Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Divulgazione abbastanza seria dell’opera lirica: Les Pêcheurs de Perles di Georges Bizet.

La prossima settimana, venerdì 10 marzo, al Teatro Verdi di Trieste, torna Les Pêcheurs de Perles di Georges Bizet.
Ho pensato perciò che qualcuno potrebbe essere interessato a una piccola guida all’ascolto di quest’opera che non è certo tra le più rappresentate. Ho scritto quello che con termine tecnico si definisce un longform, che è un anglicismo per definire in modo trendy una lenzuolata noiosissima (strasmile).pesc1
L’interesse intellettuale e culturale per l’Estremo Oriente che si è manifestato in modo evidente nella seconda metà dell’Ottocento ha portato a risultati molteplici dal punto di vista drammaturgico musicale. Le Indie, il Giappone, la Cina hanno esercitato un grandissimo fascino sui compositori e librettisti.
Una specie di fil rouge unisce opere liriche francesi quali Les Pêcheurs de Perles (1863), L’Africaine (1865), Le Roi de Lahore (1877), Lakmé (1883), alle nostrane Iris (1898), Madama Butterfly (1904), Turandot (1926).
Provo, in maniera molto sintetica, ad indagare le motivazioni di questo percorso, mantenendo come riferimento Les Pêcheurs de Perles di Bizet, lavoro che debuttò a Parigi il 29 settembre 1863.
Nel 1886, ad undici anni dalla scomparsa di Georges Bizet, il suo biografo semiufficiale Charles Pigot, scriveva a proposito dei Pêcheurs:

“Dalla sua scomparsa dal cartellone del Théâtre-Lirique, la partitura dei Pêcheurs non è mai stata rappresentata né in Francia né altrove, che io sappia. Non sarà il caso di riconsegnarla alle scene, oggi che il pubblico, che applaude Carmen e acclama apertamente come capolavoro l’ultima partitura del povero grande artista, è degno di capirla e di ammirarla…E tutti coloro che infangarono nel 1863 i Pêcheurs col loro ingiusto disprezzo arrossiranno di vergogna, se possono ancora arrossire!”

Credo che questo lamento strappalacrime non sia del tutto ingiustificato ancora oggi.
L’opera di Bizet non è certo tra le più frequentate del repertorio operistico, mentre si susseguono ovunque reiterate riprese, spesso stucchevoli, dei soliti noti lavori graditi al pubblico più tradizionalista.bizet
Sicuramente, in un certo senso, Bizet è stato il primo fautore dell’oblio dei Pêcheurs: il successo planetario di Carmen, che esordì nel 1875 (e verso la quale un tale Nietzsche sviluppò una vera e propria addiction) travolse ogni cosa.
In Italia i Pêcheurs sono stati rappresentati per la prima volta il 20 marzo 1886, alla Scala di Milano, seppure in una versione rimaneggiata e nella traduzione italiana di Angelo Zanardini.
La stampa dell’epoca riporta di un’accoglienza entusiastica del pubblico: addirittura “uno dei sostegni della stagione teatrale”. Non male per un lavoro che era stato presentato abbinato al ballo Amor di Manzotti, quasi come complemento in tono minore alla serata teatrale.
Dietro a questa operazione culturale, in realtà, si celava anche una sfida economica tra editori: quella lanciata dagli incursori Sonzogno, in particolare da Edoardo, alla corazzata Ricordi.
Da una parte si schierano le opere di Berlioz, Hervé, Massenet e Bizet; dall’altra Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi.

Operazione, quella di Sonzogno, piuttosto singolare per un editore che Gavazzeni definirà, non a torto, “la centrale del Verismo operistico: i Pêcheurs sono infatti un’opera che si può indicare senza esitazioni belcantistica, tanto che gli interpreti storici di Nadir, o in alcuni casi della romanza più famosa, rispondono ai nomi di Caruso, De Lucia, Gigli, Tagliavini, Vanzo, Gedda, Kraus.

