Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Orizzonti di gloria, ovvero io non sono che un critico.

Serata impegnativa, diciamo così. Peraltro anche in momenti come questi si apprezza la funzione salvifica del teatro e cioè la sospensione della realtà: gran cosa, di questi tempi.

Da quando, ahimè troppi anni fa, ho deciso di occuparmi di critica musicale, sono sempre stato perseguitato da un nutrito gruppo di fantasmi: quelli dei critici ricordati – e giustamente sbeffeggiati – per i tragicomici granchi che presero nello stroncare pagine musicali divenute immortali. La letteratura in questo senso è sin troppo ampia. Furono demolite opere come La traviata, Carmen, Il barbiere di Siviglia e potrei citarne davvero tante altre in ogni genere musicale.
La maggior parte delle volte il motivo dello scontento del censore era l’arroganza del censore stesso oppure, peggio, che il mesto scribacchino cadesse più semplicemente nell’errore – comunissimo – di decidere di far parte della sterminata schiera dei laudatores tempori acti, una specie di perversione che, credo, prima o poi entrerà di diritto nel DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) tra i disturbi ossessivi compulsivi.
A mia parziale difesa, sento di poter affermare che – si parva licet – io non soffro di tale disturbo (oh, certo, ne ho altri!) e che anzi spesso sono stato crocifisso perché ho apprezzato allestimenti teatrali e musiche mal accolti dai più. Inoltre, sostengo da sempre che è dovere di un’istituzione musicale tenere aggiornato il proprio pubblico, proponendo nella programmazione anche musiche e tendenze teatrali contemporanee.
Detto questo, ho trovato davvero deludente e irritante la serata alla Società dei concerti dedicata a Georges Aperghis, onorato, tra le altre cose, con il Leone d’oro 2015 per la musica.
Il compositore greco, naturalizzato francese, punta il suo interesse sulla rielaborazione del concetto di fare musica, con un’attenzione particolare alla parola o meglio al fonema cucendo sartorialmente i testi e le note sugli interpreti e lasciando anche, mi è parso di capire, un certo margine agli stessi per l’improvvisazione.
Il risultato è, ovviamente circoscrivendo il parere alle due pièce viste ieri, molto discutibile.
Non è questione di assonanze o dissonanze, ma proprio di comunicazione inibita alla meta – mi si passi questa ardita estensione di un concetto freudiano – e cioè una mancata connessione col pubblico perché la musica difetta di empatia e non scatta il meccanismo del coinvolgimento emotivo.
Così, se alla fine del breve Retrouvailles si resta in qualche modo sorpresi dalla bravura dei due ipercinetici percussionisti del Zari Percussion Duo – Alex Curet e Denis Zupin – nella successiva Tourbillions l’urgenza prevalente, dominata a stento, è quella primordiale della fuga o nella migliore delle ipotesi dell’esausta attesa dell’epilogo.
Il soprano Donatienne Michel-Dansac si dona completamente al monologo psicosomatico di Aperghis e non si può che ammirarne la dedizione e la capacità di immedesimazione in una parte che prevede un virtuosismo fuori dagli schemi e straniante.
Funzionali allo spettacolo le scene minimaliste e le luci della stessa Michel-Dansac, che firma la regia.
Notevole presenza di giovanissimi in loggione e galleria mentre la platea contava sulla rarefatta partecipazione di spettatori più maturi. Tutti hanno accolto lo spettacolo con applausi di cortesia.
Sarò presuntuoso, ma credo che rimarrò felicemente sconosciuto e confuso nell’aurea mediocritas della massa dei critici di mezza tacca, non degni di essere ricordati neanche per aver preso un clamoroso granchio.

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6 risposte a “Orizzonti di gloria, ovvero io non sono che un critico.

  1. illeguleio 23 marzo 2017 alle 3:20 pm

    Recensione a mio avviso assolutamente onesta.
    Il primo pezzo era quantomeno in grado di narrare l’evolversi di una situazione, con connessi stati emotivi ad essa legati (sebbene fosse assai più vicino al teatro di prosa che ad una piece musicale).
    Il secondo invece, nonostante la presenza di una soprano che ha meritato l’applauso finale per il trasporto con cui ha interpretato il pezzo, ha mancato il bersaglio emotivo, vuoi forse per la separazione netta tra recitato e musica (sarebbe probabilmente possibile presentare separatamentegli inserti musicali da quelli recitati, senza che il pubblico si accorga che manca qualcosa, e questo è un bel problema), vuoi forse per l’astrattezza del soggetto, che non consente al pubblico di percepire evoluzione in una vicenda che si protrae, tutto sommato, per un tempo piuttosto lungo nella sua staticità.
    Infine infelice, sempre a mio avviso, l’utilizzo come esempio in pejus di teatro che conniuga in egual misura parola e musica, dei testi e musiche wagneriani durante la presentazione agli spettacoli.

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    • Amfortas 24 marzo 2017 alle 9:48 am

      Illeguleio, riciao. Condivido quello che scrivi e sottolineo che anch’io sono rimasto un po’ così sul discorso di Wagner, ma capisco anche che i testi di Richard possano essere poco apprezzati. Per un parere più completo sulla musica di Aperghis bisognerebbe ascoltare in teatro ancora qualcosa, ovviamente. Però ricordo anche che Rossini a proposito di Wagner disse così: Non si può giudicare il Lohengrin di Wagner dopo un primo ascolto, ed io non intendo certamente ascoltarlo una seconda. È quello che penso io della musica di Aperghis 😉
      Ciao e grazie!

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  2. Silvia 23 marzo 2017 alle 4:33 pm

    Paolo, recensione fantastica e soprattutto veritiera di una serata fantozziana! Ti adoro 😉

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  3. Giuliano 23 marzo 2017 alle 9:29 pm

    “musica priva dell’aspetto dionisiaco”: non mi ricordo più chi lo ha detto, però troppo spesso è vero. Ovviamente non ho ascoltato questo concerto, su queste musiche non posso esprimermi, però ho le mie esperienze.
    Devo dire che ho molto affetto per la generazione di compositori con cui siamo cresciuti, Luciano Berio, Boulez, Stockhausen, il laboratorio di fonologia a Milano… purtroppo non è rimasto molto. Anzi, al di là della cerchia degli amici e dei musicisti di professione, temo che non sia rimasto nulla. Ho perfino incontrato gente diplomata al Conservatorio che ne sapeva meno di me, ed è davvero il colmo perché io sono solo un perito chimico (ancora non me ne capacito).
    Soprattutto, quando rivedo filmati e interviste di quegli anni, dalla Berberian alle bellissime trasmissioni tv di Berio (C’è musica e musica), a Pollini quando suona Berg, eccetera, mi colpiscono la passione, l’impegno, la voglia di fare e di trasmettere che hai sottolineato anche tu in questa recensione. Tutta la mia ammirazione a questi musicisti, comunque sia. E anche un po’ di invidia, mi sarebbe piaciuto essere un musicista…

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    • Amfortas 24 marzo 2017 alle 9:55 am

      Giuliano, ciao. Sugli aspetti dionisiaci la cattedra è di Nietzsche 😉
      I compositori che nomini, a mio parere e pur essendo esempi di ascolti difficili, sono comunque più empatici di Aperghis. A me Stockhausen piace (non tutto) per esempio. Quanto al limitato sapere di persone che frequentano il conservatorio…beh…potrei intrattenerti per ore e sarebbe un discorso doloroso. Certo non bisogna generalizzare, ma guarda che io sento cose davvero incredibili.
      Ancora una parola su Berg: lo trovo fantastico.
      Ciao e grazie!

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