Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Al Teatro Verdi di Trieste Ezio Bosso trionfa come uomo e come musicista.

Si torna a teatro, ed è subito una gran bella sensazione, purtroppo mitigata dall’ennesima notizia di tagli sciagurati al Verdi di Trieste da parte del FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo): sono messi in discussione 900.000 euro, che non sono pochi.
Lo sostengo da sempre, i contributi statali allo spettacolo dovrebbero essere ribattezzati Finanziamenti di Schrödinger, in onore al famoso paradosso della meccanica quantistica.
I soldi ci sono e allo stesso tempo non ci sono, vanno e vengono, appaiono e scompaiono. Di là delle battute, pensate come debba essere facile una programmazione teatrale a medio termine e, non da sottovalutare, che effetto possa avere questa incertezza sul morale dei lavoratori del teatro.
Quest’anno la stagione sinfonica, che ufficialmente inizia venerdì prossimo, si è aperta con un evento fuori abbonamento: un concerto speciale con protagonista Ezio Bosso, il quale oltre a dirigere l’Orchestra del Teatro Verdi si è esibito anche in due sue composizioni per pianoforte e orchestra.
La serata è iniziata con un’esecuzione del Ouverture Leonore III in do magg. Op. 72 di Beethoven, pagina musicale che appartiene alla galassia di quel capolavoro che risponde al nome di Fidelio, unica opera lirica scritta dal compositore.
È sempre un’emozione straordinaria avvertire che si fa strada l’immagine di Florestan prigioniero, nella tesa atmosfera in cui legni e archi si rincorrono nell’Adagio iniziale che ha un colore ombroso del tutto diverso dal successivo Allegro, permeato da un’intensa energia vitale con il timbro argentino della tromba che ci conduce al finale.

Alla monumentale Ouverture è poi seguita la parte in cui Ezio Bosso ha presentato due sue composizioni, Split, postcards from far away e Rain in your black eyes, entrambe per pianoforte e orchestra.
Si tratta di musica descrittiva, di curiosa ispirazione ben esplicitata dallo stesso Bosso nelle note di sala, che propone ritmi sincopati e melodie tronche ma avvolgenti, le cui cellule musicali tornano più volte mascherate e rielaborate.
Entrambe le pagine sono state gradite dal pubblico, che ha ascoltato con grande attenzione e concentrazione ed è poi esploso in un applauso davvero intenso.

Dopo l’intervallo siamo entrati, con la Settima di Beethoven, nell’empireo della musica.
Scritta quasi in contemporanea all’Ottava, intorno al 1811 quindi, la pagina fu eseguita per la prima volta nel 1813 a Vienna.
Ora, un perfect wagnerite come chi scrive non può che essere contento dell’opinione di Wagner, che esaltò le virtù di questo brano, ma credo che il buon Richard abbia effettivamente detto bene:

“coscienti di noi stessi, ovunque ci inoltriamo al ritmo audace di questa danza delle sfere a misura d’uomo. Questa Sinfonia è l’apoteosi stessa della danza., è la danza, nella sua essenza più sublime”

Io, che non sono che un critico – e pure modesto – trovo che sia semplicemente una pagina musicale che dà gioia e invita alla spensieratezza come poche altre, del resto mi curo il giusto.
Strutturata secondo i classici quattro movimenti, la sinfonia si apre con un poco sostenuto che non finisce mai di stupirmi per equilibrio e al contempo complessità architettonica tale, credo, da mettere alla frusta le capacità di un’orchestra.
Segue poi il famoso Allegretto di cui ci si sorprende (forse) perché di solito il secondo movimento è un Adagio quando non, mi si passi l’ardito neologismo, un Adagione bello sofferto. Qui, più che rimpiangere o soffrire, si riflette con serenità.
Molto più classico, direi tipicamente beethoveniano, il Presto successivo che esprime quella luminosa gioia cui ho accennato poco sopra.
La chiusura è affidata a un Allegro con brio che esprime una forza e una determinazione straordinarie, come la ferrea volontà creatrice del compositore.
Di là di qualche imprecisione tipica delle esibizioni dal vivo, nell’arco della serata l’Orchestra del Verdi si è confermata compagine affidabile, capace di un suono che definirei mitteleuropeo, dal carattere meditato ma vigoroso, molto legato al territorio.
Un discorso a parte merita Ezio Bosso, che a parte le delle ovvie difficoltà a me è sembrato un musicista di livello. Soprattutto nella Settima Sinfonia ho avuto la sensazione di una direzione pensata e calibrata, magari più attenta alle dinamiche che alle agogiche ma comunque viva e palpitante.
Ma di Bosso colpisce la vitalità, l’energia e la gran voglia di trasmettere gioia di vivere e queste sono cose che si sentono e sfuggono a considerazioni tecniche più o meno condivisibili.
Il pubblico, molto numeroso, gli ha tributato un grandioso trionfo decretando con applausi fragorosi (qualche volta anche con timing rivedibile) e richieste di bis (ottenute) il successo della serata.

 

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Una risposta a “Al Teatro Verdi di Trieste Ezio Bosso trionfa come uomo e come musicista.

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