Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Tristan und Isolde al Teatro Verdi di Trieste: cronaca di una non morte annunciata.

Insomma, siamo arrivati felicemente alla fine nonostante le difficoltà. Serata impegnativa, decisamente. Ah, sì, scusate, sto parlando di me percosso da una feroce infreddatura (strasmile) che mi ha reso ben più allucinato di Tristan nel terzo atto.
Qui qualche foto della generale.
Uno zombie, sembravo, e per fortuna che al Verdi mi vogliono bene e mi hanno sistemato in un palco sterilizzato dal secondo atto in poi. Nonostante questo, la democratica diffusione di bacilli durante il primo atto in platea ha decimato il pubblico triestino, che già di suo, mediamente, è pericolosamente esposto ai colpi d’aria vista l’età media rilevabile solo col Carbonio-14 o col carotaggio. Ho visto una coppia che presentava evidenti residui del Quaternario.
Ma passiamo alle cose meno serie, un saluto a tutti!

Quando ci si trova di fronte a capolavori come il Tristan und Isolde c’è sempre il rischio di cadere nella retorica, sia da parte di chi interpreta sul palco e in buca sia – ed è molto più fastidioso – per chi ha il compito di approntare una recensione della serata. Difficile però non restare sbalorditi ascoltando questa musica, che pur essendo una delle colonne portanti della mia vita, riesce ogni volta a rivelarmi nuovi particolari e a svelare inaspettati tesori.
Così è stato anche in questa occasione, al Verdi di Trieste, con una nuova produzione affidata alla regia di Guglielmo Ferro – che ha ben lavorato sui personaggi, nonostante qualche sdolcinatezza di troppo nel grande duetto del secondo atto –  e alla raffinata creatività dello scenografo Pier Paolo Bisleri, che riesce sempre a impreziosire i suoi allestimenti lavorando per sottrazione. Talento, quest’ultimo, riservato a una minoranza di artisti.
Pochi quindi gli elementi base che caratterizzano i tre atti in cui si dipana la vicenda: l’imponente albero maestro di una nave, un giardino con radi alberi stilizzati, la spoglia stanza nel castello di Tristan. Un divano da psicanalista, un paio di panche e, nel primo atto, sobrie proiezioni di un cielo plumbeo e livido completano le scene. I costumi, firmati da Virginia Carnabuci, sono severi e appropriati, generalmente virati su colori scuri e ferrigni, con l’eccezione dell’abito bianco di Isotta nell’ultima scena.
Il disegno luci, pur rispettando la fondamentale dicotomia buio/luce, giorno/notte che è uno dei topoi dell’opera, avrebbe potuto essere più ardito. Non tanto per questioni estetiche ma perché avrebbe contribuito a dare movimento e profondità a una vicenda in cui l’azione scenica è ridotta all’osso.
Già, perché nel Tristan l’azione è tutta nella musica che evoca passione e segna la via dell’amore nell’annullamento reciproco di una morte che è solo dei corpi e non dello spirito.
Christopher Franklin ha interpretato la gigantesca partitura con intelligenza, senza suonarsi addosso e con grande attenzione e cura per i solisti. La direzione è parsa spedita e di buon passo teatrale, le dinamiche controllate mi sono sembrate mirate a privilegiare l’armonia sonora e il respiro del mondo più che la rovente sensualità terrena della vicenda. Un Tristan und Isolde, quello di Franklin, cerebrale ma al contempo liricamente caloroso e accattivante.
Buono il rendimento dell’Orchestra del Verdi, con legni e fiati in particolare evidenza. Incisivo il Coro maschile – preparato da Francesca Tosi – nel suo breve intervento.
Nella compagnia di canto, omogenea e di complessivo buon livello, ho trovato apprezzabili le prestazioni di Motoharu Takei, Melot impulsivo e protervo,  Andrea Schifaudo (Giovane marinaio), Dax Velenich (Pastore) e Hitoshi Fujiyama (Timoniere).
Tra i protagonisti Bryan Register è sembrato a proprio agio nel declamato – un po’ meno nel canto sfumato – , partecipe nella recitazione e vario nel fraseggio, per quanto sia emersa qualche criticità nel terzo atto che, si sa, è a dir poco arduo. Nonostante ciò il suo Tristan convince, perché esce la natura dolente e lacerata di un personaggio cupo e allucinato.
Convincente Allison Oakes – a dispetto di qualche acuto gridato – nel tratteggiare una Isolde fiera, orgogliosa e determinata per accento nel primo atto e di febbrile incoscienza e irrazionalità nel secondo, quando mi è parso di intravedere qualche entusiasmo screziato di liliale gioventù nel suo trasporto amoroso per Tristan. Buona l’esecuzione del Liebestod, uno dei momenti più alti della partitura.
Dopo una sortita cauta si è ben disimpegnato Alexey Birkus, basso dalla voce di buon volume e di discreta presenza scenica, che ha ben reso lo smarrimento virile di Re Marke.
Bravo Nicolò Ceriani, voce sonora e timbrata, interprete di un Kurwenal giovane e vigoroso, rude ma allo stesso tempo generoso e sensibile.
Buona dal punto di vista scenico ma non straordinaria da quello vocale la Brangäne accorata di Susanne Resmark, che comunque non demerita.
Teatro non esattamente pieno e inoltre, purtroppo, parecchi spettatori hanno abbandonato dopo il secondo atto.
Lo spettacolo è stato accolto da un grandissimo successo dal pubblico che ha distribuito uniformemente calorosi consensi a tutta la compagnia artistica.

