Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Bat recensione del Pipistrello di Strauss Jr al Teatro Verdi di Trieste.

Bella serata, ieri, al Teatro Verdi di Trieste. Potete leggere i particolari qui, su La Classica Nota.

Per la prima volta sono andato al ricevimento post recita, di solito non amo molto i posti affollati. Beh, sinceramente, mi pare che ci siano troppi appassionati che vivono di ricordi e che rimpiangono un passato che non tornerà più solo per il gusto, tipicamente triestino, di essere sempre scontenti.
Non c’è più l’operetta di una volta? Forse. Sicuramente però non ci sono più i soldi di una volta né a Trieste né altrove.
Ma gli amanti del passato remoto, temo, saranno presto accontentati.Marcu 2
E la finisco così, per ora.

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10 risposte a “Bat recensione del Pipistrello di Strauss Jr al Teatro Verdi di Trieste.

  1. fausta68 12 giugno 2016 alle 10:44 am

    Per il Pipistrello non poteva esserci altro che una “Bat recensione”!!!!
    Io sono nata quando l’operettista era in pieno auge..e mi piacciono ancora ma se ne parlo on le figlie devo dire che non apprezzano molto…..

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    • Amfortas 12 giugno 2016 alle 5:17 pm

      Fausta, ciao. L’operetta è forse ancora più difficile da capire e apprezzare di quanto lo sia il melodramma classico. I giovani o ci sono portati per qualche motivo oppure la rifiutano in toto, non c’è alternativa e non è colpa di nessuno: i tempi cambiano e basta 😉
      Ciao e grazie.

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  2. fadecas12 12 giugno 2016 alle 4:29 pm

    Ieri sera ho assistito ad una replica con cast parzialmente diverso, ma condivido il giudizio sostanzialmente positivo di Paolo; in particolare, ho apprezzato molto la scelta di mantenere i recitativi in tedesco – a parte il cameo di Frosch nel terzo atto – Trovo che lo spettacolo se ne avvantaggi in scioltezza, in ritmo, in agilità, mentre ho sempre trovato forzate e decontestualizzanti le intromissioni dei parlati in italiano rispetto ai pezzi chiusi in lingua originale, anche nell’operetta (a parte che le tirate dei dialoghi tradotti si prestano, oltre che a cachinni abbastanza scontati, a rallentamenti e appesantimenti nella dinamica complessiva del lavoro).
    Ho l’impressione che il pubblico triestino sia rimasto un po’ sconcertato da questa soluzione, ma in fondo … come troverei ancronistica oggi una versione ritmica italiana di Jenufa o di Rosenkavalier, perchè dovrei ragionare diversamente per l’operetta!? A maggior ragione, per un titolo decisamente rinomato se non popolare, la cui trama può essere adeguatamente seguita con i sottotitoli.
    Aggiugno che mi ha colpito-favorevolmente- il colore prettamente “operistico” che Gelmetti ha dato alla concertazione e agli equilibri sonori del Fledermaus; assistito anche, aggiungo, da cantanti pienamente in voce…
    Un saluto a Paolo,
    Fabrizio

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    • Amfortas 12 giugno 2016 alle 5:31 pm

      Fabrizio, ciao! Ho appena provato a chiamarti ma evidentemente il tuo fisso è ancora fuori uso.
      Quello che dici rispecchia perfettamente la mia opinione tanto da farmi pensare che eri nascosto da qualche parte quando ho cercato di spiegare a un gruppo di nostalgici il problema dei dialoghi e della versione in italiano. Eppure, credimi, a pensarla così siamo in minoranza netta. Sembra che davvero il triestino medio voglia ascoltare qualche alato doppio senso, magari ulteriormente volgarizzato per strappare qualche risata. Purtroppo questa situazione si ripercuote anche su cose assai più serie di concioni sulle operette. Andiamo avanti così no?
      Le scelte esecutive di Gelmetti sono state non buone, ma addirittura esemplari oltre che moderne e intelligenti.
      Oggi addirittura ho letto che sono – io !!! – “esageratamente buono” nella recensione. Beh, c’è sempre una prima volta 😉
      Mi spiace invece che tu non abbia sentito Mihaela Marcu, anche se lei stessa mi ha parlato bene della sua cover.
      A presto, spero, ciao e grazie.

