Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Considerazioni serie e semiserie sul cartellone 2017/2018 del Teatro Verdi di Trieste.

Avverto, questo è un classico longform e cioè una lenzuolata noiosa per addetti ai lavori e appassionati. E questa è la parte migliore. La vera notizia pessima è che il prossimo articolo sarà ancora più noioso, ma voglio lasciarvi con la curiosità (strasmile).
Pochi giorni fa è stato presentato, prima alla stampa e il giorno successivo a tutta la città, il cartellone 2017-2018 del Teatro Verdi di Trieste. È una notizia positiva: c’è una nuova stagione, circostanza tutt’altro che scontata vista la ormai consueta situazione finanziaria – che definirei drammatica senza se e senza ma –  in cui versano tutte le fondazioni liriche italiane.
Su questo argomento non voglio neanche mettermi a discutere troppo, tanto tutti sanno che le necessità della Cultura, in Italia, sono sempre disattese e non è neanche una novità degli ultimi anni. È però indispensabile ricordarlo, perché la questione economica è il fattore più importante nelle scelte di programmazione, una specie di minaccioso convitato di pietra che declama il mantra Pentiti scellerato a ogni sovrintendente che decide di spendere un euro.
L’altra notizia confortante è che il Sindaco di Trieste e Presidente della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi, Roberto Dipiazza, in apertura della conferenza stampa di presentazione ha dichiarato che l’attuale staff dirigenziale – che peraltro è stato scelto dal Sindaco uscente, Roberto Cosoliniè il migliore mai avuto dal Verdi e visti i risultati straordinari ottenuti, si impegnerà personalmente per trovare al teatro triestino uno sponsor di peso tra le aziende che si sono affacciate e si affacceranno al mercato triestino. Dichiarazione impegnativa, che speriamo sia seguita da fatti concreti perché allo stato delle cose i contributi privati – in qualsiasi forma – sono i soli che possono garantire il salto di qualità di un teatro. Si spera perciò anche nella vigilanza attiva degli assessori deputati: Giorgio Rossi e Serena Tonel.
Ora, mi spetta – si fa per dire, ovviamente – il compito ingrato di esprimere la mia opinione sulle scelte per la prossima stagione. Lo faccio come appassionato in primis ma anche nella mia funzione di critico musicale (che, lo ricordo, è la professione più inutile al mondo dopo quella di sondaggista politico), perché questo è il mio dovere: essere onesto verso l’istituzione culturale che dà il privilegio alla testata che rappresento – OperaClick in questo caso –  di essere accreditata agli spettacoli. La mia rimane però un’opinione e non è certo il vangelo.
La stagione sinfonica – che potete trovare qui nei dettagli –  mi pare di buon livello, anche se la novità del concerto straordinario del 10 settembre (fuori abbonamento) mi sembra rispondere più a indispensabili esigenze di visibilità che a meri valori artistici. Resta il fatto che Ezio Bosso è artista e personaggio empatico e molto popolare, capace di fare il pienone e perciò di garantire un buon lancio mediatico alla stagione vera e propria.

Oleg Caetani

I cinque concerti in programma, legati da un labile fil rouge (per semplificare, sacro e profano, mettiamola così) sono tutti interessanti per le scelte di repertorio e per la qualità artistica media degli interpreti: spiccano senz’altro, in questo senso, i nomi dei direttori d’orchestra Oleg Caetani, Pedro Halffter Caro e dei violinisti Alina Pogostkina (impegnata nel meraviglioso Concerto per violino e orchestra di Alban Berg) e Sergej Krylov (Quinto concerto per violino e orchestra di Paganini). Tra le composizioni sinfoniche segnalerei il bel mix tra autori più popolari e noti come Gustav Mahler e Hector Berlioz e altri, formidabili ma forse meno conosciuti quali Witold Lutoslawski, Sergej Prokof’ev e Leopold Stokowski. Da non perdere, tra le altre cose, la 15esima Sinfonia di Dmitrij Šostakovič diretta da Oleg Caetani, grande studioso e specialista del compositore russo, e la spettacolare Sinfonia Fantastica di Berlioz, che per direttore (Pedro Halffter) e orchestra dal punto di vista tecnico è una specie di (piacevole) incubo.

Pedro Halffter Caro

Il Coro sarà il protagonista dell’ultimo appuntamento della stagione, che prevede l’esecuzione di una cantata di Marco Taralli su commissione del teatro stesso e dei celeberrimi Carmina Burana di Orff, che impegneranno anche il Coro del Teatro sloveno di Maribor e del Coro di voci bianche.

Detto per inciso, a proposito del convitato di pietra di cui sopra, ricordo che Il Coro del Verdi è sottodimensionato nell’organico da lustri: circostanza che preclude o comunque condiziona la scelta delle pagine musicali da proporre.

