Di tanti pulpiti.

Dal 2006, episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

La stagione sinfonica 2016 e il Rigoletto d’apertura della stagione lirica 2016-2017.

Questa è l’ultima recensione che firmo per La Classica Nota, una creatura che ho amato moltissimo e che mi ha dato tante soddisfazioni e anche qualche amarezza.
Per fortuna la musica NON finisce mai.
Sipario.

 

Per me era finita così, ma dopo qualche mese è successo questo e perciò mi sono sentito in dovere di reagire.

Con questo articolo rimedio, parzialmente, alla folle e criminale decisione di un oscuro censore del Piccolo, quotidiano di Trieste, di cancellare dalla Rete il blog d’autore La Classica Nota di cui ero titolare.
Per l’ultima volta chiedo scusa a tutti gli artisti e al Teatro Verdi per l’incresciosa situazione e per i perversi accadimenti.
Il prossimo post sarà finalmente normale, nel senso che parlerà di Evgenij Onegin di Pëtr Il’ič Čajkovskij, operà che aprirà la stagione lirica di quest’anno.
Ovviamente le statistiche qui, su Di tanti pulpiti, sono alle stelle. Ci tengo a sottolinearlo anche se nella contingenza è del tutto marginale.
Qui ci sono anche alcune foto del Rigoletto di cui sopra, per provare a immergerci nel magico clima del teatro lirico.

 

16 settembre 2016

 

È partita la stagione sinfonica a Trieste, dopo un’estate in cui il Teatro Verdi ha avuto l’onore (e l’onere) di inaugurare il fantasmagorico e avveniristico palazzo postmoderno dell’Opera Dubai, ricavandone un’inconsueta visibilità mediatica che potrebbe avere ricadute positive non solo d’immagine. In tempi di contingenza economica negativa bisogna guardare avanti con una certa fiducia, sperando anche che le potenzialità dell’Art Bonus evolvano in qualcosa di concreto.
Anche quest’anno i concerti sono concentrati in poco più di un mese e l’offerta sembra piuttosto promettente per scelte di repertorio e qualità degli interpreti.
Il concerto di ieri sera prevedeva l’esecuzione di pagine musicali di due compositori formidabili, Felix Mendelssohn-Bartholdy e Gustav Mahler, proposti in brani piuttosto frequentati e di grande impatto emotivo.
La serata si è aperta – in onore dell’anniversario shakespeariano – con una bella esecuzione del Lied mit Chor da Ein Sommernachtstraum op. 61, in cui il Coro femminile, preparato da Fulvio Fogliazza, e i soprani Lucrezia Drei ed Elisa Verzier hanno mostrato le proprie qualità in un brano caratterizzato da una vaporosa leggerezza.
Scritto nel 1844 su commissione del famoso Ferdinand Davis, primo violino dell’Orchestra del Gewandhaus di cui Mendelssohn era direttore, il Concerto per violino e orchestra op. 64 è uno dei classici del repertorio romantico e richiede la presenza di un solista di valore ma anche di un’orchestra che sia sempre pronta al dialogo, in modo che l’architettura formale del brano non sia svilita a mera esibizione virtuosistica e mantenga invece un equilibrio che ne conservi la fluidità dell’ispirazione.
