Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione abbastanza seria di Madama Butterfly al Teatro alla Scala di MIlano: viene la Siri.

Repetita iuvant. Questa recensione è frutto della visione televisiva della prima scaligera, perciò attenzione: solo dal vivo uno spettacolo può essere valutato in modo completo, per ragioni tanto evidenti che non sto neanche a elencare. Detto questo, andiamo avanti.
Anche quest’anno soffro di recensione praecox, non c’è nulla da fare. Insomma mi espongo un po’ ma è tradizione di questo blog sgravare una recensione espressa, cotta sul momento.
Comincio col dire che io sono contento della scelta di rappresentare la prima versione di Madama Butterfly, perché è molto raramente messa in scena. Quindi, a mio parere, sono inutili le elucubrazioni sulla lesa maestà della scelta, ogni giorno ovunque si allestisce la “solita” Butterfly.scala-1
Ho trovato complessivamente gradevole lo spettacolo firmato da Alvis Hermanis. Certo, nulla che mi abbia esaltato o che abbia aperto nuovi orizzonti sulla storia, ma mi sembra che tutto sommato sia stato di buon gusto, curato e meditato nelle belle scene dello stesso Hermanis e Leila Fteita, illuminato a dovere dalle luci di Gleb Filshtinsky che ha trovato equilibrio nel rafforzare le parti più drammatiche con una ricerca piuttosto raffinata di cromatismi. Dal mio punto di vista, il discorso del teatro kabuki si è risolto in una bolla di sapone perché la gestualità dei cantanti mi è sembrata più o meno quella classica, vista mille volte. Un allestimento normale, ben realizzato ma eccessivamente didascalico. Deludenti, invece, le coreografie di Alla Sigalova e piuttosto evanescenti le proiezioni di Ineta Sipunova.
Non pervenuto, almeno a me, il motivo della presenza del drammaturgo Olivier Lexa.
La regia televisiva è stata meno perniciosa del solito, forse, ma proprio bisognerebbe imporre di non inquadrare i cantanti in primo piano a meno che non stiano solo recitando.czggzvywqaesjvc-jpg-large

Ribadisco, però, non è questo un tipo di teatro che mi piaccia molto, sa di rassicurante ma anche di stantio. Non è escluso che in sala l’effetto di insieme sia più suggestivo.

Riccardo Chailly è – non lo scopro certo io – un grande interprete della musica di Puccini e ne ha data conferma anche stasera con una direzione scabra, equilibrata nelle dinamiche e originale nelle agogiche. È molto facile in quest’opera lasciarsi prendere la mano e scatenare l’orchestra in clangori, mentre Chailly ha dato la sensazione di sottolineare le parti più scopertamente drammatiche senza che ci siano squilibri o, peggio, cadere nella trappola del puccinismo mieloso e stucchevole. Ottima, senza se e senza ma, la prova dell’Orchestra della Scala, pronta a raccogliere le sollecitazioni del direttore. Eccellente il Coro, e non solo nella famosa pagina a bocca chiusa.
Nella versione proposta il soprano che interpreta Cio-Cio-San diventa, se possibile, ancora più protagonista.c_2_fotogallery_3006913_1_image
Maria José Siri si è comportata bene e la promuovo (si fa per dire, non ne ha certo bisogno) senza esitazioni. Questo non significa certo che sia stata perfetta né indimenticabile, ma sicuramente ha superato una prova importante anche considerata l’obiettiva pressione che grava su tutti a una prima scaligera. Inizio cauto, ma prestazione in crescendo con un bel duetto di chiusura del primo atto, per esempio. Fraseggio intelligente, bella presenza scenica, credo che superata l’emozione della prima il soprano troverà anche quell’incisività che in qualche occasione le è mancata.czfu2u3xaaawxns
Bryan Hymel, sia detto sinteticamente, mi è sembrato fuori parte e oltretutto non ha certo cantato bene, palesando anche un certo impaccio in scena. La voce è sembrata di timbro ingrato, gli acuti forzati. Da risentire in occasione più fortunata, diciamo così.
Carlos Álvarez è stato un solido Sharpless, una parte che per il bravo baritono non è certo particolarmente difficoltosa per lui che è abituato a ben altri cimenti. E poi ha confermato di essere artista di classe scenica innata.czgceqxweaa1pe1-jpg-large
Annalisa Stroppa, ottima Suzuki accorata e partecipe, ha ben figurato con la sua voce schiettamente mezzosopranile.
Carlo Bosi è una sicurezza in queste parti di presunto secondo piano, che in realtà sono insidiosissime.

Plauso collettivo per gli interpreti delle parti di contorno: Costantino Finucci (Yamadori), Abramo Rosalen (Zio Bonzo), Nicole Brandolino (Kate Pinkerton), Leonardo Caleazzi (Yakusidé), Gabriele Sagona (Commissario imperiale), Romando Dal Zovo (Ufficiale del registro), Marzia Castellini (Madre di Cio-Cio-San), Maria Miccoli (zia di Cio-Cio-San), Roberta Salvati (Cugina di Cio-Cio-San).
Il pubblico mi è sembrato apprezzare lo spettacolo e ha elargito applausi a tutti. Alle singole ottimo successo per Carlo Bosi, Annalisa Stroppa, Carlos Alvarez, qualche accenno di contestazione per Bryan Hymel. Successone marcato per Maria José Siri.

