Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Il Festival di Lubiana si chiude nel segno di Wagner e del grande Valery Gergiev.

Siegfried Mihail Vekua, Dimitrij Voropajev
Alberich Roman Burdenko
Mime Andrej Popov
Brünnhilde Jekaterina Šimanovič, Larisa Gogolevska
Wotan Jevgenij Nikitin
Fafner Mihail Petrenko
Erda Zlata Buličeva
Waldvogel Ana Denisova
Waltraute Olga Savova
Gutruna Jekaterina Šimanovič
Gunther Jevgenij Nikitin
Hagen Mihail Petrenko
Woglinde Žana Dombrovska
Wellgunde Irina Vasiljeva
Flosshilde Jekaterina Sergejeva
Figlie del Reno Ana Kiknadze, Svetlana Volkova, Tatjana Kravcova
Direttore Valery Gergiev
Regia Valery Gergiev, George Cipin
Scenografia George Cipin
Luci Gleb Filštinski
Costumi Tatjana Noginova
Coro e Orchestra del Teatro Mariinsky di San Pietroburgo

Ero in sonno come Brünnhilde e, seppure privato del Siegfried di turno, mi sono risvegliato da solo (stramile).

Ecco qui le ultime cronache da Lubiana. Presto riprenderanno anche le note dal Teatro Verdi di Trieste e, a dio piacendo, anche quelle dall’orrida Venezia.

Nel settembre del 2013 il Festival di Lubiana si chiuse con l’allestimento delle prime due giornate del Ring di Wagner (Das Rheingold e Die Walküre), con Valery Gergiev sul podio della “sua” Orchestra del Teatro Mariinsky di San Pietroburgo: furono due serate memorabili soprattutto per la straordinaria direzione del maestro russo e anche i cantanti complessivamente si dimostrarono all’altezza della situazione.
L’idea degli organizzatori era di concludere il ciclo wagneriano nel 2014, ma poi le solite questioni di carattere economico – che sono transnazionali, purtroppo –  hanno fatto procrastinare Siegfried e Götterdämmerung a quest’anno.
L’allestimento è lo stesso del 2013, curato dallo stesso Gergiev e da George Cipin, che firma le scenografie. Dal mio punto di vista si tratta di una produzione non riuscita, che in alcuni momenti è a un passo dal comico involontario (e anche oltre) e trova una sua dimensione artistica accettabile solo se paragonata agli scempi perpetrati da registi folli in altri teatri, Bayreuth compreso. Non che sia una gran consolazione, mi pare.
La scena è dominata da alcune enormi figure antropomorfe sospese, che a suo tempo ho scoperto definirsi telamoni, che incombono sui personaggi. Di una regia vera non mi pare sia il caso di parlare perché le interazioni tra i protagonisti sono scontate e stucchevoli o, nella migliore delle ipotesi, lasciate all’esperienza dei cantanti. Le controscene spesso sono sembrate incomprensibili quando non semplicemente brutte (il coro che si muove a passettini nella Götterdämmerung…santo cielo!).
I costumi firmati da Tatjana Noginova si rifanno all’iconografia più scontata della tradizione di metà anni 50 del secolo scorso, rivisitati con un gusto che non mi sentirei di definire sopraffino. Certo, c’è Wotan con tanto di bastone e benda, c’è Alberich mezzo anfibio, c’è un Siegfried abbastanza inselvatichito con la sua pelliccia di chissà quale bestia uccisa a mani nude e tutto questo armamentario kitsch a qualcuno sarà piaciuto. Buon per loro. Fastidiosi, molto fastidiosi, i cigolii che producono i telamoni quando oscillano, mentre le luci, che si alternano insensate tra il blu, il rosso e il verde, si limitano a una routine neanche troppo dorata. Insomma, per chi scrive Less is more è un mantra irrinunciabile e perciò non è scattata alcuna empatia con questa produzione.
Per fortuna tutto questo caravanserraglio scompare di fronte alla formidabile compagine del Mariinsky, capace di un suono di bellezza celestiale, a volte selvaggio e barbarico ma sempre governato da quel meraviglioso artista che è Valery Gergiev, al quale si perdona volentieri anche l’ormai consueto ritardo con cui si è presentato sul podio in entrambi gli appuntamenti: una specie di quarto d’ora accademico di rito.
Infatti, ragionavo tra me e me al ritorno dalla capitale slovena, basterebbe l’atmosfera di mistero e la tensione che il direttore innerva all’inizio del secondo atto di Siegfried per spazzare via dagli scaffali tante registrazioni “storiche” che di storico hanno solo l’età anagrafica o il gran lavoro promozionale di uffici stampa più bombastici dei direttori che rappresentano. La luce abbagliante dell’orchestra prima di quel Heil dir, Sonne che precede il risveglio di Brünnhilde non si può descrivere a parole ma porta in un’altra dimensione, come se aprisse un cunicolo spazio temporale di quelli così cari a Christopher Nolan.
Ovviamente non è tutto qui, perché la capacità di tenere sempre nitido e trasparente il suono, le dinamiche sorvegliate e allo stesso tempo incisive, asciutte ed espressive è oggi una qualità che non trovo in tanti altri interpreti di Wagner.
Se n’è avuta ulteriore conferma nella Götterdämmerung, in cui il magma sonoro è in certi momenti ancora più denso del Siegfried; eppure i pochi interventi del glockenspiel arrivavano nitidissimi nella grande sala del Cankarjev Dom.
Memorabile poi, a mio parere, l’esecuzione della Trauermarsch, che mi ha procurato quasi un dolore fisico per l’intensità emotiva trasmessa.

