Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Il flauto magico al Teatro Verdi di Trieste: animali fantastici e dove trovarli. Superman compreso.

Die Zauberflöte ossia Il flauto magico di Mozart mancava dal Teatro Verdi di Trieste da vent’anni. Ieri sera il ritorno, gustoso per molti versi.
Come potrete leggere più avanti, a buona parte del pubblico la regia di Valentina Carrasco non è piaciuta. Succede. Peccato che la Carrasco stessa non l’abbia presa benissimo, per usare un eufemismo (strasmile).
Voglio dire, postulare a gesti una generale infedeltà dei partner del pubblico – correttamente senza distinzioni di genere, va detto – non è proprio il massimo (strasmile).
Tra l’altro suggerisco alla regista una collocazione più coerente di Nembo Kid: poteva farlo intervenire quando c’era in scena la cabina telefonica, no? Almeno si spiegava – visto che il minilocale era occupato dalla Regina della notte – la precipitosa fuga del supereroe dietro le quinte.
cabinasuperman

Le cose migliori però si sono viste in platea e nel foyer all’intervallo, perché io e un’amica (ciao Maria Teresa) che abbiamo perso la dignità da tempo immemorabile abbiamo mimato i movimenti dei robottini/fanciulli tra gli sguardi più preoccupati che divertiti dei giurassici spettatori della prima. È stato uno spettacolo orribile al quale un altro amico pusillanime (ciao Paolo) ha voluto colpevolmente sottrarsi. E sì che pure lui, quanto a dignità, non ha molto da perdere.
Personalmente mi sono sempre sentito come un animale – sentimento condiviso da chiunque mi conosca –  ma da oggi mi sento anche di attribuirmi l’aggettivo fantastico. Da qui il triste titolo di questo post che sarà apprezzato, credo, per affinità animalesca elettiva da molti dei lettori di questa tana…ehm…blog.
Insomma, alla prossima e un saluto a tutti!entrata-papa

Il primo appuntamento del 2017 al Teatro Verdi di Trieste è stato con Die Zauberflöte (Il flauto magico) di Mozart, colto in un nuovo allestimento prodotto dalla fondazione triestina in collaborazione con la Sawakami Opera Foundation.
Opera di straordinaria ispirazione artistica e difficile interpretazione, Die Zauberflöte pone sempre i registi di fronte alla stessa domanda: privilegiare il lato più scopertamente esoterico e simbolista o quello più fiabesco?
Valentina Carrasco, che collabora da molti anni con i geniacci della Fura dels Baus e firma la regia, intraprende la strada del Regietheater e cerca di far coesistere i due mondi con un escamotage: in sintesi la vicenda sarebbe il frutto del gioco di due bambini, Iside e Osiride, che si divertono con la loro casa di bambole popolata dai personaggi dell’opera ridotti a marionette e perciò vincolati ai capricci e agli umori dei giovanissimi burattinai. I riferimenti alla massoneria sono appena accennati, sfumati e quasi irriconoscibili nel gran caos organizzato dell’azione scenica.casa-2

