Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Il bacio di Tosca al Teatro Verdi di Trieste.

Tra qualche giorno arriveranno le mie considerazioni sulla nuova stagione del Teatro Verdi (lirica e sinfonica), per ora accontentatevi di questa recensione della prima di Tosca.
Fa piacere che il pubblico sia stato numeroso e partecipe, è un ottimo segno per il teatro e per la città.
Anticipo che la mia convinzione sull’inutilità del dibattito tra i sostenitori delle regie moderne e tradizionali si è rafforzato ulteriormente: la gente vede quello che vuole vedere – io compreso, credo – e non c’è molto altro da aggiungere.
Forse (strasmile).
PS Il mio amico Fabio Parenzan deve aver avuto qualche contrattempo con le foto che aggiungerò quando saranno disponibili, perciò abbiate pazienza!
Da sempre tra le dieci più eseguite al mondo (nel 2016 si è piazzata quinta, con 2694 rappresentazioni), Tosca ha un fascino particolare che ne fa una delle opere più amate dal pubblico.
Trieste non fa eccezione, perché le vicende della cantante Floria Tosca sono state raccontate spesso sul palcoscenico del teatro triestino; l’ultima produzione risale al 2013.
Fedele D’Amico sosteneva che dal punto di vista drammaturgico e musicale Tosca fosse in qualche modo l’antesignana di un filone che avrebbe poi portato a Salome, Elektra e Wozzeck. Il top, per certi versi, del Novecento musicale. In particolare Scarpia, nella sua feroce ambiguità, mi pare carattere di straordinaria attualità anche estrapolato dal contesto del clima della Roma papalina.
Hugo de Ana – il quale sembra amare molto quest’opera, ne ha pensato diverse regie nella carriera – firma in toto un allestimento che si può definire gradevole, di alta professionalità nel solco di una rassicurante tradizione.
Non tutte le scelte sono state però – a mio parere – felicissime: in particolare ho trovato fastidiose e inutili le didascalie in stile Bignami tra un atto e l’altro, proiettate su di un velario insieme a fotografie ridondanti e filmati stucchevoli. Sacrilego, addirittura, perseverare nelle proiezioni durante l’esecuzione della splendida alba romana. Buono, in compenso, il lavoro di regia sui personaggi, con l’eccezione di un Sagrestano ridotto a macchietta dal costume davvero brutto e da un’imposta recitazione sopra le righe. Imponenti e ben realizzate le scenografie. Efficace mi è sembrato il drammatico secondo atto, in un gioco di luci crude e ombre rarefatte che ben hanno reso la tesa atmosfera del canto di conversazione pucciniano.
La direzione di Fabrizio Maria Carminati mi è sembrata di ottimo livello. Dinamiche controllate, certo, ma non certo prive di quella feroce espressività a tinte forti che caratterizza, per esempio, l’entrata di Scarpia o l’imponente tensione emotiva del Te Deum. Allo stesso tempo l’accompagnamento ai cantanti è parso attento a sostenere con morbidezza ed empatia le arie e i duetti in cui la melodia prevale sul dramma. Inoltre il passo teatrale è sembrato spedito e ha restituito quel senso di tragedia incombente che di Tosca è cifra significativa.
Molto buona la prova dell’Orchestra del Verdi, di cui ho apprezzato la morbidezza e il legato degli archi (ottimi i violoncelli), la precisione dei legni e la discreta prestazione delle altre sezioni. Il tutto a beneficio di un suono rigoglioso e compatto, avvolgente ed emozionante. Buono anche il lavoro del Coro della fondazione e bravi i Piccoli Cantori della Città di Trieste.
Discreto il rendimento, sia dal lato attoriale sia da quello propriamente vocale, dei comprimari: Motoharu Takei nella non facile parte di Spoletta, Fumiyuki Kato (Sciarrone) e il solido Carceriere di Giovanni Palumbo. Ben risolta anche l’insidiosa parte del Pastore, non saprei se da Emma Orsini o Teresa Fornasaro che si alternano nelle recite.
Tornava al Teatro Verdi Massimo Giordano, triestino d’adozione, nei panni di Cavaradossi.
Il tenore è sembrato, soprattutto nel primo atto, preda di una certa comprensibile emozione che via via si è sciolta nell’arco della serata anche grazie al consenso del pubblico che ha applaudito sia l’aria di sortita (Recondita armonia) sia, soprattutto, l’addio alla vita del terzo atto (E Lucevan le stelle) in cui anche il primo clarinetto del Verdi, Marco Masini, si è meritato un’ovazione.
In generale credo che il carattere del personaggio, generoso, giovane e innamorato della vita sia stato restituito piuttosto bene.
Svetla Vassileva, al netto di qualche acuto ghermito e di una pronuncia perfettibile, è stata una Tosca convincente e incisiva, capace di esprimere col canto e con la recitazione le ansie di una donna forte e fragile allo stesso tempo, orgogliosa e fiera. Grandi applausi per lei dopo il Vissi d’arte e – per quello che vale – ammirazione da parte di chi scrive per un paio di messe di voce davvero suggestive e per il folgorante do della lama. Eccellente anche la recitazione sempre controllata in una parte che si presterebbe a qualche eccesso di temperamento.
Ho apprezzato anche Angelo Veccia nei panni di Scarpia, che mi è sembrato particolarmente a proprio agio nel canto di conversazione, in cui il peso della parola, dell’inflessione minacciosa ma composta, ha un valore straordinario. Sorvegliate la recitazione e la gestualità, finalizzate a esprimere l’autorevolezza di un personaggio certo disdicevole nei fatti ma non sguaiatamente volgare.
Discreta anche la prestazione di Dario Giorgelè (Sagrestano), mentre non mi è sembrato all’altezza il contributo di Zoltán Nagy nei panni di Angelotti.
Teatro gremito come mai forse in questa stagione e pubblico generoso di applausi che hanno premiato tutta la compagnia artistica, con punte di entusiasmo e lancio di fiori a Massimo Giordano e Svetla Vassileva.