Game over, segnalatemi orrori grammaticali, ho scritto in fretta!

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15 risposte a “Recensione abbastanza seria di Madama Butterfly al Teatro alla Scala di MIlano: viene la Siri.

  1. Pier 7 dicembre 2016 alle 11:18 pm

    Successone con due “c” vecchio mio. Per il resto sottoscrivo al 100%. In particolare commentavamo in diretta quello che poi hai detto: i primi piani dei sudatissimi e inceronati cantanti non vanno bene, si fa loro un piccolo torto. Per il resto sono rimasto contento. Contento.. ehm; diciamo che avevo gli occhi gonfi per tutto l’ultimo atto. Con la piccola e innocente Butterfly mi succede sempre. La bella recitazione e le interpretazioni di Siri e Stroppa hanno fatto il resto.
    Un caro saluto
    Pier
    PS – Mia moglie mi fa: va’ a vedere che il tuo amico Bullo avrà scritto qualcosa. Risposta: seee. Invece.. era vero! Sei indispensabile.

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  2. fadecas12 7 dicembre 2016 alle 11:45 pm

    Ciao Paolo! Visto, e concordo con te soprattutto per l’impatto inedito di questa versione, soprattutto dal duetto dei fiori fino all’originalità assoluta dell’ultimo quadro. Non ci sarà la concisione, il colpo teatrale azzeccatissimo, le impennate melodiche della Butterfly osannata; non può non colpire, però, la lenta ma inesorabile intensità delle soluzioni drammaturgiche e musicali di “questa” Butterfly. Più circonlocutorie, più sottili ma forse anche più inquietanti, diversamente emozionanti.
    E poi, almeno secondo me, il ridimensionamento di Pinkerton, l’assenza del piagnisteo ad effetto dell’Addio fiorito asil, assieme ai pochi ma incisivi interventi di Kate, creano anche musicalmente un incontro/scontro inedito fra i 3 personaggi femminili nel cui circuito il dramma, alla fine, si chiude e si consuma.
    Dissento un po’ da te solo nella valutazione della protagonista, pur con le attenuanti della serata inaugurale. Vocalmente salda, e non è certo poco, ma a mio avviso poco adatta all’espressività di Butterfly, e di questa versione in particolare, tanto giocata sul declamato e sul canto di conversazione.
    Un saluto, Fabrizio

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    • Amfortas 8 dicembre 2016 alle 9:12 am

      Fabrizio, ciao 😉
      Le tue ragioni mi sembrano convincenti ma forse non mi sono spiegato bene. Anch’io ho apprezzato la versione scelta pur continuando a preferire quella corrente. Stanotte mi sono posto una domanda: e se fosse solo questione di abitudine? Mah! Per quanto riguarda la Siri ritengo che passata l’emozione della prima sarà più convincente.
      Ciao e grazie!

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  3. Salmo 8 dicembre 2016 alle 12:15 am

    Sentita in teatro durante l’anteprima giovani e i dubbi sono rimasti anche con la visione tv, la Siri aveva problemi marcati sui piani, mentre Hymel oltre che una voce in molti punti coperta dal suono dell’orchestra non mi è per nulla piaciuto.
    Per quanto riguarda la scenografia invece secondo me la versione tv ha dimezzato la carica visiva rappresentata dai movimenti orizzontali e verticali delle pareti Shoji soprattutto per la scelta di campi troppo chiusi a favore della teatralità dei cantanti ma con perdità dal lato scenografico, per questo non sono concorde sulla critica alla Sigalova in alcuni puntti soprattutto nel primo atto la coreografia è risultata di buon livello, anche se concordo con l’eccessiva didascalia e la poca originalità nella scelta degli ukyo-e proiettati, le luci son state perfette particolarmente curate.

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    • Amfortas 8 dicembre 2016 alle 9:17 am

      Salmo, ciao. Come ho scritto in apertura non ci sono dubbi che uno spettacolo vada valutato in teatro. Immagino quindi che l’effetto scenografico di cui parli possa essere migliore. La regia televisiva era approssimativa.
      Ciao e grazie!

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  4. Pingback:MADAMA BUTTERFLY di Puccini dal Teatro alla Scala in diretta su Rai 1 | Wanderer's Blog

  5. daland 8 dicembre 2016 alle 8:30 am

    Grazie per l’accurata e tempestiva, come sempre, recensione.
    Ho solo ascoltato e non visto per concentrarmi sulle “novità” della cosiddetta “versione originale”: concordo con te che sia interessante una volta tanto mostrare anche quella, ma l’avrei fatto magari in una circostanza meno… solenne, ecco.
    Anch’io ti devo correggere con matita blu (smile!) perchè hai proprio ribaltato la figura del console: dall’accomodante Sharpless al duro Sharpness!
    Ciao!

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    • Amfortas 8 dicembre 2016 alle 9:21 am

      Daland, ciao. Grazie per la correzione, sono proprio in tilt! La recensione espressa è ormai una tradizione di questo postaccio 😉
      Mi pare che con lievi sfumature la pensiamo tutti allo stesso modo…sarà un bene? 😀
      Ciao e grazie!

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  6. principessasulpisello 8 dicembre 2016 alle 1:15 pm

    Siamo in sintonia. La versione integrale, che go ascoltato anni fa a Zurigo, mi piace molto. .

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  7. Pingback:La Top Ten del 2016 su Di Tanti Pulpiti: robe brutte. | Di tanti pulpiti.

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