Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Divulgazione abbastanza seria dell’opera lirica: La Sonnambula di Bellini al Teatro Verdi di Trieste.

Trieste ha (finalmente? Boh.) raggiunto lo status di città turistica, perciò anch’io, in quanto monumento, sono aperto il Primo Maggio (strasmile). Ecco perciò una breve presentazione dell’opera che esordirà al Teatro Verdi venerdì 5 maggio.

Poche opere, a mio parere, sono distanti dal nostro attuale sentire come La Sonnambula di Vincenzo Bellini.
La trama è esile, ingenua, delicata, gentile, anche a volerla sovraccaricare di simboli freudiani – che pur ci sono nel libretto di Felice Romani –  connotandola degli stereotipi tipici della pazzia femminile, uno dei temi ricorrenti del Belcanto della prima metà dell’Ottocento.
Dove troviamo, oggi, gentilezza e delicatezza? Da nessuna parte, ed è proprio per questo che l’Arte è salvifica, l’ho scritto mille volte: ci permette di sospendere per un paio d’ore gli strilli angosciosi della realtà.
La vicenda si svolge in un ambiente rurale e idillico, un villaggio svizzero sulle Alpi, ed è già una scelta drammaturgica, perché sulle cime alte ed innevate la collocazione di una fanciulla innocente acquista rilievo maggiore integrandosi perfettamente con la purezza della natura incontaminata. Natura che è evocata più volte con richiami ai fiori, alle foreste, ai paesaggi.
La Sonnambula è, come poche altre, opera di cantanti. Certo, il direttore è sempre fondamentale nella concertazione e deve essere capace di leggerezza e trasparenza, evitando che la tinta languida delle arie si trasformi in melassa zuccherosa e quindi noia stucchevole.
Protagonista è il soprano (Amina), che all’esordio del 6 marzo 1831 fu interpretata da Giuditta Pasta, un mito del Belcanto della quale basterà dire che fu anche la creatrice di Anna Bolena e Norma.
La famosa scena del sonnambulismo (Ah! Non credea mirarti) è una specie di compendio dell’arte sopranile e paradigmatica di quelle melodie lunghe, lunghe, lunghe tanto ammirate da Giuseppe Verdi.

Lo schema dell’aria è quello classico composto da recitativo, cantabile e cabaletta in un crescendo di virtuosismi che – se ben eseguiti – non può che strabiliare. Trilli, picchettati, roulades e variazioni acutissime che traghettano da un’incertezza larmoyant a una sfrenata gioia.
Difficilissima anche la parte del tenore, e anche qui basterebbe evocare il nome del primo interprete di Elvino: Giovanni Battista Rubini, una vera e propria leggenda.
Capace di eseguire perfettamente tutto quello che gli viene in capo di fare, Rubini in questo caso interpreta la classica figura dell’amoroso. Senza entrare in tecnicismi inutili in questa sede, gioverà ricordare che la parte di Elvino, come la ascoltiamo oggi – e già ci pare impervia – è abbassata rispetto all’originale scritto da Bellini.
Restano gli altri cantanti, in primis il basso che interpreta il Conte Rodolfo, contraddistinto da una vocalità ampia e nobile e titolare della bellissima aria Vi ravviso, o luoghi ameni, e Lisa, soprano leggero che apre l’opera con la cavatina Tutto è gioia, tutto è festa.
Completano il cast i comprimari Teresa (mezzosoprano), Alessio (basso) e Un Notaio (tenore). Importante il ruolo del Coro, che oltre a introdurre entrambi gli atti spesso chiosa o sottolinea gli interventi dei protagonisti.
La prima è venerdì 5 maggio alle 20.30, da non perdere.

 

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8 risposte a “Divulgazione abbastanza seria dell’opera lirica: La Sonnambula di Bellini al Teatro Verdi di Trieste.

  1. Giuliano 2 maggio 2017 alle 10:14 am

    “Dove troviamo, oggi, gentilezza e delicatezza? Da nessuna parte, ed è proprio per questo che l’Arte è salvifica, ” riprendo e sottolineo… (magari non fosse vero, ma è vero) (sempre più vero)
    Giuditta Pasta, nata Negri, era del mio paese; sembra che sia nata proprio qui, ma non è certissimo. Di certo c’è questo: che se lei è nata qui, duecento anni fa dei miei parenti qui non c’era nessuno… 🙂 mio nonno era di Trebaseleghe.
    (a Saronno c’è un teatro con il suo nome, non di mio nonno s’intende, il nome di Giuditta Pasta)

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    • Amfortas 2 maggio 2017 alle 3:51 pm

      Giuliano, ciao. Non sapevo che ci fosse un teatro dedicato a Giuditta Pasta, mi fa piacere. Ho fatto una fulminea ricerca su Google e ho visto che è piuttosto attivo, ma non come teatro lirico. Sarebbe bello dedicare una serata – se già non l’hanno fatto – al ricordo della cantante, magari invitando qualche soprano odierno.
      Ciao e grazie 🙂

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  2. CASSANDRO 2 maggio 2017 alle 10:59 am

    Posso essere più radicale? Secondo me, è l’arte che dà un senso alla vita.

    A R T E

    Chi non si interessa mai di arte
    — qualunque questa sia . . . architettura
    . . . musica . . . poesia . . . ballo . . . pittura —
    ad essere un bel dì messo da parte

    è destinato, in quanto questa solo
    vive in eterno ed alla vita dà
    un senso . . . eh, sì! . . . la possibilità
    di elevarti con ardente volo

    verso una sfera nuova dove il bello
    regna sovrano, e ti rende buono,
    libero come volo di fringuello

    giammai cupo come cupo tuono,
    allegro come acqua di ruscello,
    chiaro come dell’oboe il suono.

    (Cassandro)

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    • Amfortas 2 maggio 2017 alle 3:58 pm

      CASSANDRO, ciao. Non so se l’Arte dà senso alla vita ma sicuramente contribuisce.
      So per esperienza personale che in momenti difficili la musica – e non solo la classica o lirica – è stata una buona stampella per andare avanti, insieme alla letteratura. Trovo, poi, che l’arte in generale sia democratica, perché parla (non necessariamente in versi! 🙂 ) a tutti coloro che vogliono ascoltare il suo messaggio.
      Ciao e grazie.

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  3. daland 5 maggio 2017 alle 12:25 pm

    Per ragioni… kilometriche ho optato per la Sonnambula della corriera di sciatori, che l'”orrida?” Venezia (a proposito, sarà limitato anche l’accesso al Gran Teatro?) ripropone fra un paio di mesi.
    Bellini val comunque ogni sacrificio.
    Ciao!

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    • Amfortas 5 maggio 2017 alle 3:12 pm

      daland, ciao. Se non hai mai ascoltato Irina Dubrovskaya ne resterai stupito, credo. Per me è una dei migliori soprani leggeri del momento. E poi il pullman ha sempre il suo fascino 🙂
      Ciao e grazie!

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