Ciao, grazie e buone sciate, spero! 🙂

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  6. petrossi 31 gennaio 2016 alle 11:06 pm

    Emozionante. Un evento.
    Poi dovrei tacere, ma non ne sono capace.
    La recita di domenica 31 aveva il cast un po’ infortunato e ci sono state delle sostituzioni. Comunque anche i nuovi venuti hanno reso bene.
    Rebeka splendida.
    All’inizio ho avuto un sobbalzo, perché – seduta su un trono arretrato rispetto al palcoscenico – sembrava che la voce si fosse appiattita, ma si trattava solo di una posizione acusticamente non ottimale nel palcoscenico: fatti due passi avanti la sua voce ha mostrato tutte le armoniche che ha.
    Mi sono fatto l’idea che la forza di una voce si senta nelle mezze voci, beh, ti assicuro che la forza si è sentita.
    Un ruolo studiato punto per punto, in cui in ogni frase riusciva a esprimere dolcezza, dubbio, ira, amicizia, sacralità, passione, tormento.
    Congratulazioni anche a chi dietro alle quinte ha contribuito a mettere in risalto le sue doti; spero che dopo questo successo non manchino scritture per il ruolo.
    Due signore vicino a me, in loggione, avevano sentito la Callas e bella compagnia nel ’53, erano però piccole; oggi erano entusiaste.
    Molti si sono fermati ad applaudire e gridare fino all’ultima uscita.
    Personalmente ora sono rauco.

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    • Amfortas 1 febbraio 2016 alle 11:21 am

      Furio, ciao. Mi fa davvero piacere leggere che anche alla pomeridiana sia andato tutto bene, sostituzioni a parte. Marina Rebeka canterà Norma al Met, nel 2017.
      Riascoltando la registrazione della prima è evidente come l’asso nella manica del soprano sia la tecnica di respirazione, che le consente di legare le frasi senza andare in affanno e spezzare la linea melodica della parte. Se ho tempo ci torno.
      Ciao e grazie

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  7. daland 1 febbraio 2016 alle 12:25 pm

    Recensione impeccabile, come sempre. Della Rebeka si erano intraviste le grandi qualità quasi sei anni orsono, in occasione di un notevole Stabat Mater con Mariotti al ROF, poi confermate nel Tell del 2013.

    (del refuso “i cambi di cena” diamo la colpa al solito linotipista del Piccolo, vero?)

    Ciao!

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  8. Heldentenor 5 febbraio 2016 alle 1:06 am

    Sono tornato oggi giovedì 4, e anche oggi Escobar ha cannato clamorosamente l’ acuto “……..l’empio altare abbatterò…”, se non ce la fa non ce la fa. Repetita non iuvant. La direzione mi è sembrata più equilibrata. Pubblico entusiasta. Mia nipote Giulia dieci anni fa abitava con altre tre ragazze a Roma, in un appartamento al quartiere Flaminio. Una era particolarmente casinista e si dimenticava regolarmente derrate alimentari deperibili fuori dal frigo con grandi incazzature da parte di mia nipote di indole triestin-asburgica. Era lettone , studiava canto a Santa
    Cecilia e si chiamava ……Marina. Avete capito ? Me lo ha confermato lei in persona alla fine dello spettacolo. Bella e brava!!!!!!!!!!!!

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    • Amfortas 5 febbraio 2016 alle 9:25 am

      Heldentenor, ciao, grazie del bel raccontino familiare, conoscere qualcosa di più degli artisti è sempre interessante.
      Quel si bemolle alla fine della cabaletta è insidioso per tutti, sono più le volte che l’ho sentito uscire male di quelle andate bene. Anche Jovanovich, l’ultima volta di Norma a Trieste lo strozzò di brutto ala prima. Lo prese molto bene invece Armiliato a Bologna, in quella bellissima serata che vide l’esordio di Daniela Dessì quale Norma, proprio con questo allestimento.
      Ciao e grazie!