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6 risposte a “Il bacio di Tosca al Teatro Verdi di Trieste.

  1. petrossi 12 giugno 2017 alle 10:35 am

    Molto apprezzata la chiusura di stagione alla domenicale del loggione. Per la prossima stagione le wagneriane (ci sono!) un po’ deluse e si sarebbe preferita alla Traviata un’altra opera di spessore (un Don Carlo, ad esempio); tuttavia tutto fila liscio.
    Il tuo giudizio è – come sempre – acuto (e non grave…).
    Ho avuto l’impressione che la “Cantata” fuori scena del secondo atto avesse un volume importante, tale da sovrastare a volte la scena: tuttavia è una variante interpretativa ammissibile, forse da aggiustare un po’.
    Il Cavalier Cavaradossi ha una bella voce importante, che vedrei bene in opere verdiane; le armonie recondite hanno avuto un’inizio un po’ “di gola”, ma la voce si è poi assestata.
    Applausometro equilibrato, ma l’interpretazione di Scarpia è proprio piaciuta, nel suo realismo.
    Grazie delle tue critiche, che mi fanno godere di più gli spettacoli cui assisto. Stammi bene!

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    • Amfortas 12 giugno 2017 alle 4:17 pm

      Furio, ciao! Forse già questa settimana dirò la mia sulla nuova stagione, vediamo se ho tempo.
      Quanto alle mie critiche sono contento delle tue parole ma tieni presente che sono pur sempre un parere, per quanto meditato. Anch’io faccio sempre tesoro delle indicazioni che mi vengono dai comemnti qui e dalle mail private.
      Spero di seguire qualcosa del Festival di Lubiana, così da riempire la stagione estiva del blog 🙂
      Ciao, un caro saluto.

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  2. fadecas12 12 giugno 2017 alle 7:49 pm

    Ciao Paolo, anch’io ho seguito eccezionalmente la domenicale di Tosca, ed apprezzato l’equilibrio dell’insieme e, nella terna dei protagonisti, l’ottima prestazione della Vassileva. Il suo fascino liberty, l’intuito e la scioltezza scenica che non teme le insidie dei manti (tormentone di tante pur brave Tosche), agil qual leopardo insomma … per non ripetere quello che hai già sottolineato della capacità di modulare e di filare le note a tutte le altezze. L’ho trovata anche migliorata rispetto a Butterfly di parecchi anni fa, forse l’esperienza di Francesca e Adriana negli ultimi anni ha dato i suoi frutti proprio per il ruolo di Tosca. Mi auguro di rivederla ancora da queste parti …. ho letto che a breve esordirà in Fanciulla, chissà che prima o dopo … (!?)
    Saluti Fabrizio