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14 risposte a “Tristan und Isolde al Teatro Verdi di Trieste: cronaca di una non morte annunciata.

  1. Giuliano 9 aprile 2017 alle 12:46 pm

    ricordo anch’io molte “fughe” negli intervalli di Wagner… Come loggionista, “standing ticket”, ne approfittavo tranquillamente e mi godevo tranquillo in ottima posizione, seduto con comodità, il secondo e il terzo atto. Succedeva anche con Sawallisch, con Abbado… forse succedeva anche con Karajan (i cd del Ring con Furtwaengler alla Scala, 1950, sono pieni di colpi di tosse nel primo atto, poi sempre meno, il terzo atto è come un’incisione in studio…). A difesa di quelli che se ne vanno negli intervalli va però detto questo: il problema con Wagner alla sera (non so a Trieste, a Milano sì) sono i mezzi pubblici, il rischio di perdere l’ultima corsa è grande e non va sottovalutato.
    Con il Tristano, chi se ne va prima del terzo atto si perde il momento più grande… Quel preludio, il canto del pastore e la risposta di Kurwenal sono tra le cose più grandi di Wagner.

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    • Amfortas 9 aprile 2017 alle 5:41 pm

      Giuliano, ciao. Sì sì hai ragione, i colpi di tosse in…diminuendo sono emblematici! IN questa occasione le recite sono state anticipate alle 19 (15 le pomeridiane) e quindi non ci sono giustificazioni anche perché a TS vengono tutti in auto a teatro, anche se è una città piccola. Io, che non ho alternativa perché arrivo dall’altipiano, devo lottare per un posteggio di malavita.
      Il terzo atto è fantastico, ma io prediligo la furia di Isolde nel primo, se ben cantata. Si fa per dire, perché davvero non saprei che scegliere.
      Ciao e grazie.

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  2. Sergio 9 aprile 2017 alle 10:30 pm

    Mi piacerebbe conoscere la sua opinione sugli interpreti del secondo cast, se li ha visti. Io li ho trovati molto bravi, ma il mio non e’ certo un parere qualificato, tutt’altro. Anche la domenica pomeriggio alcune defezioni negli intervalli, un vero peccato perché’ lo spettacolo e’ davvero buono e poi il terzo atto tosto ma splendido.