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  9. fadecas12 5 febbraio 2016 alle 6:40 pm

    Mi associo all’entusiamo sull’eccezionalità di questa produzione, dal punto di vista del terzetto vocale, dopo avere seguito la replica di giovedì 4. La Rebeka, soprattutto, padroneggia tecnicamente il suo ruolo (accento, fraseggio, dizione) dalla prima all’ultima battuta con una precisione infallibile, che le consente di usare il suo strumento in tutte le sfaccettature del ruolo.
    Probabilmente, quando si sgancerà da alcuni rari manierismi callassiani, potrà realizzare in certi momenti più drammatici una Norma ancora più originale e compiuta, che però mi è apparsa emergere perentoriamente in molti punti, soprattutto nel monologo iniziale e nella rigogliosità con cui ha saputo modulare Casta diva come – a me personalmente almeno – non era mai stato dato di sentire dal vivo al Verdi in nessuna assolutamente delle Norme succedutesi sulle nostre scene dai primi anni ’70 in poi …
    Saluti, Fabrizio

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    • Amfortas 6 febbraio 2016 alle 9:24 am

      Fabrizio, ciao! Ero in attesa del tuo qualificato parere e non può che farmi piacere leggere che la pensi come me. Tra l’altro, dal mio punto di vista, si la Rebeka si è resa protagonista di una performance ottima in valore assoluto, quasi a prescindere dal personaggio interpretato. Senz’altro il suo punto di riferimento è l’interpretazione calassiana – del resto l’ha pure dichiarato – ma sono anch’io del parere che con la frequentazione della parte troverà una sua strada precisa e personale.
      Ciao e grazie!

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  10. fausta68 6 febbraio 2016 alle 11:27 pm

    Bella la tua recensione, la Norma è un’opera che amo tantissimo. Fa piacere sentire che finalmente c’è un’artista che non fa rimpiangere la Callas!

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    • Amfortas 7 febbraio 2016 alle 9:19 am

      Fausta, ciao, grazie per i complimenti. Non esageriamo con Rebeka, che al momento è un’ottima cantante ma la Callas resta lontanissima 🙂
      Fabrizio qui sotto intendeva dire che la Rebeka si è ispirata molto all’interpretazione callassiana di Norma, e ha ragione, ma nulla di più. Del resto meglio porsi esempi alti, no?
      Ciao e grazie!

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      • fadecas12 7 febbraio 2016 alle 2:23 pm

        Caro Paolo,
        visto che mi onori, anche se del tutto immeritatamente, dell’aggettivo “autorevole”, consentimi di occupare ancora un po’ di spazio per qualche considerazione sui grandi modelli interpretativi di Norma del secondo ‘900 con cui le giovani – ed anche le meno giovani – cantanti di oggi non possono, volenti o nolenti, non fare in qualche modo i conti.
        Il modello Callas, senza dubbio,è quello che per la sua eccezionalità è rimasto più profondamente impresso nel mito; ed è un modello che sottolinea soprattutto i momenti drammatici, le frasi roventi e sferzanti con colori scuri, qualche uso intelligente delle emissioni “intubate”.
        Però non dobbiamo dimenticare, quanto meno, il modello Caballè – timbro vellutato, modulazioni liriche e ripiegamenti intimistici, colore vocale molto più chiaro – e neppure il modello Sutherland – ieraticità e astrattezza psicologica , che ad alcuni pare particolarmente indovinata per un ruolo sacerdotale, uso acrobatico del canto di agilità, accentuato con effetti drammatici nei momenti veementi come ad es. la cabaletta conclusiva del primo atto.
        Ecco, questi tre modelli hanno a mio avviso costituito altrettanti filoni, con opportune ibridazioni e mescolanze, secondo le attitudini e il gusto espressivo delle cantanti, grandi e meno grandi, che in questi decenni si sono succedute nel ruolo di Norma.
        Per tornare alla Rebeka di questi giorni, secondo me è evidente e comprensibile il suo rifarsi al modello Callas soprattutto nei momenti in cui è richiesto un grande temperamento drammatico; è innegabile, però, – e la luminescenza della lunga arcata vocale della Casta diva, in passato punto debole, tanto per citare dei nomi ragguardevoli, di una Deutekom o di una Ricciarelli, lo ha dimostrato in maniera incantevole – che le sue attitudini vocali la porterebbero a guardare piuttosto ad un modello Caballé, o comunque ad approfondire un versante di cantabilità liricamente dispiegata. Questa è almeno la mia opinione …. Scusami ancora per averla fatta tanto lunga,ma lo sai che Norma è uno dei miei ruoli-fetiche! a presto Fabrizio

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      • Amfortas 7 febbraio 2016 alle 7:26 pm

        Fabrizio, ciao. sai bene quanto ti stimi perciò non meravigliarti 🙂
        A conferma ulteriore, non posso che sottoscrivere quello che dici nel tuo intervento e ribadire, a me stesso e a chi passa, che senza una tecnica di respirazione perfetta non si va da alcuna parte. Bellini, in questo senso, è emblematico. Penso certo a Norma, ma anche a certi momenti di Imogene o Amina.
        Ciao e grazie, come sempre.

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  11. Pingback:La Top Ten del 2016 su Di Tanti Pulpiti: robe brutte. | Di tanti pulpiti.

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