Prima di passare alla lirica e al balletto (uno: Giselle di Adam dopo Natale), segnalo che al Ridotto del Verdi sono previsti numerosi appuntamenti che vanno dalle opere brevi (di cui, al momento, non trovo i titoli, probabilmente per colpa mia) alle lezioni concerto per i giovani studenti. Inoltre, proseguiranno e anzi saranno incrementate le collaborazioni già in essere con gli altri teatri della regione – Udine e Pordenone in prima fila – e si consoliderà l’accordo con il Teatro di Maribor.

La traviata

La stagione operistica è composta da sette titoli, nell’ordine: Evgenij Onegin, Il trovatore, La fille du régiment, Lucia di Lammermoor, Così fan tutte, L’italiana in Algeri, La traviata. Di là dei gusti personali, sono tutti titoli fantastici e capolavori assoluti ma io resto dell’opinione degli anni precedenti e cioè, sintetizzo per l’ennesima volta:

Per me sarebbe stato molto più produttivo, anche in termini economici, puntare a un cartellone di “rottura”, che smarcasse Trieste dall’ennesima programmazione fotocopia (anzi, brutta copia) scontata e identificasse il teatro triestino per originalità di scelte. Un’opzione che non necessita di risorse enormi, se determinata con criterio, e che avrebbe garantito l’attenzione dei media e l’affluenza di appassionati da fuori città. Un’operazione, questa sì, culturale e lungimirante nel senso più ampio, che avrebbe aperto all’esterno, incuriosito e magari proponendo qualche titolo del Novecento, avvicinato davvero un pubblico più giovane all’opera che garantirebbe quel ricambio generazionale così indispensabile. Non mi metto neanche a citare titoli, ce ne sono un’infinità, anche in un’ottica di risparmio che limiti le prime parti, che pesano sulle esangui casse dei teatri.

La fille du régiment

Quest’anno ci sono ulteriori criticità. Vado a memoria ma L’Onegin l’abbiamo visto nel 2009 – ma non è certo opera che si vede ovunque, quindi ci può stare – e Il trovatore, La Fille e L’italiana anch’esse sono passate al Verdi nello stesso anno. L’ultima Lucia è del 2011 e Traviata si è vista nel 2006, 2010 e 2014. Non ricordo, invece, la data dell’allestimento dell’ultimo Così fan tutte.
Tenete conto inoltre che gli allestimenti di Traviata (quella degli specchi), della Fille (Livermore) e di Lucia (Ciabatti), belli o brutti che si possano considerare sono gli stessi già visti (2014, 2009, 2011).
La ripresa di titoli e regie è una strategia che può intraprendere un teatro che propone quindici titoli all’anno (e infatti è prassi consolidata alla Scala e alla Fenice, solo per restare in Italia, ché all’estero è un altro mondo) ma a fronte di altrettante nuove produzioni e titoli desueti oppure, perlomeno, di opere assenti da decenni dal teatro.

Il discorso il pubblico ama i grandi classici è vero sino a un certo punto: dipende a quale pubblico ci si riferisce. Io, che per mia fortuna posso valutare su ampia base statistica, grazie a OperaClick, gli umori di tutte le componenti della platea teatrale, posso assicurare che esiste una quota parte tutt’altro che irrilevante che preferirebbe cartelloni con qualche inserto più audace.

Lucia di Lammermoor

Per quanto riguarda i cantanti – a direttori siamo messi piuttosto bene per una realtà come quella triestina – direi che siamo in una specie di limbo. Non c’è un solo nome di vero richiamo, di là degli aggettivi da comunicato stampa che lasciano il tempo che trovano perché gli uffici stampa sono fatti per glorificare ex ante quello che poi spesso si sgonfia ex post, è il loro mestiere.
Questo non significa che i cantanti siano scarsi, ci mancherebbe pure! Piero Pretti, Luciano Ganci, Shalva Mukeria e Antonello Palombi sono per esempio buoni tenori. Qualche dubbio in più – non faccio nomi perché non sarebbe elegante – mi suscitano alcuni soprani, mezzosoprani, baritoni e i bassi.
Ora, un ipotetico lettore potrebbe chiedermi, tanto per restare in tema: Ma di qual dritto il cieco furor vostro?
Beh, mi guardo in giro e penso che un’altra programmazione è possibile, perché teatri di tradizione e di provincia italiani – con meno spese del Teatro Verdi, certo, ma anche meno risorse –  propongono La Wally, Mefistofele, La Gioconda, Il Trittico (intero), La fanciulla del West, Pia de’Tolomei, L’inganno felice ecc ecc. Potrei andare avanti a lungo, anche con titoli e compositori non italiani.