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    • Amfortas 13 giugno 2017 alle 8:52 am

      Fabrizio, ciao. La brava Vassileva ha sostanzialmente ripetuto la prestazione di Venezia di qualche anno fa. L’unica cosa che dovrebbe cercare di migliorare è la pronuncia, il resto va bene così considerate le caratteristiche della cantante. Ottima la tua osservazione sull’esperienza accumulata in parti da primadonna anche se, lo sappiamo bene, Tosca è anche altro.
      Sulla Fanciulla non so che dire, me l’avevano data per certa per la prossima stagione ma, come sempre, le carte sono state rimescolate all’ultimo momento. Ne scriverò presto.
      Ciao Fabrizio e grazie per la tua presenza costante su questo blog.

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  3. Pier 14 giugno 2017 alle 12:10 am

    Caro Paolo, finalmente con la godibilissima Tosca di oggi 13 giugno ho trovato il tenore! Butto volentieri nel cassonetto la mia lampada di Diogene dopo essermi goduto Luciano Ganci nella parte di Cavaradossi. Il bravo allievo di Mirella Freni è stato quasi perfetto, forse una lieve incertezza nell’esordio a freddo di Recondite armonie ed una non perfetta intesa nel “Trionfal di nova speme” con la Vassileva. Bene benissimo, come quasi tutto in questa ultima rappresentazione che per noi “popular” è una delle cinque opere che vorresti vedere sempre.
    Inutile dire che condivido quasi tutto del tuo commento, compresi gli appunti sulla regia (ahi ahi ti metti a criticare proprio l’innovazione modernista delle proiezioni!).
    Chiusura felice quindi. Peccato che la pronuncia perfetta del tenore abbia messo in luce il maggior difetto dell’incomprensibile Vassileva.. la dizione appunto. Brava per la sua parte, commovente in vissi d’arte, anche se (scusa se azzardo) non del tutto duttile nei cambi di registro. Una voce potente e acuta (che vuol dire “ghermiti”?) con qualche difficoltà nel passare dal drammatico all’accorato. Ottima attrice comunque e bravissima cantante.
    Ti anticipo che sto già facendo la fila per trovare un posto migliore il prossimo anno, visto il programma 2017-2018. Lo so, non c’è Wagner e nessun contemporaneo, ma Onegin, Trovatore, Lucia e Traviata (per non parlare del resto) valgono da soli il prezzo dell’abbonamento. Almeno per noi.
    Un abbraccio, ti aspettiamo tutti alla prossima stagione.
    Pier

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    • Amfortas 14 giugno 2017 alle 8:22 am

      Pier, ciao! Hai dovuto aspettare a lungo per il tenore ma alla fine ce l’hai fatta! Luciano Ganci è un buon tenore ed ha una voce bella e sonora, a me piace molto anche se in quest’occasione non l’ho sentito. Ghermiti, nella mia accezione, significa acuti presi con un po’ di sforzo e appena accennati.
      Quanto alla regia, gli appunti sono stati mossi proprio per sottolineare che anche le regie di stampo tradizionale possono essere incongruenti e disturbanti e, anzi, a me certi particolari danno fastidio molto di più in un contesto classico che in uno innovativo. Per esplicare meglio: perché Tosca trova il coltello appoggiato a una colonna e non sul tavolo? Tu metti i coltelli piantati sul muro, a casa tua, tipo Spada nella roccia? 😉 Perché Tosca, durante la fucilazione di Mario, è in traiettoria col plotone di esecuzione? Ama il rischio? 😉
      E potrei proseguire a lungo.
      Per quanto riguarda i “cambi di registro” credo che tu ti riferisca alla tecnica di passaggio, che alle tue orecchie suona laboriosa. Probabilmente percepisci quello che in gergo si chiama “scalino”, più evidente tra il registro centrale e quello acuto.
      Sulla prossima stagione, la mia opinione, piuttosto critica, sarà espressa in uno dei prossimi articoli. Parere, il mio, da prendere per quello che vale e cioè pochino. Il pubblico decreterà con l’affluenza a teatro il successo o meno del nuovo cartellone, il resto sono chiacchiere, costruttive spero, ma pur sempre chiacchiere.
      Ciao bel, a presto (e saluta anche la agguerrita moglie 😉). Paolo

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