Tutti i numerosi interpreti, che trovate in locandina in dettaglio, sono risultati in generale convincenti.
Nello specifico sono sembrate deboli, ma non certo del tutto censurabili, le due interpreti di Brünnhilde, Jekaterina Šimanovič (che come Gutrune è parsa convincente) non è sembrata avere l’adeguato peso vocale per la parte. Larisa Gogolevska ha sofferto molto il terribile finale del Crepuscolo, in cui è arrivata stremata.
Molto buoni i due Siegfried, in particolare Mihail Vekua che nella prima sera è stato eccellente per squillo e fraseggio e ha palesato una baldanza vocale sorprendente. Buono anche Dimitrij Voropajev nella Götterdämmerung, pur con qualche incertezza veniale negli acuti, stemperata da un magnifico racconto nel terzo atto.
Ottimo senza se e senza ma il rendimento di Roman Burdenko, Alberich insinuante e rancoroso, dalla sonora voce schiettamente baritonale.
Bravissimo anche Mihail Petrenko, che si è sobbarcato le parti di Fafner e Hagen. Soprattutto nei panni del velenoso figlio di Alberich è stato formidabile e brillante anche dal punto di vista attoriale.
Bene ha cantato anche il più noto del cast, Jevgenij Nikitin, Wotan autorevole dal lato vocale e scenico e incisivo anche nella parte di Gunther.

Pubblico piuttosto numeroso ma non tanto da gremire la sala del Cankarjev Dom. Inoltre, come troppo spesso mi tocca vedere in serate wagneriane, molti spettatori hanno abbandonato tra un atto e l’altro in entrambe le occasioni.
Successo grandioso per tutta la compagnia artistica e delirio, meritato, per Valery Gergiev un gigante del podio.

Siegfried Mihail Vekua, Dimitrij Voropajev
Alberich Roman Burdenko
Mime Andrej Popov
Brünnhilde Jekaterina Šimanovič, Larisa Gogolevska
Wotan Jevgenij Nikitin
Fafner Mihail Petrenko
Erda Zlata Buličeva
Waldvogel Ana Denisova
Waltraute Olga Savova
Gutruna Jekaterina Šimanovič
Gunther Jevgenij Nikitin
Hagen Mihail Petrenko
Woglinde Žana Dombrovska
Wellgunde Irina Vasiljeva
Flosshilde Jekaterina Sergejeva
Figlie del Reno Ana Kiknadze, Svetlana Volkova, Tatjana Kravcova
Direttore Valery Gergiev
Regia Valery Gergiev, George Cipin
Scenografia George Cipin
Luci Gleb Filštinski
Costumi Tatjana Noginova
Coro e Orchestra del Teatro Mariinsky di San Pietroburgo

 

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2 risposte a “Il Festival di Lubiana si chiude nel segno di Wagner e del grande Valery Gergiev.

  1. Giuliano 31 agosto 2017 alle 3:14 pm

    ah, ecco 🙂 stavo giusto per spedirti una mail per aver notissie…
    vado a leggere diligentemente ogni cosa

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    • Amfortas 1 settembre 2017 alle 8:15 am

      Giuliano , ciao, bello rileggerti anche per me. Si ricomincia dopo un’estate che, per dirla in termini tecnici, mi ha proprio rotto le palle 😉
      Troppe cose senza senso stanno succedendo ancora, ma intanto già la prossima settimana ricomincia la stagione sinfonica del Verdi ed è un buon punto di partenza!
      Ciao e grazie.

      Mi piace

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