Il direttore d’orchestra è perciò a sua volta coprotagonista – ma quando non lo è – e Gianluigi Gelmetti, forte della sua esperienza in un repertorio sterminato, ha fornito nuova prova delle sue capacità artistiche trovando quella complicità alchemica che gli consente di smorzare il carattere impetuoso della splendida Orchestra del Verdi e contemporaneamente dare rilievo al solista.
Di Leticia Moreno, giovane e talentuosa violinista spagnola, non si può che dire bene capace com’è stata di mettere in luce le varie anime di una pagina musicale complessa e innovativa. Così l’acrobatico virtuosismo non è mai parso fine a se stesso e anzi ha impreziosito la vocazione melodica dei primi due movimenti del concerto, mentre nel terzo l’artista ha dato libero sfogo alla propria ispirazione. Temperamentosa ed elegante nella figura, mobile anche nella mimica che ha sottolineato il pathos della musica, l’artista, dopo numerose chiamate al proscenio, ha concesso come bis una meditata esecuzione dell’Adagio dalla Sonata n. 1 in sol minore di Bach.
Dopo l’intervallo è stata la volta della Quinta Sinfonia in do diesis minore di Gustav Mahler (dedicata da Gianluigi Gelmetti alla memoria di Carlo Azeglio Ciampi), compositore che – a parer mio – è stato il più grande interprete delle ansie, delle paure, delle inquietudini e delle malcelate speranze che viviamo, tutti, ogni giorno.
Neanche questa sinfonia si sottrae a quanto scritto sopra, considerato che si apre con una Marcia funebre davvero impressionante e che solo nell’Allegro finale si stempera un po’ la tensione di un brano che scava nell’intimo di chi ascolta con partecipazione emotiva e non sia solo attento alla mera esecuzione strumentale. Poi, certo, c’è la bellezza inestimabile dell’Adagietto del quarto movimento (noto anche perché inserito nella colonna sonora del celebre film Morte a Venezia, tratto dal romanzo di Thomas Mann) a fare da ciliegina su di una torta già fragrante e appetitosa di suo.
Eppure è proprio una barbarica vitalità che mi sembra il paradigma di questo monumento sinfonico e, seppure con qualche inevitabile sbavatura tipica delle esibizioni dal vivo, mi pare che Gianluigi Gelmetti abbia colto in pieno la fragile solidità della musica di Mahler, supportato da un’Orchestra del Verdi (per l’occasione allargata nell’organico) che ha temperamento, peso e colore adatti a queste pagine sofferte, ricche di scarti dinamici e agogici, dense di cromatismi.
Gelmetti dà un’interpretazione a tinte forti, drammatica e intensa di questo Mahler, profondamente diverso dalle sinfonie precedenti, e ottiene dalla compagine triestina una risposta che non esito a definire grandiosa per precisione, compattezza e bellezza di suono in tutte le sezioni.
Il pubblico, numeroso e partecipe, ha tributato un meritatissimo trionfo a Gianluigi Gelmetti e all’orchestra.
Oggi alle 18 si replica, impossibile perdersi questo concerto.