A destra Enrico Caruso

A destra Enrico Caruso

Dal debutto alla Scala l’opera è poi stata allestita in tutti i teatri italiani di rilievo dell’epoca: Roma, Genova, Bologna, Venezia, Napoli, Palermo, Trieste (nel 1890).
Già nel 1888 i “Pescatori di Perle” possono essere supportati dalle parole autorevoli di Francesco D’Arcais: “I Pescatori si rappresentano ormai in tutto il mondo, salvo…Parigi! Sono ormai diventati un’opera di repertorio.”
Interessante notare che, con l’unica ovvia eccezione dei paesi francofoni, l’opera è rappresentata in italiano a Lisbona, Ginevra, Londra, Barcellona, Bruxelles, Città del Messico, Buenos Aires, Budapest.
Ma l’opera di Bizet è solo l’ultima di una lunga serie di lavori francesi che impazzano in Italia, con grande scorno della critica ufficiale nostrana, sin dall’immediata seconda metà dell’Ottocento. Dal Faust di Gounod alla Carmen dello stesso Bizet, certo, ma anche dai meno noti (specialmente oggi) Mignon di Ambroise Thomas (Trieste 1870, ancora sotto il dominio austriaco) e Lakmé di Leo Delibes (Roma 1884).
In particolare, i critici italiani paventano sia le lusinghe dell’opéra lyrique sia “l’intedescamento” dell’opera italiana, rea di guardare troppo ad un Musikdrama wagneriano ancora sostanzialmente incognito (al contrario del Wagner romantico del Lohengrin, già rappresentato a Bologna, nel 1871).
Vale la pena ricordare che fino al 1888 l’editore di Wagner in Italia era la casa lucchese, e di conseguenza i Ricordi nutrivano un interesse assai peloso ad arginare l’onda musicale teutonica.libretto-opera-depoca-sonzogno-i-pescatori-di-perle
In buona sostanza ci sono le premesse per un’italianizzazione dell’ispirazione del compositore francese Georges Bizet, che diventa inconsapevolmente l’alfiere di un’alleanza tra la scuola italiana e la “vera e buona scuola melodica francese”.
Si arriva, piano piano, all’agiografia vera e propria, ben fotografata da questo estratto dal “Resto del Carlino”, in occasione di un allestimento ferrarese dei Pescatori.

“Tutte le opere di questo Compositore in Francia la prima volta udite non piacquero molto; spetta all’Italia il vanto di averne riconosciuto ed affermato universalmente il valore ed il genio.”

Dopo questa disamina, diciamo così, d’ambiente culturale, forse può essere interessante approfondire, libretto e partitura alla mano, quali sono i reali punti di contatto tra la cosiddetta opera italiana e Les Pêcheurs des Perles, musica di Bizet su libretto di Michel Carré e Eugéne Cormon (pseudonimo di Pierre-Etienne Piestre).
Motore della trama e figura centrale è, in qualche modo, una sacerdotessa: ebbene viene subito da pensare alla Vestale di Gaspare Spontini, una specie di trasposizione della vicenda dall’impero romano all’Isola di Ceylon.
Subito dopo siamo all’italianissima Norma, la sacerdotessa druidica di Bellini.
Dal punto di vista musicale, il debito più grande dei Pescatori con l’opera italiana sta nella scrittura corale: si pensi al moderato maestoso intonato da tenori e bassi nell’introduzione, quando i pescatori scelgono Zurga come loro capo.
Ancora, il finale del primo atto è in puro stile belcantistico nelle due arie per tenore e soprano: Je crois entendre ancore e Ô dieu Brahma! Dans le ciel sans voiles. In particolare, ad esempio, le cronache dell’epoca riportano che il soprano Ernestina Bendazzi Secchi Garulli (la quale, tra l’altro, morì a Trieste nel 1931) riportò un trionfo alla prima scaligera, anche grazie alla sua naturale predisposizione alle agilità del canto vocalizzato.

Ernestina Bendazzi Secchi Carulli

Ernestina Bendazzi Secchi Carulli

La romanza per il tenore sembra d’ispirazione melodica belliniana, nella sua soave levità e bellezza.
Qui un incredibile Giuseppe Di Stefano, che cantò Nadir a Trieste ben due volte, nel 1947 e nel 1953.

Reminescenze di matrice italiana, comunque, sono state individuate non solo nelle pagine corali o solistiche, bensì anche nel duetto d’amore del secondo atto tra Leila e Nadir, che potrebbe essere stato scritto benissimo dallo stesso Bellini o da Donizetti.
I “Pescatori” di Bizet, forse, sono stati strumentalmente inseriti in una querelle culturale, nella quale si lamentava da parte di alcuni una decadenza dell’ispirazione musicale dei nostri compositori. In realtà, hanno dato impulso al rinnovamento, seppure attraverso altre vie, a questa stessa contestata ispirazione.
Puccini, per certi versi l’ultimo grande operista, è ormai alle porte.
Il genio lucchese, guarda caso, ritrasse anch’egli con il proprio stile musicale inconfondibile una “sacerdotessa”, seppur più umile: la celeberrima “Suor Angelica”.

Trama dell’opera

Atto primo.

L’opera si svolge a Ceylon. I pescatori danzano sulla spiaggia, bisogna eleggere il nuovo capo. Il prescelto è l’autorevole Zurga, che si rende conto dell’importanza dell’investitura. Appare Nadir, suo grande amico, che mancava dall’isola da molti anni. A suo tempo, la loro amicizia era stata incrinata durante un viaggio nella capitale, a causa della visione di Leila, una ragazza che era sacerdotessa del tempio di Brahma. Felici di rivedersi si promettono amicizia eterna. Nel frattempo, una barca approda e conduce una sacerdotessa che dovrà, con le sue preghiere, propiziare gli eventi agli abitanti dell’isola. Si tratta proprio di Leila.

Atto secondo.

Nourabad, gran sacerdote dell’isola, ricorda a Leila le sue responsabilità e il suo voto di castità. La donna accetta l’incarico, e ricorda che anni prima era stata pronta a sacrificare la propria vita, pur di salvare quella di uno sconosciuto fuggiasco. Nel buio della notte le fa visita Nadir, che l’aveva riconosciuta già allo sbarco sull’isola. I due dichiarano il reciproco amore, ma vengono scoperti da Nourabad e denunciati a Zurga e tutta la comunità.