L’idea potrebbe essere discreta ma – a mio parere – la realizzazione non si è rivelata del tutto all’altezza, inficiata qua e là da apparizioni forzate (Superman, dai), citazioni a sproposito (Parole, parole, parole di Mina), luoghi comuni (i consueti costumi paramilitari che definiscono i “cattivi”) e qualche strizzata d’occhio un po’ ruffiana all’attualità (il waterboarding nella prova dell’acqua, il corpo di polizia femminista).
D’altro canto finalmente a Trieste si è vista una regia pensata, attenta alle controscene, che ha curato la recitazione e i movimenti scenici dei molti personaggi dell’opera rendendo la narrazione gradevole e lineare.
I costumi di Nidia Tusal – particolarmente indigesti quelli dei tre genietti/robottini (qui interpretati, per fortuna, da tre brave cantanti e non dalle spesso esecrabili voci bianche) – mi sono sembrati ispirati più a un’eccentricità di maniera che alla rappresentazione di un onirismo fiabesco. Riuscite invece le scene di Carles Berga, bella l’imponente casa di bambola, ed efficace mi è parso anche l’impianto luci di Peter van Praet. Insomma un allestimento che alterna luci e ombre che mi pare si possa definire irrisolto e un po’ velleitario ma complessivamente godibile, anche perché tutta la compagnia artistica si è ben disimpegnata dal lato attoriale.
Dal punto di vista musicale la prima considerazione da fare è che l’interpretazione di Pedro Halffter Caro è andata virtuosamente di pari passo con la regia, nel senso che il direttore ha mantenuto un tono complessivamente giocoso e divertito, dinamiche sfumate ma non certo piatte e agogiche meditate, che hanno favorito il lavoro dei cantanti. Una direzione magniloquente – plausibile in altro contesto – sarebbe stata inopportuna.quintetto
Favorito dall’ottimo rendimento di un’Orchestra del Verdi che mi pare crescere artisticamente a vista d’occhio, il direttore ha saputo dosare verve, ironia e una solenne ma contenuta sacralità, differenziando l’accompagnamento ai cantanti i quali parlano linguaggi musicali diversi, perché diversa è l’estrazione sociale dei personaggi. Allo stesso modo sono state ben sottolineate le peculiarità e i colori dei vari stili musicali che Mozart spande a piene mani nella partitura: patetico e grottesco, monastico e secolare.
La compagnia di canto, dopo molte vicissitudini durante le prove, si è dimostrata omogenea.
Vorrei cominciare subito con un inciso. In teatri ben più noti del Verdi di Trieste le produzioni del Flauto magico sono spesso afflitte da comprimari e seconde parti di livello scadente, che compromettono il risultato artistico finale. Questo perché la scrittura di Mozart è difficile da eseguire – contrariamente a quanto vuole una certa vulgata – e da interpretare. Non è stato il caso di questa prima e perciò un grande elogio è d’obbligo per le bravissime e disinvolte Olga Dyadiv (Prima dama), Patrizia Angileri (Seconda dama) e Isabel De Paoli (Terza dama). Riprendendo una tradizione mai del tutto scomparsa i ruoli dei tre genietti sono stati affidati a rifinite voci femminili: Elena Boscarol, Simonetta Cavalli e Vania Soldan, apprezzabili nel canto e assai impegnate (e divertite, mi è sembrato) in scena. Ottimo anche l’apporto di Francesco Paccorini e Giuliano Pelizon. Da segnalare che quasi tutti questi artisti fanno parte del coro della fondazione.genietti
Si sono ben disimpegnati anche il basso Horst Lamnek (Oratore) e il tenore Motoharu Takei, che ha tratteggiato un Monostatos giustamente sopra le righe nel canto e nella recitazione. Gradevole anche Lina Johnson, vulcanica e ipercinetica Papagena dalla voce squillante.
Elena Galitskaya, già apprezzatissima nei panni di Sophie nel Werther dell’anno scorso, è stata una squisita Pamina, partecipe e accorata in scena, splendida nel gestire una voce piccolina ma sostenuta da un’impeccabile emissione che le ha consentito un legato d’alta scuola, acuti lucenti e una linea di canto pulita e accattivante.
Dopo un inizio prudente nella sortita (Dies Bildnis), Merto Sungu è stato protagonista di una prova in crescendo e il suo Tamino virile, lontano (per fortuna) da certa tradizione che dipinge il tenore amoroso mozartiano come un cicisbeo smidollato, ha convinto anche grazie a un fraseggio mobile e incisivo.
Katharina Melnikova, Regina della notte, ha fornito una discreta prestazione pur palesando qualche veniale slittamento d’intonazione nelle note estreme di cui la parte è disseminata (Der Hölle Rache) e, forse una certa timidezza di temperamento dovuta all’emozione della prima. Facile pronosticare un miglioramento nelle prossime recite.regina
Catapultato sul palco all’ultimo momento, David Steffens è stato dignitoso nei panni di Sarastro, anche se la parte pretenderebbe una morbidezza di emissione più marcata, adatta all’autorevolezza del personaggio.
Bravissimo Peter Kellner come spumeggiante Papageno, disinvolto e simpatico in scena e dotato di una voce timbrata e di discreto volume, peculiarità indispensabili per risolvere un personaggio di estrazione popolare nel senso più alto.
Il Coro, preparato da Francesca Tosi, ha nel complesso ben figurato e una nota di merito deve essere spesa anche per Claudia Foresi, puntuale e precisa negli interventi con il Glockenspiel.
Il pubblico, molto numeroso, ha tributato un grande successo a tutti i cantanti e ha manifestato particolare apprezzamento per Elena Galitskaja, Merto Sungu e Peter Kellner. Ovazioni meritate anche per il direttore Pedro Halffter.
Sonore contestazioni miste ad applausi per la regia della temperamentosa Valentina Carrasco, che non ha preso benissimo i fischi del pubblico e ha avuto una reazione non esattamente signorile. Molto male, perché chi propone il suo lavoro al pubblico deve rispettarne il giudizio anche (e soprattutto) quando i pareri non sono positivi.