Fabrizio Maria Carminati

Ecco allora che per vedere e ascoltare che ne so, La Wally, potrei anche chiudere un occhio – entro certi limiti –  sul fatto che i cantanti non siano dei fuoriclasse assoluti e mi “accontenterei” di buoni professionisti e di regie fatte con pochi mezzi.
Detto questo, aggiungo solo un paio di cose.
Quello che ho scritto non mi impedisce certo di apprezzare ciò che è stato fatto e di invitare tutti ad abbonarsi alla prossima stagione o almeno di presenziare a qualche produzione. Il pubblico è, insieme all’inestimabile tesoro di professionalità e valore dei tecnici, del Coro e dell’Orchestra, e in generale di tutti i dipendenti e della classe dirigente l’unica risorsa indispensabile del teatro. Un teatro senza pubblico muore e a quel punto i politici possono chiuderlo e vilipenderlo, facendone strame e occasione di propaganda strumentale.
Da parte mia credo di essermi guadagnato in tanti anni una certa credibilità e perciò posso promettere che valuterò cast artistici e spettacoli di volta in volta, senza pregiudizi di alcun tipo.
Chiudo con un ricordo che risale a poche settimane fa.

Fabio Parenzan

Nell’ambito delle conferenze al Circolo fotografico triestino, ho organizzato una conversazione con Fabio Parenzan (fotografo ufficiale del Verdi) sulla fotografia di scena. Nell’arco della serata abbiamo visto e commentato in sequenza decine di scatti eseguiti in teatro (anche di allestimenti citati sopra), sviscerandone gli aspetti tecnici e non solo.
Beh, vi posso assicurare che il folto pubblico, per lo più del tutto ignaro o quasi di lirica e balletto, è rimasto sbalordito dalla bellezza delle foto, certo, ma soprattutto della magia del teatro lirico.
Siamo fortunati, noi che abbiamo questa passione, perché tocchiamo con mano e con il cuore l’Arte e la bellezza.
Questo spazio è libero e perciò i commenti sono non solo graditi ma apertamente richiesti.
Tutte le immagini di questo articolo sono di Fabio Parenzan.

Un saluto a tutti, alla prossima!

 

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5 risposte a “Considerazioni serie e semiserie sul cartellone 2017/2018 del Teatro Verdi di Trieste.

  1. don jose 20 giugno 2017 alle 8:08 pm

    Che dire?che non posso che essere d’accordo con te!!! Soprattutto laddove si parla dell’ennesima stagione lirica fotocopia…cmq mi pare che l’attuale direzione del Teatro,puntando giustamente sul recupero di abbonati (piu’ che dimezzati rispetto a 15 anni fa) e pubblico pagante,abbia intrapreso la via dell’offerta “popolare”,a costo di deludere dal punto di vista qualitativo dell’offerta i “veri” amanti dell’opera lirica.A cui non resta che andare a vedere la Wally e la Gioconda a Modena😀😀

    Liked by 1 persona

    • Amfortas 22 giugno 2017 alle 9:03 am

      Don José, ciao. Io capisco perfettamente le esigenze del teatro, ma continuo a non essere convinto della necessità di titoli così inflazionati. Secondo me non si tratta di veri appassionati o meno, ma proprio di ampliare gli orizzonti di tutti.
      Il Trittico monteverdiano, in forma semiscenica alla Fenice in questi giorni, ha fatto parlare tutta la stampa, anche quella generalista.
      Ciao, a presto

      Liked by 1 persona

  2. Manuela 25 giugno 2017 alle 5:42 pm

    Ciao Amfortas, premetto che ti seguo da sempre anche se non ho mai avuto il piacere di conoscerti di persona pur essendo triestina. Penso che il tuo articolo sia formidabile per pacatezza, precisione e competenza. E’ incredibile come a Trieste il dibattito, una volta vivace e stimolante sull’argomento “musica lirica” si sia appiattito a qualche battuta superficiale sul solito Facebook o a qualche like messo a caso (vedi pagina W il Verdi).
    Sono d’accordo con te su tutto e spero nella prossima stagione di incontrarti. Grazie per quello che fai per il nostro teatro e per la città.
    Manuela

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  3. Manuela 25 giugno 2017 alle 5:46 pm

    Mi chiedevo anche, se posso permettermi, quando ci dirai la verità sul tuo abbandono delle recensioni sul Piccolo. Ciao 🙂

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    • Amfortas 26 giugno 2017 alle 8:25 am

      Manuela, ciao. Intanto grazie per le belle parole, spero di poter continuare al meglio.
      Per il resto come sai FB ormai impera ovunque ma io questo spazio me lo tengo ben stretto, perché se è vero che ormai c’è poca voglia di approfondire è anche vero che c’è un sommerso – fatto di mail, Twitter e altro – in cui alcuni trovano ancora spazio per contattarmi anche in privato.
      Ho seguito il breve dibattito sulla pagina gestita da Daniela Astolfi e sono al corrente per altre idee gli umori dei triestini.
      Sul Piccolo tornerò presto, non so quando, ma lo farò. Ora l’attualità è il Festival di Lubiana, poi la recensione di un libro che introdurrà il Festival di Bayreuth che è alle porte.
      Ciao e grazie, sai come contattarmi.

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