Atto terzo.

Zurga non si dà pace, perché di nuovo Nadir l’ha tradito e non solo, spetta a lui condannarlo a morte. Viene chiamata anche Leila, che prova a scagionare il suo amato Nadir. Zurga la riconosce, è proprio la donna che l’aveva salvato tanti anni prima, ed era lui il fuggiasco salvato dalla morte. Travolto dal rimorso e dall’ansia, per salvare l’amico e la sua innamorata, decide d’incendiare il villaggio per seminare il panico e favorire la fuga dei due amanti. Scoppia il finimondo, i due si salvano e Zurga rimane da solo ad aspettare la sua fine e a guardare la  fuga verso la libertà e l’amore dei due compagni.

Curiosità sui finali.

 

Les Pêcheurs sono comunque l’esempio di come rimaneggiare il lavoro di altri sia sempre operazione piuttosto discutibile.
Dopo la scomparsa di Bizet, il finale dell’opera fu sottoposto a revisione da alcuni musicisti, perché non pareva sufficientemente spettacolare ed emozionante.
Le modifiche, segnatamente, riguardano in particolare il finale (ed in base alla scelta, anche alcuni piccoli spostamenti strategici di dialoghi), nel quale nel corso delle varie versioni susseguitesi negli anni si prevede la morte del povero Zurga in molti modi: nell’incendio dell’accampamento, pugnalato dai sacerdoti, trafitto da un pescatore, arso sul rogo o addirittura suicida.
Tutte conclusioni abbastanza estemporanee, che contraddicono lo spirito originario voluto dal Compositore, il cui scopo era di lasciare un finale più incerto, meno definitivo, lasciando allo spettatore il dubbio sulla sorte dei protagonisti.

Topos dell’opera

Nei Pêcheurs si ritrova, come spesso accade nell’opera del secondo Ottocento (cito solo il verdiano Don Carlos), un’amicizia virile, quella tra Zurga e Nadir.
Qui la mia versione preferita del famoso duetto Au fond du temple saint del primo atto tra Nadir e Zurga, con i formidabili Jussi Björling e Robert Merrill.


Addirittura si può affermare che la reazione furiosa di Zurga, seppur scaturita dalla gelosia, poi si stempera nel monologo che apre il terzo atto solo perché lo stesso ha a cuore di più la salvezza dell’amico che altre circostanze, diciamo così, amorose.
Quindi, l’opera di Bizet deve essere percepita non tanto come una storia d’amore classica, ma come la parabola di un’amicizia leale tra uomini, salda nel tempo, per la quale si può e si deve sacrificare anche la vita stessa.
A conferma di questa teoria, è interessante notare che i personaggi che interagiscono sono solo tre, in quanto Nourabad è essenzialmente una figura marginale, di scarso rilievo drammaturgico.
Infine, una piccola chiosa strettamente personale.
La musica lirica, come l’Arte in generale, può e deve essere vissuta come una sospensione temporale, uno stimolo a liberare l’immaginazione e la fantasia, che sono, a mio modestissimo avviso, i fondamenti di una libertà intellettuale pienamente consapevole.

Bibliografia

I Pescatori “ripescati” e la musa italica. Sui Pêcheurs in Italia, e sull’Italia nei Pêcheurs. (1886-1900)

Riccardo Pecci

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6 risposte a “Divulgazione abbastanza seria dell’opera lirica: Les Pêcheurs de Perles di Georges Bizet.

  1. Gerda Arnoldsen 4 marzo 2017 alle 7:05 pm

    Grazie Amfortas, molto interessante, come al solito. Verrò a Trieste con alcuni amici per vederla il 18, e spero di poter leggere prima di quella data anche la tua recensione.

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    • Amfortas 5 marzo 2017 alle 7:48 pm

      Gerda, ciao. Grazie per i complimenti, la recensione sarà online già la mattina successiva alla prima del 10 marzo su OperaClick e qualche ora più tardi qui sul blog. Spero che vi troviate bene a Trieste.
      Ciao e grazie.

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  2. fausta68 4 marzo 2017 alle 7:59 pm

    Quando ho letto il titolo di questo post mi è venuto subito in mente il mio amato Pippo di Stefano….e l’ho trovato con tanta gioia qui…
    Questa è un’opera che mi piace molto ma non sono mai riuscita a vederla a Teatro.

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    • Amfortas 5 marzo 2017 alle 7:51 pm

      Fausta, ciao. Di Stefano colto in quegli anni ha pochi paragoni che possano reggere il confronto proprio – di là di stucchevoli
      considerazione da intenditori – per la bellezza della voce. Ascoltarlo è un piacere, sono contento che ti sia piaciuto.
      Ciao e grazie.

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  3. Pasquale 10 marzo 2017 alle 5:27 pm

    Mi piace molto questa opera,e sono contento che negli ultimi decenni sia ritornata in auge ,magnifica la musica abbinata alla sacerdotessa

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