23 settembre 2016

È partita la stagione sinfonica a Trieste, dopo un’estate in cui il Teatro Verdi ha avuto l’onore (e l’onere) di inaugurare il fantasmagorico e avveniristico palazzo postmoderno dell’Opera Dubai, ricavandone un’inconsueta visibilità mediatica che potrebbe avere ricadute positive non solo d’immagine. In tempi di contingenza economica negativa bisogna guardare avanti con una certa fiducia, sperando anche che le potenzialità dell’Art Bonus evolvano in qualcosa di concreto.
Anche quest’anno i concerti sono concentrati in poco più di un mese e l’offerta sembra piuttosto promettente per scelte di repertorio e qualità degli interpreti.
Il concerto di ieri sera prevedeva l’esecuzione di pagine musicali di due compositori formidabili, Felix Mendelssohn-Bartholdy e Gustav Mahler, proposti in brani piuttosto frequentati e di grande impatto emotivo.
La serata si è aperta – in onore dell’anniversario shakespeariano – con una bella esecuzione del Lied mit Chor da Ein Sommernachtstraum op. 61, in cui il Coro femminile, preparato da Fulvio Fogliazza, e i soprani Lucrezia Drei ed Elisa Verzier hanno mostrato le proprie qualità in un brano caratterizzato da una vaporosa leggerezza.
Scritto nel 1844 su commissione del famoso Ferdinand Davis, primo violino dell’Orchestra del Gewandhaus di cui Mendelssohn era direttore, il Concerto per violino e orchestra op. 64 è uno dei classici del repertorio romantico e richiede la presenza di un solista di valore ma anche di un’orchestra che sia sempre pronta al dialogo, in modo che l’architettura formale del brano non sia svilita a mera esibizione virtuosistica e mantenga invece un equilibrio che ne conservi la fluidità dell’ispirazione.
Il direttore d’orchestra è perciò a sua volta coprotagonista – ma quando non lo è – e Gianluigi Gelmetti, forte della sua esperienza in un repertorio sterminato, ha fornito nuova prova delle sue capacità artistiche trovando quella complicità alchemica che gli consente di smorzare il carattere impetuoso della splendida Orchestra del Verdi e contemporaneamente dare rilievo al solista.
Di Leticia Moreno, giovane e talentuosa violinista spagnola, non si può che dire bene capace com’è stata di mettere in luce le varie anime di una pagina musicale complessa e innovativa. Così l’acrobatico virtuosismo non è mai parso fine a se stesso e anzi ha impreziosito la vocazione melodica dei primi due movimenti del concerto, mentre nel terzo l’artista ha dato libero sfogo alla propria ispirazione. Temperamentosa ed elegante nella figura, mobile anche nella mimica che ha sottolineato il pathos della musica, l’artista, dopo numerose chiamate al proscenio, ha concesso come bis una meditata esecuzione dell’Adagio dalla Sonata n. 1 in sol minore di Bach.
Dopo l’intervallo è stata la volta della Quinta Sinfonia in do diesis minore di Gustav Mahler (dedicata da Gianluigi Gelmetti alla memoria di Carlo Azeglio Ciampi), compositore che – a parer mio – è stato il più grande interprete delle ansie, delle paure, delle inquietudini e delle malcelate speranze che viviamo, tutti, ogni giorno.
Neanche questa sinfonia si sottrae a quanto scritto sopra, considerato che si apre con una Marcia funebre davvero impressionante e che solo nell’Allegro finale si stempera un po’ la tensione di un brano che scava nell’intimo di chi ascolta con partecipazione emotiva e non sia solo attento alla mera esecuzione strumentale. Poi, certo, c’è la bellezza inestimabile dell’Adagietto del quarto movimento (noto anche perché inserito nella colonna sonora del celebre film Morte a Venezia, tratto dal romanzo di Thomas Mann) a fare da ciliegina su di una torta già fragrante e appetitosa di suo.
Eppure è proprio una barbarica vitalità che mi sembra il paradigma di questo monumento sinfonico e, seppure con qualche inevitabile sbavatura tipica delle esibizioni dal vivo, mi pare che Gianluigi Gelmetti abbia colto in pieno la fragile solidità della musica di Mahler, supportato da un’Orchestra del Verdi (per l’occasione allargata nell’organico) che ha temperamento, peso e colore adatti a queste pagine sofferte, ricche di scarti dinamici e agogici, dense di cromatismi.
Gelmetti dà un’interpretazione a tinte forti, drammatica e intensa di questo Mahler, profondamente diverso dalle sinfonie precedenti, e ottiene dalla compagine triestina una risposta che non esito a definire grandiosa per precisione, compattezza e bellezza di suono in tutte le sezioni.
Il pubblico, numeroso e partecipe, ha tributato un meritatissimo trionfo a Gianluigi Gelmetti e all’orchestra.
Oggi alle 18 si replica, impossibile perdersi questo concerto.