Le foto sono di Fabio Parenzan.

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15 risposte a “Il flauto magico al Teatro Verdi di Trieste: animali fantastici e dove trovarli. Superman compreso.

  1. Amichevole 14 gennaio 2017 alle 4:13 pm

    Sarastro era pero David Steffens e non Petar Naydenov!!!

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  2. Giuliano 15 gennaio 2017 alle 6:23 pm

    non so se ci hai mai fato caso, ma anche in tv, anche in passato, anche quelli bravi, dell’Opera raccontano la trama e commentano quella. Ma è la musica che conta… a me sembra una banalità, invece. 😦
    Invece, anche i registi vedono solo la trama, o qualche loro elaborazione più o meno sensata. Magari alla fine ci si diverte anche, ma insomma. Bah. (per dire: la trama è la stessa in Massenet e Puccini, sempre Manon; idem per Rossini e Verdi, Otello; eccetera eccetera. Ma sono opere diverse, io direi che sarebbe meglio tenerne conto – magari sbaglio, chissà.) (mi diranno che sono rimasto fermo al 900, io direi anche a qualche secolo precedente, in questi casi qua)
    🙂

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    • Amfortas 16 gennaio 2017 alle 9:25 am

      Giuliano, ciao. Come sai io sono più morbido sul discorso regie…per me il vero sfregio all’opera si compie quando non si rispetta la partitura, tagliando arie o recitativi previsti dal compositore. Poi se una regia è brutta o mal riuscita, con grande serenità, cerco di dirlo. Comunque è vero ciò che dici sulle trame, spesso non si pensa a questo particolare per ignoranza o disattenzione.
      Ciao e grazie!

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  3. CASSANDRO 17 gennaio 2017 alle 6:48 pm

    Premesso che per quanto riguarda me — notoriamente dummy ante litteram, conoscere la trama di un’opera lirica è determinante, chè viceversa nulla capirei (anche quando assisto ad una rappresentazione concerto vado subito prima a leggere di cosa si tratta) — ritengo che in fin dei conti debba essere stato piacevole osservare nel foyer all’intervallo il tuo mimare, Amfortas, i movimenti dei robottini/fanciulli tra gli sguardi, tu scrivi, “più preoccupati che divertiti dei giurassici spettatori della prima”.

    Però, perché sorprendersi che gli spettatori della prima (e anche delle varie serate ai concerti di Roma al Parco della Musica) siano un poco “giurassici”? . . . Lo stare continuamente insieme a loro, d’altronde, è’ un po’ quello che potrebbe spettarci fra dieci / quindici anni, con l’aggravante che quelli che incontreremo allora non saranno di certo migliori, sotto tutti i punti di vista, di costoro, per i quali la frequentazione di sale di concerto o di teatri lirici (con la sorpresa di potere pure osservare aggratis qualche performance goliardica, come quella che tu dici di avere offerto) rappresenta — romanescamente — “un ultimo mozzico de vita”.

