Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione seria di Lo Schiaccianoci al Teatro Verdi di Trieste.

E insomma rieccomi qui, dopo la parentesi, diciamo così, all’estero (strasmile) torno a casa. L’occasione me la dà il balletto Lo schiaccianoci di Pëtr Il’ič Čajkovskij, in cui una volta di più ho pensato alla grandezza di Lele Luzzati e a una delle poche cose che uniscono le nuove alle vecchie generazioni: la tosse incontrollabile (strasmile).
Altre novità: ho un computer nuovo e ci sto litigando in modo furioso, soprattutto con la nuova versione di Word che, nella sostanza, mi fa scrivere nel carattere che vuole lei. Pazienza.
Bolle altro in pentola, ne parlerò presto, credo.s1

La danza negli ultimi anni è un po’ trascurata nei cartelloni dei teatri e in questo senso il Teatro Verdi di Trieste non fa eccezione, visto che la stagione prevede un solo appuntamento col balletto. Ovviamente il motivo di questa depauperazione sta nei consueti problemi di budget soggetti – tendo a ripetermi, lo so – ai mutevoli umori della politica che gestisce i finanziamenti del FUS in modo metereopatico.
In realtà, questa disciplina artistica conta su di un nocciolo duro di appassionati piuttosto nutrito, e la scelta di privilegiare la qualità alla quantità non credo possa risultare sgradita al pubblico.
Dopo la bellissima produzione di
Coppélia dell’anno scorso, in questa stagione si è puntato su Lo Schiaccianoci di Pëtr Il’ič Čajkovskij.
L’allestimento – in fitta
tournée italiana – è quello storico di Amedeo Amodio, che ormai ha quasi trent’anni ma rimane bellissimo e innovativo. Gran parte del merito va alla creatività del mai troppo compianto Emanuele Luzzati, che ha rivisitato questo evergreen con pennellate forti e citazioni sapide che, al contrario degli allestimenti più scontati, rimandano direttamente al racconto di E.T.A. Hoffmann da cui è tratta la vicenda. Si riconoscono perciò anticipazioni delle atmosfere cupe ma screziate di umorismo care a Tim Burton, mentre in altri momenti il richiamo (certo, castigato) al Rocky Horror – appena visto al Politeama Rossetti – è palese. Tutto contribuisce a creare un ambiente piuttosto inconsueto e straniante per un balletto così classico. Notevole, inoltre, il contributo fornito allo spettacolo dal teatro delle ombre della Compagnia Asina sull’Isola, forse un po’ troppo insistito nel primo atto.s3
Fondamentali i coloratissimi costumi che concorrono a rendere palese il substrato di matrice onirica freudiana che percorre la trama, che è hoffmaniana in modo sfacciato: si pensi solo alla ambigua figura di Drosselmeier, parente strettissimo di Spalanzani, Dapertutto e Coppelius. Aggiungo inoltre che il balletto è coevo all’opera Iolanta, altro lavoro di Čajkovskij dai forti connotati simbolici.
Da lodare
in toto la compagnia artistica che ha ricevuto numerosi applausi a scena aperta.
Bravissima, tra gli altri, la liliale
Giulia Neri nei panni della giovane Clara e poi altrettanto efficace ballerina circense, il poliedrico Valerio Polverari (Drosselmeier) e brillanti tutti i coprotagonisti della Daniele Cipriani Entertainment impegnati nelle danze del secondo atto.
Ovviamente a
Ashley Bouder e Andrew Veyette, che hanno esibito oltre alla tecnica un’intensa recitazione, sono andati gli applausi più entusiasti.s8
In particolare la Bouder ha connotato di grazia, gioventù e sensuale femminilità la sua Clara, mentre Veyette, dalla fisicità prorompente, è stato un elegante e acrobatico Schiaccianoci.
Quasi mi sto dimenticando che c’era anche la musica in questa serata. La partitura di Čajkovskij è una miniera di diamanti, raffinata e coinvolgente dal lato emotivo.
Alessandro Ferrari, sul podio di un’Orchestra del Verdi in grande serata, ha condotto con mano leggera la compagine triestina e pur nell’ambito di una prestazione positiva, ha difettato, forse, di calore nelle danze che sono state rese con dinamiche se non appiattite almeno edulcorate. Ne hanno risentito in particolare la Danza spagnola e il Valzer dei fiori.
Teatro affollato, pubblico festante e mediamente più giovane del solito ma, ahimé, degno di comparire in una rappresentazione di Der Zauberberg a Davos.
Si replica sino a domenica 18, con doppia recita il sabato.

Un saluto a tutti, alla prossima.

