Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Il flauto magico di Mozart al Teatro Verdi di Trieste: la versione semiseria for dummies e terribile minaccia finale.

Dunque, venerdì prossimo 13 gennaio il Teatro Verdi accoglie Die Zauberflöte (Il flauto magico) di Mozart. Dico, Wolfgang Amadeus Mozart, uno dei più grandi geni della storia dell’umanità, colto in questo caso nella sua ultima composizione teatrale. Perciò, dopo essermi genuflesso più volte, oso scrivere qualche sintetica e informale nota per chi verrà in teatro e magari non conosce molto di questo straordinario capolavoro.fl1
Il flauto magico appartiene al genere musicale dello Singspiel, una forma teatrale tedesca e austriaca di origine popolare che prevedeva oltre al canto anche dialoghi parlati.
Ci sono nel teatro lirico molti altri esempi di Singspiel, lo stesso Mozart per esempio scrisse Die Entführung aus dem Serail (Il ratto dal serraglio). Altri esempi celebri sono il Fidelio di Beethoven e Der Freischütz (Il franco cacciatore) di Carl Maria von Weber.
Nel Flauto magico convivono felicemente molte suggestioni e le interpretazioni e le letture possono essere diverse e, a mio parere, tutte plausibili. Per molti è l’opera massonica per antonomasia, disseminata com’è di simboli esoterici: numeri (il tre, a partire dagli accordi iniziali, è una costante), il passaggio dal buio alla luce, la presenza delle prove dell’acqua e del fuoco e tanto altro ancora.
Personalmente amo considerare quest’opera come una fiaba per adulti mascherata da una semplicità empatica e colorata, un viaggio un po’ accidentato nell’inconscio e quindi estremamente personale, intimo, in cui come nei corsi d’acqua carsici ogni tanto riaffiora in superficie qualche ricordo che magari scompare subito dopo. Un viaggio iniziatico alla scoperta di noi stessi, se mi concedete la metafora azzardata.
La trama dell’opera si trova facilmente, anche sulla benemerita Wikipedia.
I tanti personaggi dell’opera parlano, dal punto di vista musicale, lingue differenti. Sono cioè caratterizzati da stili diversi che ne fotografano il lignaggio e la provenienza sociale. Inoltre, nel corso della narrazione succede che in qualche modo il nostro parere sul loro operato cambi, trasformando i buoni in cattivi e viceversa. Insomma anche in questo caso l’apparenza inganna. A seguire un breve cenno ai principali protagonisti dell’opera.
Papageno e Papagena sono di estrazione popolare e il loro stile è appunto quasi folcloristico, sanguigno nei versi, nelle intemperanze caratteriali e nelle melodie. Tamino e Pamina sono due innamorati ed esprimono sempre un canto amoroso e ispirato a una dignitosa sensibilità e sensualità, scevra di eccessivi languori larmoyant.
Sarastro non a caso è affidato alla voce di un basso profondo, perché deve esprimere autorevolezza, ieraticità in un ambito quasi oratoriale, da musica sacra e solenne. Monostatos è vicino agli stilemi di un carattere buffo, che sembra stridere con gli altri personaggi.
La Regina della notte (Königin der Nacht) è, forse, la protagonista più ambigua, vero motore della vicenda, che si esprime con un canto tipico dell’opera seria del periodo. Dominio dei soprani di coloratura, la parte richiede oltre che virtuosismo un accento fiero, dizione scandita, temperamento sulfureo. A seguire la meravigliosa Natalie Dessay, nel 2001.

