Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Una grande Daniela Mazzucato illumina La voix humaine di Poulenc al Teatro Verdi di Trieste.

Qualche volta succede che le emozioni più grandi siano inaspettate o quasi.
È quello che è successo ieri al Ridotto del Teatro Verdi di Trieste con La voix humaine di Francis Poulenc. Pensavo, infatti, che sarebbe stato difficile superare l’impatto emotivo della serata di circa dieci anni fa, protagonista sempre Daniela Mazzucato. Invece i grandi artisti sono tali proprio perché per quanto lo scorrere del tempo lasci, come su tutti noi, qualche segno e qualche ruga metaforica o meno, sanno reinventarsi e andare avanti.
A seguire la cronaca di una bellissima serata.mazzu1

Al Teatro Verdi di Trieste, mentre non si sono ancora spente le polemiche – spesso stucchevoli e strumentali – per la Zauberflöte di Mozart nella controversa interpretazione della regista Valentina Carrasco, si riparte subito con La voix humaine di Francis Poulenc.
Il celeberrimo capolavoro del Novecento è stato proposto nell’ambito di una meritevole iniziativa intitolata Opera in un atto, che prevede quattro appuntamenti nella sala Victor de Sabata (il Ridotto del teatro) e dedicati a repertori meno frequentati. La manifestazione, che vuole avere anche intenti divulgativi, si caratterizza inoltre per prezzi davvero popolari e accessibili a tutti.
L’opera di Poulenc, che debuttò nel 1959, nasce come atto unico tratto da un testo di prosa di Jean Cocteau che fu tanto entusiasta del risultato da rivolgersi così al compositore: “You have fixed, once and for all, the way to speak my text”.
La trama è scarna, scabra, secca e inequivocabile.mazz2
Una donna in una stanza cerca disperatamente di riallacciare un rapporto amoroso finito parlando col suo (ex) uomo al telefono. Ogni tanto la linea cade e la querula centralinista è un ulteriore ostacolo al già sincopato, difficile e accidentato dialogo tra i due ex amanti. Lo spettatore non sente la voce dell’uomo, ma ne indovina le risposte in base alle reazioni della donna. Nel testo teatrale la protagonista non ha neanche un nome proprio: è solo una voce.
Eppure credo che questa spersonalizzazione – che può lasciare interdetti al primo momento – sia la vera forza del lavoro di Cocteau e Poulenc perché rende il personaggio della “voce” ambasciatore della sofferenza universale (solo amorosa?) di tutte le donne.
Per l’allestimento si è giustamente pensato a Giulio Ciabatti, che con pochissimi elementi riesce a ricreare l’ambiente claustrofobico in cui si svolge la vicenda, in una struttura minimalista ma empatica, di forte impatto teatrale e illuminata in modo funzionale allo spazio del Ridotto.
La voix humaine esige un’interprete di rango nel canto ma soprattutto un’artista a tutto tondo, capace di calarsi in una parte che richiede anche doti di recitazione e mimica fuori dal comune.mazzu-3
Daniela Mazzucato risponde perfettamente a queste caratteristiche e ha ottenuto – come peraltro già dieci anni fa – un vero e proprio meritato trionfo. Il soprano, forte di una straordinaria esperienza teatrale, è stata capace di essere all’altezza di una parte che richiede un canto declamato teso, intenso, spesso violento nell’esplicitazione di sentimenti forti come la gelosia, il rimpianto, l’angoscia della solitudine e la ferita dell’abbandono.3
Alla testa di un’Orchestra del Verdi sempre all’altezza della situazione c’era Paolo Longo, che ama molto questo repertorio e si sente. Encomiabile, in primis, il controllo del volume orchestrale, in una sala dall’acustica particolare. Ma – e potrebbe sembrare un paradosso – la gestione delle pause espressive, dei silenzi, è parsa la carta vincente di una direzione emozionante che poco o nulla ha concesso all’enfasi e alla retorica, optando per una narrazione livida, nervosa e al contempo capace di improvvise oasi di serenità in perfetta simbiosi con la protagonista.
Il numeroso pubblico che affollava la sala, come dicevo sopra, alla fine ha applaudito tutti e si è stretto in un grande abbraccio collettivo a Daniela Mazzucato.

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6 risposte a “Una grande Daniela Mazzucato illumina La voix humaine di Poulenc al Teatro Verdi di Trieste.

