Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

In attesa della prima di Rigoletto al Teatro Verdi di Trieste, ancora un paio di considerazioni a latere.

Come dicevo nell’incipit del post precedente, è impossibile scrivere compiutamente di Rigoletto.
Ma volevo dire anch’io qualche parola, ovviamente.
Rigoletto è un lavoro popolarissimo, e credo che oggi identifichi la musica di Giuseppe Verdi nell’immaginario collettivo come nessun’altra opera, con la sola eccezione della Traviata.
È sempre stato così, basta guardare la cronologia delle rappresentazioni di un qualsiasi teatro italiano: ci sono Rigoletti a centinaia. Alcune melodie o versi – penso alla canzone La donna è mobile ma anche a frasi quali vendetta tremenda vendetta – sono divenute proverbiali.
Qui un giovanissimo ed imperfetto Luciano Pavarotti, nel 1964, accompagnato da un terribile strimpellatore che suona un piano stonato:

Eppure questa musica che oggi in molti, specialmente tra i melomani, danno per scontata, ai tempi del debutto è stata considerata rivoluzionaria perché in qualche modo si allontanava dalla tradizione consolidata, che concepiva la lirica esclusivamente come espressione di pura vocalità. Le critiche del tempo, cui ho già accennato, sono lì a testimoniarlo.
La rivoluzione verdiana sta proprio nella novità della concezione teatrale, che vede la melodia strettamente legata alla drammaturgia. Una simbiosi perfetta che si esplicita, per esempio, con i duetti che sono addirittura cinque.
Michele Girardi nel suo saggio per la Fenice rileva come

 “la figura (di Rigoletto) venga definita all’interno di un sistema di relazioni col mondo intimo dei propri affetti, in aperta dialettica col mondo esterno in cui talora si specchia”

Il che è certamente vero, ma è anche indiscutibile che Rigoletto è costretto a rifugiarsi nel privato perché riconosciuto dal mondo esterno come diverso, in ragione della sua difformità fisica. Verdi è anche il compositore del diverso: si pensi ad Alvaro, a Otello, percepiti dall’esterno con sospetto per il colore della pelle.
E alla fine si può ben dire che Rigoletto, nonostante i tanti duetti – che implicano interazione e quindi potenzialmente conoscenza tra i personaggi – sia opera d’incomunicabilità e di claustrofobia dei sentimenti.
I dialoghi sono improduttivi con la figlia Gilda, sono assenti col Duca. L’unico personaggio col quale Rigoletto interagisce realmente è Sparafucile, il sicario. Non è un caso perché Sparafucile è necessario a Rigoletto per la sua vendetta e anche perché è un personaggio di rango inferiore, non è un nobile cortigiano. Non è un caso – ma è chiaro solo nella stesura originale del dramma di Hugo – che Rigoletto si rivolga a Marullo senza il consueto disprezzo nella terribile quarta scena del secondo atto (tu c’hai l’alma gentil come il core, dimmi tu dove l’hanno nascosta?). Marullo è sì un cortigiano, ma ha provenienza popolare.
Segnalo anche un illuminante intervento di Alberto Moravia, che si riferisce in generale all’opera drammaturgica di Hugo e Verdi, ed è quindi pertinente anche per il Rigoletto e l’opera in genere.

“I personaggi di Hugo sono prima che uomini, uomini del medioevo e del rinascimento e pertanto sono oggi illeggibili o non rappresentabili. Verdi, lui, non credeva affatto nella storia né come evasione né come ricostruzione. I suoi personaggi sono fuori della storia anche se sono in costume.
Così ci interessano tutt’oggi appunto perché sono prima di tutto uomini, e poi uomini del medioevo e del rinascimento.

Noi spettatori ci possiamo quindi confrontare con loro al di là del tempo e dello spazio.
Concludo questa mia pallosissima elucubrazione con un ricordo personale.

Come detto in apertura, Rigoletto è stato rappresentato ovunque molto spesso e Trieste non fa eccezione.
Tra le tante produzioni ce ne sono tre in particolare di cui ho una testimonianza indiretta, attraverso i ricordi di mio padre che da qualche tempo non c’è più.
Si tratta degli allestimenti del 1934, 1940 e 1942, sempre al Politeama Rossetti – a quei tempi la lirica si faceva ovunque, era popolare davvero – con il leggendario Carlo Galeffi nella parte del protagonista.
Mi diceva papà che il grande baritono percorreva in lungo e in largo il palcoscenico tenendo una corona interminabile su “un vindice avraaaaaaaaaaaaai sììììììììììììì vendetta tremenda vendetta”, mandando in visibilio il pubblico.

Altri tempi, altri uomini, altri spettatori e soprattutto altri critici musicali (strasmile)

Un saluto a tutti, alla prossima!

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4 risposte a “In attesa della prima di Rigoletto al Teatro Verdi di Trieste, ancora un paio di considerazioni a latere.

  1. Paolo 26 novembre 2016 alle 4:11 pm

    Ciao Paolo,
    Faccio seguito all’ultima frase sulla Classica Nota, per sapere se questo Blog, come lo spero, continuerà. Saro`à TS in dicembre. Spero incontrarti!!

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    • Amfortas 26 novembre 2016 alle 5:14 pm

      Paolo carissimo, certo che questo blog continuerà ad esistere, anzi spero di essere più assiduo ora che sono libero da altri impegni. Scrivimi, un’oretta per una cioccolata calda la troviamo 🙂
      Ciao e grazie!

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  2. Enrico 26 novembre 2016 alle 10:01 pm

    Egregio Amfortas, torno dopo un po’ di tempo e molto volentieri al blog, che denota sempre passione e competenza.
    Vorrei la sua opinione sul fatto che “Rigoletto”, soggetto che entusiasmo’ da subito Verdi dal punto di vista drammaturgico ed a cui il compositore dedico’ conseguentemente grande attenzione nella scrittura vocale, abbia avuto una storia interpretativa in cui le puntature acute da parte dei cantanti sono numerose ed a volte inopportune.
    Grazie

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    • Amfortas 27 novembre 2016 alle 9:17 am

      Enrico, ciao e bentornato.
      La frase che riporti potrei averla scritta o detta io, nel senso che da sempre sono piuttosto critico nei confronti dei direttori che consentono variazioni acute non previste ai cantanti. Ovviamente capisco bene anche che gli acuti fuori ordinanza siano apprezzati da buona parte del pubblico, perché esaltano le qualità dei cantanti più dotati. Il fatto è che spesso – magari non sempre, ok – questi acuti o sovracuti spezzano l’architettuta formale delle arie e costringono a trasposizioni non sempre di gusto impeccabile. Mi è successo con una certa frequenza di sentire cantanti che fanno acuti non scritti e magari, per i motivi più disparati, escono calanti o crescenti se non peggio.
      Spero di aver risposto alla tua domanda.
      Ciao e grazie!

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