Il grande genio di Mozart riesce a far convivere tutte queste particolarità rendendole omogenee, liquide, filanti. Lo fa anche attraverso l’orchestra e con l’uso di strumenti come il Glockenspiel che, lo scrivo per i profani, ricorda tanto il suono dei carillon.
Gioverà ricordare che l’autore del libretto, Emanuel Schikaneder, fu anche il creatore di Papageno della prima assoluta che si svolse a Vienna, il 30 settembre 1791.glockenspiel-01
Per la buona riuscita artistica dell’opera mi pare indispensabile che i cantanti siano anche disinvolti in scena, mobili nel fraseggio ma anche buoni attori. Il direttore d’orchestra ha un compito arduo, risolvere il problema del suono orchestrale che deve essere sempre trasparente ma mai lezioso, anodino. La musica esprime una vitalità prorompente che non può essere compromessa da clangori e allo stesso tempo restare virile e incisiva.
La regia…beh…si valuterà sul campo e cioè in teatro. Non esistono regie moderne o tradizionali, ma solo regie intelligenti o stupide. Al Teatro La Fenice ne vidi una splendida versione, per esempio.
Se potessi esaudire un desiderio, vorrei che a Trieste succedesse ciò che accadde in Germania, dopo il debutto dell’opera. La Zauberflöte uscì dai teatri e il popolo si impadronì delle sue melodie, improvvisando per strada le scene più famose o cantando le arie anche in modo sgangherato, chissenefrega.
Oddio, nella Trieste di oggi sarebbe un problema, vista la caccia all’artista di strada lanciata dall’attuale illuminata giunta comunale, ma non stiamo a sottilizzare.
Nel caso qualcuno volesse provarci, beh, credo che potrei essere un Papageno formidabile e, forse, anche una pittoresca Regina della notte (strasmile).
Un saluto a tutti, alla prossima!

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8 risposte a “Il flauto magico di Mozart al Teatro Verdi di Trieste: la versione semiseria for dummies e terribile minaccia finale.

  1. Giuliano 8 gennaio 2017 alle 5:55 pm

    … ma ti canti in todesco o in venexian? 🙂

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  2. CASSANDRO 9 gennaio 2017 alle 10:15 am

    Al nome Mozart mi genufletto incondizionatamente pure io, e mi chiedo spesso se non avesse chiuso la sua vita a 37 anni , come Raffaello per farne un adeguato parallelismo, cosa mai avrebbe potuto (avrebbero) potuto donarci?

    Per fortuna Egli (loro), che non viveva “ad una dimensione”, è sempre con noi e può essere portato di esempio in vari casi della nostra vita reale.

    Scusami, Amfortas, se mi permetto (per semplice notizia” di inviarti questa mia semplice composizione leggermente in tema, che potrai cancellare dopo la lettura per evitare di inquinare per inopportunità il tuo magnifico post.

    COME MORZAT

    Che verità in quel colloquio alato
    che si racconta essere intercorso
    fra donna impellicciata e scienziato,
    che con l’esempio chiuse ogni discorso!

    — “Mi dica Professore a cosa serve
    un castoro vivo alla buonora?”
    E il professore, non privo di verve:
    — “A nulla . . . come Mozart, Signora!”

    Io cerco, amici miei, sempre perciò
    quel che soddisfa ben l’animo nostro
    e no la nostra immagine, se no

    gestisco solo il corpo ed inchiostro
    in cuor si verserà ed io sarò
    nell’intimo un uomo misto a mostro.

    Per quanto tempo ancor ci riuscirò?

    All’apparire non si può pensare
    soltanto e l’ “essere” buttare a mare.

    Andiamo i pomodori a coltivare,
    T V ci si astenga dal guardare,

    Marcuse attentamente studiare,
    e il Requiem di Mozart ascoltare,

    nonché “Il flauto magico” per dare
    un poco più di verve al tuo campare.

    Se “a una dimensione” ( 1 ) non vuoi stare
    il poco ti potrà spesso avanzare,

    e darti pure forza per lottare,
    perché possa qualcosa cambiare.

    Specie se al fianco hai chi amare
    ti vuole . . . e si sa pure accontentare.

    Intelligenza ci stia a governare!

    (Cassandro)

    ( 1 ) “Vive a una dimensione” chi non riesce ad immaginare un mondo diverso da quello esistente, per cui non avverte i condizionamenti cui è sottoposto o, qualora li percepisse, non riesce ad esprimere il proprio disagio, progettando delle alternative (Herbert Marcuse)

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    • Amfortas 9 gennaio 2017 alle 6:21 pm

      CASSANDRO, ciao. Facciamo bene a genufletterci anche per seguire le parole di GB Shaw che del Flauto magico pare abbia detto che:
      l’unica sola opera esistente che si possa concepire come scritta da Dio …
      🙂
      Perché mai dovrei cancellare in stile Ethan Hunt il tuo commento? Mica è il blog di Grillo questo!
      Anzi, grazie per i complimenti e per i tuoi sempre ispirati versi.
      Ciao e grazie.

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  3. Alucard 9 gennaio 2017 alle 9:37 pm

    Io propongo l’Uomo castoro come Papageno 😀

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