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    • Amfortas 10 aprile 2017 alle 8:21 am

      Sergio, ciao, passiamo al tu informatico 😉
      Ho sentito il secondo cast alla generale e quindi non me la sento di esprimere pareri troppo specifici in quanto si tratta pur sempre di una prova. In via informale quindi ti posso dire che i due cast si equivalgono, anche se probabilmente la Isolde del primo è più sicura. È gran merito del Verdi essere riuscito ad assemblare una compagnia di canto omogenea.
      La gente scappa? Peggio per loro!
      Ciao e grazie.

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  3. giacinta 15 aprile 2017 alle 5:26 pm

    Complice la tua recensione, 🙂 Tristan e Isolde mi hanno portato per la prima volta al Verdi ( è un bel teatro! ). Ho trovato in Bryan Register un interprete molto sensibile ma tutto il cast mi è sembrato molto attento alla resa dell’atmosfera decisamente romantica dell’opera. Purtroppo, nel momento più atteso, in apertura del Liebestod, qualcuno ha fatto cadere qualcosa in un palco… Ho artigliato per il dispetto provato la gamba di chi mi stava accanto, non potendo far altro..:-)

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    • Amfortas 15 aprile 2017 alle 6:23 pm

      Giacinta, ciao! Mi fa piacere che tu sia venuta ad ascoltare il Tristan qui a Trieste, lo dirò all’ufficio stampa gonfiando il petto 🙂
      ! Spero che tu abbia avuto tempo per vedere qualcosa di Trieste, non c’è molto ma quel poco merita. Il Liebestod disturbato? Peccato…
      Ciao e grazie.

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  4. petrossi 15 aprile 2017 alle 11:22 pm

    Oggi (sabato) ce l’ho fatta! La settimana passata con 38.9°C passati da poco non me la sentivo di insidiare la salute di tutti: è già una carneficina il finale dell’Opera.
    Finale Celestiale.
    Bravi tutti, anche se ho sentito un’opera più cantata, con belle voci, che interpretata.
    Il 15 dicembre 1969 (a tre giorni dalla strage di Piazza Fontana, purtroppo) l’ho sentita da un palco. Se non ricordo male una grande nave incombeva sul palcoscenico e l’amore tra i due risultava rappresentato in modo molto terreno (sul prato…). Ne esiste anche una versione in CD ( http://www.operapassion.com/cd14126.html ).
    Giuro che avevo paura di non farcela fisicamente, eppure il più lungo (a seconda dell’edizione) Parsifal non mi ha mai spaventato.
    Forse nella mia adolescenza ho tanto pianto alla morte di Isotta che ne avevo un timore reverenziale.
    Grande spettacolo, congratulazioni al Teatro Verdi.

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    • Amfortas 16 aprile 2017 alle 7:17 pm

      Furio, ciao. Sono contento che tu stia meglio, affrontare semiconvalescente il Tristan è un’impresa non da poco!
      Non ho visto l’edizione che citi, ero preso dai Creedence 😂
      Riferirò all’ufficio del Verdi il tuo lusinghiero commento.
      Ciao e auguri.

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  5. illeguleio 18 aprile 2017 alle 1:07 pm

    Visto lo spettacolo di venerdì con il primo cast. Davvero ottima la direzione e molto buoni anche gli interpreti.
    Un Wagner di buon livello, che si spera non rimarrà un caso isolato (nel cuore confido in stagioni future leggermente più ardite, con qualche Richard Strauss, Berg, Janacek, Smetana).
    Forse scarse le presenze tra il pubblico (i presenti però hanno molto gradito), purtroppo tristemente in linea con la tendenza del pubblico italiano dell’ultimo periodo di evitare Wagner (pare che anche i Meistersinger alla Scala abbiano patito di poca affluenza).
    Eppure Wagner non è affatto così ostico come ascolto come talvolta viene dipinto, anzi. Mi chiedo se all’origine di poca partecipazione non sia proprio questo mito di difficoltà che si è andato a creare. O la mancanza dell’aria nota: cosa peraltro non vera. Quanto Wagner che ascoltiamo spesso senza nemmeno sapere che di Wagner si tratta; quanti matrimoni ignari della marcia nuziale!
    Proprio durante “Il Segreto di Susanna” ero seduto accanto ad un ragazzo, poco più che ventenne credo, intento a raccontare che il giorno dopo avrebbe avuto un colloquio di lavoro presso La Fenice (non è dato sapere per quale ruolo), nel quale sperava non gli venisse chiesto un parere su Wagner proprio perchè lo riteneva noioso e brutto.
    Per intanto aspetto speranzoso la conclusione del Ring iniziato a Ljubljana ormai tre anni fa, e che quest’anno finalmente dovrebbe vedere a fine estate Siegfried e Götterdämmerung.

