Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Lo strano dittico Gianni Schicchi – Cavalleria rusticana al Teatro Verdi di Trieste: tè e pasticcini.

Beh, dopo aver mangiato (meglio, cercato di mangiare con un aggeggio assurdo) un dolcetto giapponese alla Cerimonia del tè, mi sono sorbito anche il dittico Gianni Schicchi/Cavalleria rusticana al Verdi.
Necessito di un digestivo Antonetto, ora (strasmile).
Serata…un po’ così, ecco.te2

Mercoledì 22 gennaio, presso il Ridotto del Teatro Verdi, si è svolto un singolare prologo al dittico Gianni Schicchi/Cavalleria Rusticana di cui tra qualche riga darò conto.te1
L’appuntamento operistico è stato infatti prodotto in collaborazione con la Kitakyūshū City Opera, Accademia Operistica Internazionale con la quale la fondazione triestina collabora da qualche tempo. In virtù di questi accordi la delegazione giapponese ha organizzato una Cerimonia del tè (Cha No You), proposta secondo la liturgia della tradizione zen con costumi e strumenti originali. Il suggestivo incontro si è chiuso con un’esibizione dei coristi e solisti dell’Accademia, che hanno presentato musiche e canti tradizionali, accolti con piacere e curiosità dagli invitati.
Ieri sera quindi, fuori abbonamento, si è svolta la prima del dittico che prevede una replica oggi venerdì 24 febbraio.
Inutile dilungarsi troppo sulle due opere proposte, che godono di una popolarità enorme a qualsiasi latitudine. Curiosa invece la scelta di abbinarle nella stessa serata, perché davvero sono di concezione e ispirazione quasi opposte. La musica e il testo di Cavalleria guardano al presente (il movimento verista), mentre Gianni Schicchi con un testo fortemente legato al passato e al territorio è proiettato nel futuro e cioè al Novecento sia per la musica sia per una certa cinica irriverenza nel testo.schicchi-1
Il progetto interculturale tra le due realtà operistiche, fondazione e accademia, merita rispetto perché l’intento è divulgativo e in ogni caso prevede collaborazione tra artisti di preparazione tecnica e cultura diverse. Rispetto e anche, diciamo così, una qualche benevolenza che attenui valutazioni che, in altri contesti, sarebbero più graffianti.

Buono il lavoro del regista Carlo Antonio De Lucia il quale per Gianni Schicchi pensa una scena fissa (la casa di Buoso Donati) con tanto di fondali dipinti che fanno molto anni 50 del secolo scorso e costumi d’epoca ma, per fortuna, cura le interazioni tra i tanti personaggi in modo che la vicenda ne esca snella e divertente. Le gag non sono freschissime come ispirazione ma hanno il pregio del buon gusto: gli artisti sembrano divertirsi in scena e altrettanto fa il pubblico. Mission accomplished.schicchi-2
Dal lato musicale ho apprezzato la direzione di Francesco Quattrocchi, che ha ben colto lo spirito novecentesco della partitura staccando tempi stringati e incalzanti e fornendo respiro alle aperture melodiche delle arie del tenore e del soprano. Eh, già, i cantanti.
Accomunati in un unico giudizio positivo, chi più chi meno, gli interpreti delle parti minori che trovate in locandina, non si può tacere che sia Gianni Leccese (Rinuccio) sia Miyuki Shirakawa (Lauretta) avessero entrambi voce sottodimensionata per le rispettive parti. Perché gli squarci melodici di Puccini, sempre di bellezza straordinaria, sono sostenuti da un ordito orchestrale da…Puccini, appunto. Da qui la necessità, in difetto di volume, di forzare la voce con conseguenti slittamenti di intonazione ed emissione accidentata, poco omogenea.
Buone le prove di Ayako Tutsui (Zita) e Chikara To (Simone), ma tutta l’opera è andata felicemente in porto per il talento istrionico e la disinvoltura scenica di Giovanni Guarino, Gianni Schicchi divertente e brioso.
Dopo l’intervallo è stata la volta di Cavalleria rusticana e qui le cose si sono un po’ complicate.
La scena, anche qui a impianto fisso, rappresentava la piazza di Vizzini dove è situata la mescita di Mamma Lucia. Dietro a un’incombente croce stilizzata la fotografia di un ambiente rurale e un praticabile sul quale i personaggi entrano in scena. Buona, con qualche ingenuità, la gestione delle masse e convenzionale ma efficace la recitazione dei cantanti.cav3
Francesco Quattrocchi, a mio parere, in alcuni casi si è fatto prendere la mano e ha tenuto il volume dell’orchestra troppo alto, sfiorando – e qualche volta arrivandoci – il clangore.
Buona l’esecuzione dell’Intermezzo e discreta l’intesa con i cantanti, mentre con il Coro (comunque di rendimento positivo) c’è stata qualche incomprensione. Del resto cercare compattezza tra due compagini diverse, non solo per preparazione tecnica ma anche per età anagrafica, non è certo facile.
Discrete le caratterizzazioni di Michiko Honda (Mamma Lucia) e Veronica Esposito (Lola).
Piero Giuliacci, prudente nella Siciliana, si è poi rinfrancato e ha tratteggiato un Turiddu di tradizione, puntando tutto sulla veemenza del canto con una voce che sfoga ancora discretamente in acuto. Qualche accento più trattenuto si è apprezzato nell’Addio alla madre.cav1
Dimitra Theodossiou, amatissima a Trieste, è stata una Santuzza meno superficiale, che ha ben reso la sofferenza della donna tradita senza eccessi di temperamento e ha capitalizzato l’esperienza dei molti anni di palcoscenico con una recitazione convincente.
Compar Alfio era il baritono “ospite” Gudo Hasui.
L’Orchestra del Verdi si è disimpegnata molto bene nello Schicchi mentre è sembrata meno precisa del solito in Cavalleria. Probabilmente anche il cambio in corsa del direttore previsto ha generato qualche apprensione.
Il pubblico ha affollato il teatro e, circostanza fondamentale e molto più importante delle paturnie del critico di turno, ha apprezzato la serata regalando applausi a scena aperta (qualcuno anche inopportuno per timing) e ottimi successi personali per Giovanni Guarino, Piero Giuliacci, Dimitra Theodossiou (che ha uno speciale talento neoclassico nel ricevere consensi) e Francesco Quattrocchi.
Stasera si replica.