    Sapessi quante idee, delle quali poi mi pento, mi ispirano questi . . . . .

    VECCHI AL CONCERTO

    1, 2, 3 . . .10 . . . 20 . . . 100 . . .
    ma quanti sono al concerto, uhè . . .
    i vecchi . . . ben tirati, sguardo spento,
    camicia a collo antico e gilet,

    . . . oppur tailleur in tono con l’evento!

    I maschi, pochi, van con più decoro
    in quanto che le donne variopinte
    appaiono . . . e grasse, e a lor disdoro
    talora con movenze, e spesso grinte,

    da giovanette in cerca di lavoro.

    Spesso mi sono chiesto il motivo
    per cui tanti vecchi al concerto
    vanno ogni sabato . . . io non ci arrivo
    da solo a capirlo, ma l’esperto

    amico mio mi fa: “è il solo attivo

    rimasto nel bilancio della vita
    d’oggi . . . Vengono qui, tutti lustrati,
    per dimostrare che non è finita,
    che ancora esistono, e innamorati

    dell’arte sono . . . e no, quindi, all’ “Uscita”!

    E poi alfine qui nessuno a loro
    rompe le palle . . . e se non sono fessi
    godono pur, pur quando di straforo
    si appisolano, e sognano gli eccessi

    dei loro tempi andati . . . tempi d’oro,
    tempi del “Che faccio?” . . . “Provo?” . . . “Oso?” . . .

    E’ il musicale anticipo sciccoso
    della imminente . . . “Casa di Riposo”!

    Però chi meraviglia oggi tiene
    per tanti vecchi in sala, beh, conviene

    che cambi opinione: stesse scene
    lui calcherà fra un po’ . . . se gli andrà bene!

    (Cassandro)

    Non ricordo (l’età avanza inesorabilmente pure per me) se ti ho già mandato questo scritto in passato. Se fosse così . . . non dirmelo, ti prego. Ciao

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    • Amfortas 18 gennaio 2017 alle 5:45 pm

      CASSANDRO, ciao 🙂 . A Trieste, a dire il vero, il pubblico si è un po’ svecchiato rispetto a qualche anno fa. Non so se sia un bene, sinceramente, perché temo che quelli che non vedo più siano proprio, come dire, oltre gli applausi finali. Io poi discendo ampiamente nella valle degli anni e le mie ciniche considerazioni mi si ritorceranno contro presto 🙂
      Ah sì, meno male che nessuno conosce la trama della propria vita, no?
      Ciao e grazie, come sempre, per la tua divertita attenzione.

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  4. Elena 18 gennaio 2017 alle 4:11 pm

    E’ sempre bello passare di qua 🙂

    Ciao!
    Elena

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  5. petrossi 23 gennaio 2017 alle 3:29 pm

    Indicazioni per i registi: se avete tante idee non mettetele tutte nel piatto, magari vi capiterà di usarle tra un anno o due (se troverete un lavoro).
    OK per i soldatini, c’erano già nello Schiaccianoci e in Toys.
    I poliziotti da Guardia e ladri: meglio usarli in seguito, non so, magari per l’Attila in chiave moderna… o per la Città invisibile di Kitež…
    Le torture alla Guantanamo con scosse ai genitali e waterboarding: meglio usarli in un’opera diversa, magari nel Parsifal (per giustificare la ferita di Titurel)…
    Comunque, è fatta, e per il resto un flauto magico (o incantato o imbroglione… “das ist alles fauler Zauber fam” = “è tutto un imbroglio”) di soddisfazione.

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    • Amfortas 23 gennaio 2017 alle 5:39 pm

      Furio, ciao. Estrapolando particolari inutili di qua e di là potremmo agevolmente approntare un breviario per registi valido per la maggior parte delle opere. Magari ci penso eh? 🙂
      Nel complesso a me è sembrata una buona produzione.
      Ciao e grazie.

      Mi piace

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