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    • Amfortas 18 aprile 2017 alle 3:38 pm

      Illeguleio, ciao. Nulla da aggiungere al tuo commento se non che anch’io, come forse saprai, sostengo da sempre la necessità di presentare più spesso i compositori che nomini ed eventualmente anche altri.
      Per quanto riguarda Wagner e la sua fruizione credo che oggi il fattore tempo sia abbastanza influente: 4-5 ore o più in teatro sono un lusso che non tutti si possono permettere.
      Attendo anch’io, visti gli esiti del Prologo e della Valchiria, la conclusione del Ring a Lubiana.
      Ciao e grazie!

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      • petrossi 18 aprile 2017 alle 5:55 pm

        Alcune miei personali considerazioni: non abbiatela a male.
        1) Wagner è *bello* e noioso. Musica sublime ma… si scrive il libretto da solo: la conseguenza è un grande squilibrio drammaturgico nei tempi e nelle azioni sceniche. Non importa!: è un nuovo modo di gestire i tempi dell’opera, tempi “orientali”, ma come dar torto alla Gazzetta di Venezia del 1883 sulla Valchiria: “Ma, pur troppo, in tutto il resto di questo secondo atto, sempre tolta la parte istrumentale, sapiente, splendida, efficacissima, nel senso di rendere coi suoni l’espressione della parola, il carattere del sentimento, l’importanza della passione, non vi è che noia, talché il pubblico, al calar della tela, resta di malumore e si conforta nella speranza di essere compensato nell’atto terzo. […] Ma questo non ha bastato né poteva bastare a compensare la noia prodotta dall’eterna nenia cantata, anzi declamata, su poche note da Wotan, il quale per una buona mezz’ora abbraccia e respinge la sua figliuola. Il Wotan è un grande seccatore, tanto grande da superare, nella sua qualità di seccatore, lui, il Giove dell’Olimpo settentrionale, tutti gli Dei dell’Olimpo meridionale! […] Si scriverà fuor di Venezia tutt’altro, cioè che piacque tutto; che furono portate al settimo cielo le pagine tutte quante dello spartito. Niente di meno vero. Il pubblico fu giusto, dignitoso, ammirabile. Ha udito tutto e, diciamolo, si è molto annoiato, senza emettere un lamento.”

        2) 4 ore forse sono poche. Prosaicamente, 6 ore con tempi di un’ora, intervalli di 40 minuti, più bagni per femmine e maschi, una possibilità di ristoro a metà opera magari renderebbero più fruibile il tutto…

        Ho detto un po’ di stupidaggini, perdonatemele, se potete…

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      • Amfortas 19 aprile 2017 alle 8:53 am

        Furio, ciao. Io credo che per ascoltare Wagner si debba tenere conto anche del contesto e delle intenzioni del compositore il quale, non dimentichiamolo, aveva un concetto diverso dagli altri del teatro lirico. Personalmente, per parafrasare Rossini, il giorno più lungo della mia vita fu quando ascoltai per la prima volta Bianca e Falliero di Bellini 😉
        Poi, capisco che Wagner possa risultare verboso, ci mancherebbe, ma per esempio parlando di testi ci sono alcuni libretti davvero insopportabili nell’opera italiana e anche in quella francese.
        Ciao e grazie!

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