Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Il terzo appuntamento della stagione sinfonica al Teatro Verdi di Trieste.

In questi giorni negli ambienti culturali triestini si parla (e sparla) molto della nomina di Ezio Bosso alla carica di Direttore stabile residente, fortemente voluta dallo staff dirigenziale del Teatro Verdi. Anch’io sono stato sollecitato più volte a dire la mia sull’argomento, ma le polemiche preventive non mi piacciono, né sono particolarmente portato alle ciacole. Le prestazioni artistiche di Ezio Bosso qui su OperaClick saranno valutate di volta in volta e con la consueta serenità ex post, come è giusto che sia, per il rispetto che si deve all’uomo e all’artista.

Argomento chiuso.
Il terzo concerto della stagione sinfonica prevedeva un programma interessante e inusuale, almeno a queste latitudini. Il fil rouge della stagione, lo ricordo, è Angeli e diavoli. Tema labile, a parer mio, ma che dà una chiave di lettura, e quindi un indirizzo orientativo alle scelte e all’ascolto dei brani proposti.
Esplicito il richiamo al tema di cui sopra nella pagina musicale d’esordio della serata: la Sinfonia in re min. Op. 12 n. 4 di Luigi Boccherini è conosciuta anche come La casa del Diavolo, per un richiamo a una delle tante interpretazioni musicali sul mito di Don Giovanni e in particolare al finale, quando il seduttore precipita (forse) all’inferno.
La sinfonia, composta nel 1771, si dipana in tre movimenti e si colloca nella tradizione compositiva dell’epoca. Se c’è una vena innovativa mi pare si possa trovare in un certo gusto che definirei – senz’altro arditamente – preromantico. Voglio dire che quel Re minore onnipresente mi suona familiare e focalizza la mia attenzione, come una Madeleine da assaporare con l’udito e non con il gusto.
Il carattere musicale è bizzoso e irrequieto, in equilibrio spesso precario tra una quasi tranquillizzante musica da camera e una più ambiziosa solennità prettamente sinfonica.
Marta Gardolińska, sul podio dell’Orchestra del Verdi in formazione cameristica, mi è sembrata avere un buon feeling con il repertorio, anche se, come nel resto della serata, mi è parso che manchi della maturità per dare un’interpretazione che esca da una formale correttezza.
Centocinquant’anni esatti dividono il Boccherini della prima parte dal Prokof’ev del Terzo Concerto in do magg. per pianoforte e orchestra Op. 26, che appunto debuttò nel 1921 a Chicago.
Il brano ebbe poca fortuna negli Stati Uniti, come buona parte della produzione del compositore peraltro, e fu invece ampiamente rivalutato in Europa in cui a quei tempi c’era più sensibilità per le contaminazioni tra tradizione e sperimentazioni anche ardite.
Il concerto è strutturato in tre movimenti, piuttosto dissimili tra loro ma legati da un’espressività solare e intensa, qualche volta sin troppo esibita. Forse, scorrendo la biografia di Prokof’ev, un dubbio di una pelosa captatio benevolentiae compare qua e là ma resta pur sempre musica di altissimo livello.
Daniel Petrica Ciobanu, artista rumeno di 24 anni, dà un’interpretazione adrenalinica e aggressiva della pagina musicale, palesando un formidabile virtuosismo, tecnica stellare, ma anche una certa tendenza a un’estroversione di maniera (ha collaborato, non a caso, con Lang Lang) piuttosto comune agli artisti della sua generazione.
Proprio per questa attitudine il pianista mi è sembrato più centrato ed efficace nei pirotecnici virtuosismi dei primi movimenti – le rincorse con i violini e il confronto serrato con gli archi gravi, entusiasmanti – che nell’espressività degli abbandoni lirici dell’Allegro, ma non troppo che chiude il concerto in cui avrei voluto percepire meglio una sensazione di tenue e incorporea rilassatezza.
Anche in questo caso, di là di qualche veniale imprecisione, l’Orchestra del Verdi ha fornito una buona prova, mentre Marta Gardolińska si è limitata, come del resto spesso succede quando il protagonista è il pianoforte, a far quadrare i conti dal punto di vista ritmico.
Un categorico Let’s play some jazz ha introdotto due bellissimi bis nei quali Ciobanu è stato formidabile per intensità interpretativa.
Trionfo, meritato e suggellato da numerose chiamate al proscenio, per il giovane pianista.

Il bellissimo Concerto per orchestra di Witold Lutosławski ha chiuso la serata, ed è stato un gran congedo momentaneo da questa musica impropriamente chiamata seria.
Scritto a metà degli anni Cinquanta del secolo scorso e articolato nei canonici quattro movimenti, il brano è caratterizzato da una forte identità che definirei territoriale più che folcloristica, ma comunque sprigiona una coinvolgente vitalità.
Nonostante qualche clangore di troppo, ho apprezzato la direzione fisica ed empatica di Marta Gardolińska in un brano difficile, dove suggestioni novecentesche si alternano a sfumati richiami al passato. Buoni i numerosi interventi dei solisti, in particolare i legni e percussioni, appassionati gli archi.
Il teatro per fortuna era molto affollato e il pubblico ha decretato con applausi convinti il successo della serata e della giovane direttrice polacca.

4 risposte a “Il terzo appuntamento della stagione sinfonica al Teatro Verdi di Trieste.

  1. don jose' 30 settembre 2017 alle 8:18 PM

    A me la polacca è piaciuta per piglio e precisione..sarebbe bello ascoltarla in un repertorio piu’ noto per verificarne la personalità interpretativa.Totalmente d’accordo sul pianista rumeno, che anche oggi ha trascinato un pubblico (larghi vuoti non solo in platea e palchi,purtroppo) prodigo di applausi. Per quanto riguarda Bosso mi è stata sufficiente la tua non-recensione sul suo concerto al Verdi……:-))

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  2. Silvano Giuseppe Bernasconi, pianista e compositore 30 settembre 2017 alle 11:46 PM

    Ezio Bosso è un titano avendo lottato più di noi per arrivare al podio …su Facebook ho scritto la mia …contro la mediocrità di chi lo ritiene mediocre paventando altre nomine tipo Allevi alla Scala ecc…dobbiamo iniziare a riconoscere il valore di un artista da come sa entusiasmare, plasmare un’orchestra trasmettendo il suo spessore culturale senza imporre un programma anzi chiedendo l’opinione degli orchestrali…Dunque avanti tutta …Bosso ha molto da dare e da dire in questo mondo spaesato della grande musica !

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