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  3. Giuliano 17 giugno 2016 alle 12:08 pm

    mi prendo un po’ di spazio fuori testo 🙂
    oggi su Repubblica ho trovato ancora una volta la storia di Paganini “che divenne un grande violinista per via di una malattia”, aggiornata al 2016 dicendo “un difetto del DNA”. C’è un tizio che ci ha costruito sopra un romanzo e spera di vendere tante copie, di sicuro ci faranno anche un film e passerà in tv… Per cui, mi sembra il caso di mettere qualche paletto: da duecento anni le composizioni di Paganini, anche quelle più difficili, le hanno suonate tanti violinisti con mani normali e senza “difetti del DNA”: penso a Salvatore Accardo, tanto per dirne uno, o a donne minute e graziose come Hana Kotkovà… ma l’elenco sarebbe lungo.
    Ma perché circolano tante scemenze? (povero Salieri, e povero anche Mozart con tutti i luoghi comuni ripetuti senza speranza alcuna di redenzione…).
    Mi fermo con il fuori testo, e dico tutto il bene possibile del Pipistrello, tanto più se in una bella esecuzione. Come ti dicevo a suo tempo, ogni tanto tiro fuori il cd storico diretto da Clemens Krauss, con Dermota, Wilma Lipp, eccetera eccetera. Poi c’è solo l’imbarazzo della scelta, fra le registrazioni, ci sono tutti i più grandi. Piace.
    Non sono un appassionato dell’operetta come genere, e nemmeno del concerto di Capodanno, ma in questo repertorio ci sono musiche magnifiche.
    (vedi che continuo a leggerti?)
    🙂

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    • Amfortas 18 giugno 2016 alle 11:01 am

      Giuliano, ciao 😉 , sono i tipici abusi in stile storytelling per cui sembra indispensabile sparare idiozie per rendere un concetto o una storia che pare troppo difficile. Di solito è effettivamente così, ma per chi scrive di argomenti sui quali farebbe meglio (molto meglio) a tacere. Io mi imbatto giornalmente in queste idiozie e va da sé che la storia dei compositori o comunque vicende laterali alla musica classica siano le più colpite da questa orda di dementi incompetenti. Colpa di un malinteso senso del giornalismo e di una ancora più aberrante concezione dell’informazione.
      Il pipistrello è un lavoro magnifico, molto bello e difficile da capire. E la difficoltà maggiore sta proprio nel fatto che lo stile dell’operetta è – oggi – confuso con la rivista o, peggio, con l’avanspettacolo. E invece basterebbe leggere i nomi che fai tu nel tuo post per capire che razza di cantonata prenda chi la pensa come ho detto sopra.
      Ok, già ho detto troppo.
      Ciao Giuliano, e grazie.

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      • Giuliano 19 giugno 2016 alle 12:41 pm

        ti dico un film che io avrei scritto volentieri: la vita di Rossini a Parigi dopo il Guglielmo Tell 🙂
        qui c’è la leggenda fasulla del calo d’ispirazione, anche film famosi del passato mostrano la vita di Rossini come se fosse finita lì, ahimè, tristezza, niente più da dire. Invece la musica è sempre bellissima e divertente, Rossini aveva solo realizzato il sogno di noi tutti, essere ricco e senza preoccupazioni prima dei quarant’anni, e poi godersi la vita (ma chi me lo fa fare di lavorare…)
        Tornando a Paganini, c’è un film recente da evitare con cura: riprende il tema del “patto con il diavolo” il titolo è appunto “il violinista del diavolo” (regia di Bernard Rose, anno 2013). Una fetecchia ben confezionata, stile peggior tv.
        ti saluto con un omaggio a Herr Eisenstein, (e quindi en passant anche a Prokofiev) e viva le csardas (ho il disco di Elisabeth Schumann, se ti va di riascoltarle)

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      • Amfortas 20 giugno 2016 alle 11:27 am

        Giuliano, ciao, sei sempre fonte di ispirazione, ora dovrò riprendere in mano la Schumann, che non ascolto da una vita.
        Mi ricordi anche che mi ero ripromesso di frequentare un corso di scrittura di sceneggiatura, ma ho preferito altro e probabilmente è stato un bene.
        E poi tra un po’ comincia il Festival di Lubiana, dove ci sono alcune serate notevoli di cui darò conto. Tra le altre cose finalmente riascolterò la LSO e quindi sono contento 😀
        Comunque lavorare pesa relativamente, se fai quello che ti piace. È il contorno che demoralizza…
        Ciao e grazie.

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  4. Giuliano 30 giugno 2016 alle 10:00 pm

    era Elisabeth Rethberg! non so se la Schumann abbia registrato le csardas…
    🙂
    (tempo di reazione: 10 giorni, quasi 11)

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    • Amfortas 1 luglio 2016 alle 8:35 am

      Giuliano, ciao. Beh, a tempo di reazione son messo bene anch’io perché mi ero scordato completamente della povera Schumann 😉
      In compenso della Rethberg, che è stata una grandissima, ho ascoltato proprio un paio di giorni fa un paio di arie e ti dirò che neanche le pessime registrazioni dell’epoca riescono a sminuirne la capacità. Lei è una di quelle cantanti che passavano con disinvoltura da Wagner a Mozart passando per Verdi, quindi chapeau!
      Sono quasi in partenza per il mio buen retiro alpino, perciò ciao e a presto!

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