Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Grande orchestra, grande direttore e grande musica. Il Teatro Verdi vince a mani basse.

Dopo l’evento di domenica scorsa in cui Ezio Bosso ha trionfato come uomo e come musicista, si è aperta ufficialmente la stagione sinfonica del Teatro Verdi di Trieste con un concerto di grande interesse.
Protagonista, a mio parere, il grandissimo Oleg Caetani, direttore che frequenta abitualmente il palcoscenico triestino per la gioia di tutti. Caetani è uno di quegli artisti che garantisce qualità altissima a prescindere dal programma previsto, ed è un pregio che davvero possono vantare in pochi.
Poi, certo, si leggono i nomi dei compositori in locandina e di fronte a Wagner, Rossini e Šostakovič non si può che ringraziare che la musica esista, quasi a regalarci un’oasi di pace interiore in cui ritemprarci dalle miserie della quotidianità.
Ad aprire il concerto la mai troppo celebrata Ouverture del Guillaume Tell, pagina musicale emozionante e adrenalinica, che racchiude in sé molte anime: quelle appunto del turbinio di sentimenti e delle vicende del lavoro omonimo, estremo lascito operistico di Rossini.
Credo, da profano, che la maggior difficoltà da superare in questo brano sia il raggiungimento di un virtuoso equilibrio nelle dinamiche, che innervano il senso delle quattro sezioni che compongono l’Ouverture. Troppe volte ho sentito – anche da direttori famosissimi – trasformare il famoso temporale (uno dei tanti della produzione rossiniana) in una specie di cataclisma, tale da farmi ritenere imminente l’arrivo di Mosè.
Ieri invece, grazie anche alla magnifica prestazione dei violoncelli nella sezione precedente, il temporale è scoppiato ma è sembrato quasi una transizione all’arcobaleno di cromie disegnate dagli archi e dei legni che introducono il crescendo finale. Musica che per quanto nota si vorrebbe risentire, sempre.
Concetto che ripeto volentieri anche per il pezzo successivo e cioè Morgendämmerung – Siegfrieds Rheinfahrt dalla Götterdämmerung di Wagner, in cui si intrecciano alcuni dei Leitmotiv o temi ricorrenti del Ring. Soprattutto all’inizio, l’alba appunto, mi pare che quel buio e quella luce che sono fondamentali nel Tristan und Isolde siano i protagonisti. E certo, il suono del corno di Siegfried nel suo viaggio a perdifiato lungo il Reno mi eccita sempre. O meglio, mi fa sentire a casa, nella mia comfort zone.
In questa prima parte ho trovato buona la prestazione dell’Orchestra del Verdi, con archi, fiati e legni in evidenza.
Dopo l’intervallo è stata la volta della Quindicesima Sinfonia in la magg. Op. 141 di quel gran genio della musica che risponde al nome di Dmitrij Šostakovič.
Scelta non casuale, perché in questa partitura ricchissima tra le tante citazioni (o sberleffi? Chissà!) si riconoscono proprio il Rossini e il Wagner della prima parte del concerto, tanto che credo si possa dire che la serata abbia beneficiato anche di una certa continuità se non stilistica – difficile immaginare atmosfere così diverse – almeno di affinità elettive artistiche in senso lato.

Dmitrij Dmitrievič Šostakovič

La musica di Šostakovič è tendenzialmente ostica all’ascolto, perché le facili melodie – quelle che si canticchiano magari uscendo da teatro – sono sostanzialmente bandite. Al loro posto c’è un’architettura musicale complessa, che fa anche di una certa straniante ripetitività meccanica la cifra distintiva.
Del resto le lezioni di Schönberg, Berg e Stravinskij – che se ne andava per sempre proprio quando la sinfonia era in fieri, nel 1971 – sono ormai comprese: difficile non ricordarsene soprattutto per l’uso delle percussioni, per esempio.
Dell’ultima sinfonia del compositore russo affascina in particolare il gusto del grottesco, della riproposizione di cellule musicali distorte ad arte in una specie di metamorfosi se non sinistra almeno inquietante, oscura.
E così se nel primo movimento (Allegretto) il retrogusto è quello di un’infantile allucinazione, nell’Adagio successivo è più una severa e solenne maturità a colpire, come se il compositore fosse stato preso, per un attimo, da una concitata seriosità espressiva subito stemperata dal nuovo successivo Allegretto, in cui l’atmosfera sembra meno tesa.
L’Adagio finale è invece dichiaratamente drammatico, non tanto per l’ostentata citazione iniziale della Marcia Funebre di Siegfried quanto perché la musica è permeata da un disperato senso di solitudine esistenziale che si manifesta nel finale quando la musica si spegne con studiata lentezza e suoni gentili. O, almeno, così pare a me.
Guidata in modo eccellente da Oleg Caetani, che è uno dei massimi esperti e studiosi di Šostakovič,  l’Orchestra del Verdi si è espressa a livelli altissimi in una sinfonia difficile, spigolosa: mi sento – per quello che vale il mio parere – di conferirle non solo la lode ma anche il bacio accademico.
L’unico neo della serata credo sia stato la scarsa comprensione da parte del pubblico della bravura di Oleg Caetani, soprattutto dopo la prima parte del concerto, quando Wagner – meno diretto ed epidermico di Rossini –  ha raffreddato gli umori degli spettatori.
Alla fine applausi per tutti ma senza quell’entusiasmo che avrebbe meritato la serata e soprattutto un direttore così elegante sul podio, dal gesto misurato e sereno che nulla concede al divismo.
Si replica questa sera alle 18: andateci e applaudite calorosamente.