  1. PAOLO 25 gennaio 2017 alle 9:50 pm

    Paolo carissimo : Come tu sai Jean Cocteau et Francis Poulenc ebbero una corrispondenza epistolare intensa prova della loro stima e ammirazione reciproca. Perchè riportare in inglese un complimento che Jean Cocteau indirizzo’ à Francis Poulenc nella sua lingua : “Mon cher Francis, tu as fixé, une fois pour toutes, la façon de dire mon texte.” ?
    Ciao

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    • Amfortas 26 gennaio 2017 alle 9:14 am

      Paolo, ciao! Ho riportato in inglese perché ho trovato la citazione in questa lingua e, al contrario di te, in francese sono debolino 😉
      Quando hai tempo chiamami così ci mettiamo d’accordo per il caffè, la prossima ettimana sono abbastanza libero.
      Ciao e grazie.

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  2. principessasulpisello 26 gennaio 2017 alle 8:17 am

    È semprestata molto espressiva.

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  3. CASSANDRO 26 gennaio 2017 alle 11:00 am

    Certamente interessare un compositore come Poulenc rende elevato un qualunque testo in prosa.

    La musica — se non sbaglio primaria espressione dell’uomo — riesce ad immortalare qualunque poesia, che già da sola cerca faticosamente di imitarla con le note cadenze metriche.

    Come al solito di straforo, e ti prego di scusarmi, ti invio qualcosa che evidenzia, appunto, come hai egregiamente illustrato, “una donna in una stanza che cerca disperatamente” di spiegarsi “parlando col suo (ex) uomo al telefono” (oggi sempre più mezzo per iniziare rapporti o per chiuderli frettolosamente), la fine del loro rapporto amoroso, innalzandolo a “sofferenza universale (solo amorosa?) di tutte le donne” abbandonate quasi alla Didone.

    A BRUCIAPELO
    Così tu me lo dici? . . . A bruciapelo?!
    “Lasciamoci!” . . . E che è? . . . un sacco di fave!?
    Perchè non dire: “Dài, spegniamo il cielo,
    che non è poi cosa tanto grave”.

    Ma certo! . . . E la gente in un momento
    alza gli occhi in alto e non trova
    sopra la testa sua il firmamento . . .
    che prima c’era . . . Dìmmelo, che prova?

    Pensaci bene! . . . E’ sbalestrata, almeno! . . .
    Sconvolta! . . . Come me, se sento dire
    “Lasciamoci!” . . . Perchè? Hai fatto il pieno? . . .

    O come te, in quanto andrà a finire
    che resterai senza arcobaleno,
    . . . tu pure . . . senza stelle ed avvenire.

    Ma come te ne sei potuto uscire!

    Per quanto mi riguarda senza scene
    — no, oggi forse no . . . forse domani —
    dal cuor mi strapperò il volerti bene
    per darlo . . . ancora sanguinante . . . ai cani.

    Poi chiuderò per qualche giorno, credo,
    col mondo i miei contatti . . . Aspetterò
    di ben capire — tu lo sai non cedo —
    perchè, e come, è mai successo ciò.

    Dicevi che sarei stata io
    a dirti di lasciarci all’improvviso!
    E invece . . . come vedi . . . amico mio . . .

    sei stato solo tu che l’hai ucciso
    ciò ch’era tuo . . . ma anche mio . . . Addio! . . .
    La seta hai trasformato in lino liso!

    . . . Tu non sgorgarmi, lacrima, sul viso!

    Chiudo con ciò questa telefonata
    ingrata, ingrata ingrata . . . Ingrata . Ingrata.

    (Cassandro)

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    • Amfortas 27 gennaio 2017 alle 9:34 am

      CASSANDRO, ciao, di là degli apprezzabili versi, mi hai ricordato con la questione “metrica” molti metaforici omicidi perpetrati ai danni dei libretti di opera tradotti dalla lingua originale all’italiano come si usava una volta. Uno per tutti, dalla Carmen, Il fior che avevi a me tu dato che fa esprimere il povero Don José come la caricatura di una governante di colore in un film degli anni 40 ambientato in Texas. O, se preferisci, come una donna in una società distopica di un poco auspicabile futuro, negli Stati Uniti governati da un presidente razzista, omofobo e guerrafondaio. Ah ok, scusa.
      Ciao e grazie 😉

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