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7 risposte a “Recensione seria di Lo Schiaccianoci al Teatro Verdi di Trieste.

  1. Pier 17 dicembre 2016 alle 10:53 pm

    Caro Paolo, come sempre d’accordo su quasi tutto. Unico punto debole a mio avviso il teatro delle ombre, scadente più che terrifico. Il momento di maggior caduta della rappresentazione è infatti a metà del primo atto quando tutti assistono al teatrino.
    L’orchestra mi è parsa ispirata soprattutto nei momenti drammatici. Bravo il corpo di ballo( ma su questo sono veramente incompetente).
    Alla prossima.

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    • Amfortas 18 dicembre 2016 alle 9:24 am

      Pier, ciao. Sul teatro delle ombre si potrebbe, forse, considerare il fatto che l’allestimento non è nato per Trieste. Magari nel teatro d’origine risultava tutto meno invasivo e più efficace ,boh. Considerato il numero spropositato di ballerini direi che la media non era male, in effetti.
      La prossima sarà nientemeno che il Flauto magico…vedremo!
      Ciao e grazie!

      Mi piace

  2. petrossi 20 dicembre 2016 alle 12:26 am

    Carissimo, l’aver rinunciato all’ambientazione natalizia festaiola nel primo atto ha sì dato più drammaticità al tutto, ma la scena risulta un po’ monotona, per assenza di varietà nei movimenti.
    Bene il valzer dei fiori anche se poco “valzeroso”.
    Spettacolo comunque godibile e intelligente.
    Alta percentuale di bambine tra il pubblico in loggione, maschi sempre pochi e alla fine atmosfera rilassata e tanti auguri tra i frequentatori che si conoscono.
    Ho avuto problemi di meccanico, per cui sono partito da Udine con la corriera organizzata dall’ACAD, nel relax di non dover guidare ho ascoltato una intelligente prolusione di una delle organizzatrici.

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    • Amfortas 20 dicembre 2016 alle 9:27 am

      Furio, ciao. Sì capisco quello che intendi, però credo che l’ambiente più sobrio del primo atto sia una scelta dovuta all’atmosfera più dark del racconto di Hoffmann. A me non è spiaciuto anche perché il buon ETA è uno dei miei scrittori di culto 😉
      Le donne avanzano anche nei loggioni? Vuol dire che d’ora in avanti, in onore al politicamente corretto, chiameremo quella zona La loggiona 😄
      Ciao e auguri!

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  3. CASSANDRO 20 dicembre 2016 alle 1:03 pm

    CASSANDRO

    Le donne non avanzano solo nei loggioni, caro Amfortas!

    Dovunque le donne, piacevolmente, stanno un tantinello avanti.

    A me capita di frequentare spesso — per motivi di studio o di guida ad amici e parenti in visita a Roma — la Chiesa di San Pietro in Vincoli, dove, come è noto, campeggia il Mausoleo di Giulio II con la maestosa statua del Mosè di Michelangelo.

    Ed ogni volta, guardando i numerosissimi turisti noto come sia lì assolutamente prevalente il numero delle donne rispetto agli uomini
    (non ne parliamo poi della loro presenza ai concerti di Santa Cecilia!).

    Da ciò, qualche considerazione, ad avallo del “maschi sempre pochi” nei luoghi dell’arte!

    LE DONNE VANNO AVANTI

    Per forza che le donne vanno avanti
    e gli uomini, per forza, sono indietro:
    le prime vedi, infatti, in tutti quanti
    i posti dov’è “Arte”. In San Pietro

    in Vincoli, ad esempio, loro stanno
    a frotte in tutti i gruppi di turisti
    ad ammirare il Mosè e saranno
    per questo poi migliori . . . intravisti

    appena sono gli uomini. E’ così
    pur nelle Mostre e Conferenze alate,
    nei Cinema di pomeriggio… eh sì!…

    anche ai Concerti e in Visite guidate,
    mentre guardano i maschi le Ninì
    Tirabusciò, e goal in rovesciate.

    A questi . . . “Curva sud” e T V,
    a quelle . . . “altro”, un “altro” di più.

    Il gap è tutto qui, che volevate?…
    C’è chi nettare mangia e chi frittate!

    Uomini d’oggi, uhè . . . e cambiate!

    (Cassandro)

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    • Amfortas 21 dicembre 2016 alle 9:22 am

      CASSANDRO, ciao! Vedo che lo spirito natalizio non smorza la tua ironia e me ne compiaccio 😉
      Ultimamente a Trieste si vedono in teatro più giovani del solito e anche lì la prevalenza è femminile.
      Ciao e grazie per la costanza, e augurissimi!

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