 

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6 risposte a “Lo strano dittico Gianni Schicchi – Cavalleria rusticana al Teatro Verdi di Trieste: tè e pasticcini.

  1. fausta68 24 febbraio 2017 alle 6:58 pm

    Strano accostamento davvero!
    Belle entrambe le opere, un po’ faticoso passare dall’una all’altra nello spazio di un intervallo

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    • Amfortas 25 febbraio 2017 alle 9:15 am

      Fausta, ciao. Sì belle le opere, soprattutto lo Schicchi mi piace molto. Forse sarebbe stato più opportuno cominciare con Cavalleria, così il rientro a casa sarebbe stato meno angoscioso 🙂
      Ciao e grazie!

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  2. Pier 25 febbraio 2017 alle 6:25 pm

    Carissimo, proprio per la popolarità delle opere mi sono stupito di aver trovato con tanta facilità due buoni posti in loggione a ridosso della prima rappresentazione (sono quello dell’ultimo momento..): pensavo ad un tutto esaurito. La Cavalleria è un’opera che ascolterei sempre, bella dall’inizio alla fine, ne posseggo ancora una cassetta consunta (registrata da un LP!).
    Naturalmente sono d’accordo con tutto quello che hai scritto (ho imparato: le tue critiche a volte vano lette tra le righe), compresa la benevolenza per gli ospiti. Devo dire che babbino caro mi è piaciuta, ho apprezzato la diligenza e ho applaudito convinto. Un brivido invece mi è corso sentendo il tenore (il mio tormentone, come sai) e Leccese non è giapponese.. Ci risiamo, ho pensato. Intonato sì, ma deboluccio.
    Ma dopo l’intervallo, nel sentire la Siciliana mi sono rinfrancato e ho finalmente goduto della performance di un tenore come da tanto non mi succedeva. Ok, Giuliacci sarà un po’ stagionato, scenicamente non al massimo ma – come diresti tu – con tutte le note centrali a posto. E una carriera di tutto rispetto. Brava anche la Theodossiu, che insieme al buon Piero non si sono lasciati coprire dall’orchestra (sommerso invece il Leccese di cui sopra).
    A questo punto allora concedimi una domanda tecnica, da primo degli ignoranti: dove finisce la scarsa potenza del cantante e dove comincia l’eccessivo clangore dell’orchestra?
    Un abbraccio

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    • Amfortas 26 febbraio 2017 alle 9:08 am

      Pier, ciao. Domanda difficile la tua, perché non c’è una risposta univoca e l’effetto pesce nell’acquario dipende da molti fattori e generalizzare è sempre sbagliato. La prima circostanza da considerare è, a mio parere, l’orchestra che un cantante deve “passare”. Capirai che, solo per fare un esempio, se il cantante ha “sotto” Mozart dovrà avere certe caratteristiche vocali mentre se affronta Wagner dovrà possederne altre. Le corde vocali, mi insegni, sono muscoli ed è abbastanza azzecato il paragone con gli atleti: se un atleta è uno specialista dei 100m non lo sarà dei 100000 e viceversa.
      Perciò, ripeto affrontando il problema in maniera semplicistica, la questione è la scelta del repertorio. Poi ci sono mille altre fattori, tra i quali la tecnica è il principale.
      Il direttore dovrebbe calibrare il volume dell’orchestra in base agli artisti che ha a disposizione, ma anche qui la materia è scivolosa. Una mia amica soprano mi dice che per la stessa opera in Italia si chiede più volume, in Francia meno. Quindi che si fa? ;.)
      Per quanto riguarda la recensione sono del parere che non abbia senso infierire, si può far capire la propria opinione in modo civile. Nella fattispecie, poi, alcuni interpreti erano dilettanti e non professionisti impegnati in un progetto di collaborazione di ampio respiro.
      Ciao e grazie per l’attenzione con cui mi segui, Paolo

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  3. Giuliano 27 febbraio 2017 alle 2:08 pm

    penso che la prima volta sia stato alla Scala nel 1988, io c’ero 🙂 dirigeva Patanè. Rovistando ho anche ritrovato i Pagliacci abbinati a Nino Rota, il balletto tratto da La strada di Fellini (1984). Non so se qualcun altro lo abbia fatto prima, mi ricordo che all’epoca se ne parlava come di una cosa strana mai vista prima…

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    • Amfortas 27 febbraio 2017 alle 5:44 pm

      Giuliano, ciao. Non sapevo che questo dittico fosse stato allestito alla Scala, grazie. Resta il fatto che, almeno per me, è un abbinamento che non funziona 🙂
      (poi certo, se cantano fenomeni ci può stare tutto eh?)
      Ciao e grazie!

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