Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione ponderata di Les Pêcheurs de Perles di Georges Bizet al Teatro Verdi di Trieste.

Che dire? Questo allestimento non mi aveva convinto nel 2008 e contrariamente a certi vini il tempo non l’ha migliorato, anzi, se non siamo all’aceto ci manca poco (strasmile). Inoltre, se la volta scorsa c’era un grande obeso tra i ballerini questa volta il corpo di ballo – ricordo che quello del Verdi è stato asfaltato dalla crisi economica – ha fornito una prestazione che definirei volenterosa e nulla più. Per fortuna c’era una buona compagnia artistica e un buon direttore.
A seguire gli esiti della serata, un saluto a tutti!
Dopo poco meno di dieci anni torna al Teatro Verdi di Trieste Les Pêcheurs de Perles di Georges Bizet, opera che ha goduto di alterne fortune dall’esordio – Parigi, 29 settembre 1863 –  ma che è rimasta ovunque in repertorio. Dal punto di vista storico il lavoro giovanile di Bizet si colloca nell’ambito di una fortunata e feconda (ri)scoperta dell’esotismo orientaleggiante che ispirò diverse discipline artistiche nella seconda metà dell’Ottocento. Un fil rouge che, come un fiume carsico, a tratti riaffiora sino a metà degli anni venti del secolo scorso e metaforicamente arriva alla foce con Turandot di Puccini passando –  solo per citare alcuni titoli –  per opere liriche francesi quali L’Africaine (1865), Le Roi de Lahore (1877), Lakmé (1883) e le nostrane Iris (1898) e Madama Butterfly (1904).
L’allestimento scelto per questa produzione è quello di Fabio Sparvoli, qui ripreso da Carlo Antonio De Lucia, che OperaClick ha recensito più volte, l’ultima a Firenze nel 2016.
Mi pare di poter dire che in questa ripresa triestina si siano confermati pregi e difetti di una regia irrisolta, genericamente fedele al libretto ma che accentua con una staticità di fondo la debolezza drammaturgica di un lavoro che richiederebbe – almeno – un’attenzione più specifica alla recitazione dei protagonisti e un coinvolgimento scenico più significativo del coro. Le scene di Giorgio Ricchelli sono infantili e didascaliche, i costumi di Alessandra Torella banali nella migliore delle ipotesi (orribile quello di Léïla nel primo atto) e delle coreografie mi limiterò a dire che sono invadenti e spesso involontariamente comiche.
Con queste premesse meglio concentrarsi sulla resa musicale, che ha beneficiato in primis della presenza di Oleg Caetani, il quale ha colto in pieno la tinta mutevole della partitura con una direzione intelligente e analitica, scevra di languori zuccherosi e stucchevoli manierismi, innervata di una vivace tensione narrativa e al contempo attenta alle esigenze dei cantanti. Ottimo il rendimento dell’Orchestra del Verdi e buona la prestazione del Coro.

Da sempre Les Pêcheurs de Perles è considerata opera “da tenore”, probabilmente per la notorietà dell’aria Je crois entendre encore, cavallo di battaglia di mitici belcantisti.
Jesús León è stato protagonista di una prova non più che discreta, non per mende tecniche ma perché la voce è sembrata anodina e linfatica, priva di calore. Nel secondo e terzo atto, specialmente nel duetto con Léïla, il giovane artista è parso più coinvolto emotivamente e ha trovato qualche accento più convincente.
Brillante l’esordio di Mihaela Marcu nei panni della sacerdotessa Léïla. Il soprano, ormai di casa a Trieste, si è ben disimpegnata in una parte che le si addice per tecnica e temperamento. La voce si è arricchita di una certa rotondità nei centri senza che gli acuti perdano smalto, le agilità sono sempre fluide e il fraseggio incisivo ed eloquente le ha consentito un’emozionante interpretazione nell’impegnativo secondo atto.
Efficace anche Domenico Balzani, cui non difetta certo il volume, che ha tratteggiato uno Zurga determinato e virile ma allo stesso tempo capace di ripiegamenti riflessivi che ben si attagliano a un personaggio psicologicamente più complesso di quanto possa sembrare. Buona, infatti, l’interpretazione della grande scena che apre il terzo atto.
Gianluca Breda è sembrato un Nourabad più autoritario che autorevole, ma in ogni caso anche la sua prestazione è da considerarsi positiva.
Il pubblico ha generosamente applaudito anche a scena aperta – particolarmente l’aria del tenore – e ha tributato a tutta la compagnia un ottimo successo.

 

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6 risposte a “Recensione ponderata di Les Pêcheurs de Perles di Georges Bizet al Teatro Verdi di Trieste.

  1. Pier 16 marzo 2017 alle 11:29 pm

    Carissimo, stavolta ho perso il turno e non sono riuscito a vedere la rappresentazione. Mi sono consolato girovagando per YouTube con le varie versioni di Je crois entendre encore : da Domingo (il più appassionato) ad Alagna (il mio preferito) al compianto Gedda (il più bravo). Ma ad un certo punto chi ti trovo? Un certo.. David Gilmour! be’ niente male, da non perdere. DI quali pulpiti! Oi ‘ndemo veder i Pin Floi!

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    • Amfortas 17 marzo 2017 alle 9:27 am

      Pier, ciao. Ti rifarai con il prossimo Tristan 😉
      Della romanza c’è pure una versione solo strumentale di Carosone, giuro!
      Se invece vuoi ascoltare versioni super devi cercare Kraus, Vanzo e Simoneau.
      Ciao e grazie, Paolo

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      • Pier 17 marzo 2017 alle 7:15 pm

        Fatto, Kraus davvero super, anche se Gedda resta er mejo. Per quanto riguarda Carosone (è vero, c’è anche lui) non vale perché la versione è solo strumentale mente il vecchio David ci mette la faccia, pardon la voce..
        Alla prossima!

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      • Amfortas 18 marzo 2017 alle 7:51 am

        Pier, ciao. Ora è tempo, dopo Il segreto di Susanna di ieri sera – se hai tempo te lo consiglio – di scalare una delle vette più alte dell’Arte: Tristan und Isolde. Mi raccomando!
        Ciao, Paolo

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  2. petrossi 18 marzo 2017 alle 10:49 pm

    Sarà perché da piccolo sentivo il duetto Nadir – Zurga cantato da Caruso in un ’78 giri, ma a me quest’opera è sempre piaciuta.
    Libretto vituperato (si veda il libretto di sala della Fenice del 2004 http://www.teatrolafenice.it/media/libretti/12_7862pecheurs_gb.pdf ): dicono che il librettista, dopo aver sentito la musica, abbia detto “se sapevo un tanto mi impegnavo di più”. Le tarantelle poi al giorno d’oggi si sentono solo nei “balli di gruppo” dei settantenni (come me) nelle balere, ma non dimentichiamone l’aspetto magico nella tradizione musicale. Sono andato all’ultima rappresentazione, non mi è dispiaciuta. Nadir più sognante che impetuoso risolve la sua aria principale con mezze voci e acuti non certo spiegati, tuttavia una esecuzione delicata. Zurga non teneva sempre la nota, ma suppliva con una presenza canora importante. Orchestra forse sovrastante in certi casi. Il balletto di “demoni” era più neozelandese che asiatico ma la pelle blu era correttamente quella dei demoni indiani (se non di Kalì काली stessa). “Oui c’est elle, c’est la déesse…” poi mi commuove sempre… anche se mai come la “Morte di Isotta”, quando veniva trasmessa da RAI3 nel corso della Settimana Santa…

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