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14 risposte a “Grande orchestra, grande direttore e grande musica. Il Teatro Verdi vince a mani basse.

  1. Giovanni Neri 16 settembre 2017 alle 5:18 pm

    Di Bosso si può dire di tutto ma non che sia una grande direttore di orchestra e in generale un grande musicista. Purtroppo ne abbiamo avuto molteplici prove a Bologna con risultati tutt’altro che esaltanti (eufemismo) e concordi. Poi naturalmente può intervenire la solidarietà per la vicenda umana ma questa non può oscurare la realtà oggettiva della situazione. Naturalmente non ero presente al concerto in questione ma dubito che improvvisamente si sia trasformato da un musicista da Sanremo a un gigante. I miracoli possono sempre avvenire.. raramente però…

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    • Amfortas 17 settembre 2017 alle 7:34 am

      Giovanni, ciao. Una persona della tua esperienza dovrebbe leggere tra le righe. Qunato ai miracoli, il vero miracolo è Ezio Bosso. Credo che tu abbia capito in pieno il senso della mia risposta.
      Ciao e grazie!

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      • Giovanni Neri 17 settembre 2017 alle 7:42 am

        Probabilmente le righe erano troppo strette… Non ho quindi capito se il commento era ironico-negativo o positivo. Il mio giudizio su Bosso è definitivo e dopo una lunga e ridicola polemica (alimentata da personaggi che hanno delle musica la stessa conoscenza che ho io del Pali) è stato “espulso” dal panorama musicale bolognese. Assolutamente a ragione, a mio parere, dopo un ultimo (s)concerto nella piazza bolognese che ha naturalmente entusiasmato il pubblico da Sanremo e schifato gli esperti. . Di fenomeni mediatici strappacore ne abbiamo abbastanza anche se lo star system musicale è ovviamente sempre alla ricerca di novità con cui attrarre un pubblico sempre più ignorante.

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      • Amfortas 17 settembre 2017 alle 8:19 am

        Giovanni, quello che voglio dire è che per presentare una stagione, per attirare pubblico, va bene Ezio Bosso: il mio commento è positivo sull’uomo, sul carisma che ha, sulla capacità empatica. Ciao!

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      • Giovanni Neri 17 settembre 2017 alle 8:21 am

        Mi spiace che non esista il tasto “mi spiace”! Ma poi “de gustibus disputandum non est”….

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      • Amfortas 17 settembre 2017 alle 8:26 am

        Giovanni, vedrò di implementare una modifica al template 😉

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  2. don jose 16 settembre 2017 alle 7:30 pm

    Reduce dal concerto pomeridiano, concordo su ogni parola della tua recensione (nuovamente incentrata sulla prestazione di direttore (extrasmile!!!) dopo che hai sviscerato ogni piccola nuance della partitura della mia adorata 7a del precedente concerto,lasciandoci nel dubbio (smile) sulla prestazione del Bosso direttore).Ripeto,concordo con ogni tua parola,dal temporale di Rossini alla prestazione della nostra orchestra in Sostakovic.Un’unica uscita di Caetani per Rossini,due risicate per Wagner….ma poi è bastato un Bravo!! al termine di Sostakovic per alzare la temperatura della sala,ed arrivare a ben 6 uscite,con visibile soddisfazione di maestro e orchestra.

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    • Amfortas 17 settembre 2017 alle 7:39 am

      Don, ciao. Dopo la prima si ragionava che sarebbe bastato invertire l’ordine delle prime due Ouverture per avere un trionfo anche al primo intervallo. Su Bosso leggi la risposta a Giovanni, qui sotto 🙂
      Per quanto riguarda Caetani io lo considero un grande direttore, non lo scrivo da oggi. Il pubblico di Trieste, come sai, è piuttosto pigro. In giro ci vediamo solo io, te e pochissimi altri…quindi ho detto tutto.
      Ciao e grazie!

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  3. daland 18 settembre 2017 alle 3:45 pm

    Caetani (Markevitch!) ha inciso parecchi anni fa l’integrale delle sinfonie di Shostakovich con un’altra orchestra Verdi… quella di Milano, della quale è ospite ogni stagione. E proprio il prossimo maggio (18-20) proporrà a Milano un programma assai simile a quello da te così bene recensito (Gazza ladra al posto del Tell). Fra poche settimane invece si cimenterà con la “patetica” e, in omaggio ai 100 anni della Rivoluzione, con la Cantata del XX anniversario, di Prokofiev.
    Personalmente è uno dei direttori che stimo assai, soprattutto per il suo atteggiamento da anti-divo, da professionista serissimo e sempre teso a rendere al meglio le qualità delle opere che dirige, piuttosto che a mettere in vetrina il proprio ego.
    Ciao!

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    • Amfortas 18 settembre 2017 alle 7:17 pm

      Daland, ciao. Vedo che sul GRANDE Caetani siamo d’accordo e mi fa davvero piacere.
      Ti ringrazio per le parole di stima perché so che non scrivi a caso. In questo momento, per me difficile, sono graditissime.
      Ciao e grazie, Paolo

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  4. Pingback:Alban Berg e Hector Berlioz: le due facce del genio al Teatro Verdi di Trieste. | Di tanti pulpiti.

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