30 settembre 2016

La stagione sinfonica del Teatro Verdi prevedeva, per il terzo appuntamento, un affascinante viaggio in compagnia di tre grandi compositori russi, itinerario che copriva metaforicamente un arco temporale di quasi cinquant’anni indagando sensibilità musicali profondamente diverse tra loro.
Seguendo il fil rouge dell’anniversario shakespeariano, la serata si è aperta con l’Ouverture – fantasia da Amleto op. 67a di Čajkovskij, che vide la prima esecuzione nel 1888, dedicata a Edvard Grieg.
Si tratta di una pagina musicale sofferta e peculiare, in cui la figura tragica del Principe di Danimarca compare a tratti, in un tono lugubre e funereo appena screziato da qualche squarcio melodico più sereno affidato ai legni.
Pedro Halffter Caro ne ha data una lettura veramente drammatica e intensa, serrata nelle agogiche e al contempo sfumata nelle dinamiche, in cui gli archi gravi si sono distinti in modo particolare creando un’atmosfera di trepidante inquietudine. Impossibile non segnalare almeno la grande prova di Paola Salima Fundarò, primo oboe dell’ottima Orchestra del Verdi.
A seguire il Primo Concerto in re maggiore per violino e orchestra op. 19 di Sergej Prokof’ev, compositore poliedrico e di straordinaria inventiva qui colto in un’opera giovanile di grande fascino e, almeno a mio parere, piuttosto sottovalutata.
Il brano si caratterizza per una struttura singolare in cui, contrariamente alla tradizione più praticata, è il secondo movimento (Scherzo) a essere più virtuosistico e vivace, mentre una linea melodica piuttosto intensa e lineare sembra pervadere l’Andantino iniziale e l’Allegro moderato che chiude il brano.
Ben assecondata dall’Orchestra del Verdi, la solista Kyoko Yonemoto – che vinse nel 1997, giovanissima, il Premio Paganini – è stata protagonista di una prova artistica spaziale.
La violinista è stata sempre espressiva, diabolicamente agile nei virtuosismi, capace di un suono rotondo, pieno e bellissimo negli squarci melodici e soprattutto in continuo dialogo col direttore e con l’orchestra. Una complicità innervata da sguardi intensi, sorrisi appena accennati e piccoli gesti.
Il pubblico triestino le ha riservato ovazioni trionfali alle quali mi unisco metaforicamente da queste pagine.
Dopo l’intervallo è venuto il momento di una pagina musicale famosissima che – mi sia consentito il ricordo personale – io conobbi adolescente nei primissimi anni settanta del secolo scorso, nell’arrangiamento in stile progressive – rock della famosa band inglese Emerson Lake & Palmer.
Sto parlando ovviamente di Quadri da un’esposizione di Modest  Musorgskij, brano scritto originariamente (nel 1874) per pianoforte e ispirato da alcuni ritratti del pittore Viktor Aleksandrovič Hartmann, al quale il compositore era legato per affinità ideali e politiche.
Nel 1922 Maurice Ravel ne scrisse una straordinaria trasposizione per orchestra molto fedele all’originale, che è appunto quella che abbiamo ascoltato ieri al Verdi. In modo estremamente sintetico si tratta di un mix di musica descrittiva ed evocativa, un percorso – anche abbastanza accidentato dal punto di vista musicale – tra stili diversi e spesso contrastanti in qualche modo legati da una Promenade che si ripresenta mascherata quattro volte, a significare gli spostamenti da una sala all’altra nella galleria di quadri.
Sono rimasto davvero sbalordito dalla lettura di Pedro Halffter Caro, il quale, con gesto chiaro ed elegante, ha condotto per mano l’Orchestra del Verdi a una prestazione fantastica in tutte le sezioni, che è proprio il caso di definire da incorniciare.
Inutile – a mio parere – stare ad analizzare i singoli momenti dell’esecuzione spulciando tra gnomi, streghe e vecchi castelli, quando come in questo caso orchestra e direttore non si limitano ad assemblare note, ma fanno rivivere attraverso la musica un compositore che ha avuto una vita breve e sofferta: ieri Modest Petrovič Musorgskij era vivo e, maledizione, lottava con noi.
All’applauso liberatorio dopo l’orgiastico Maestoso della Grande porta di Kiev, che chiude questa pagina delirante, sono seguite interminabili e meritatissime ovazioni per il direttore Pedro Halffter e per la nostra formidabile orchestra.
È un concerto da cui si esce ringiovaniti, perciò non perdete la replica di questo pomeriggio alle 18.

7 ottobre 2016

Nel clima febbrile, fitto di appuntamenti e affatto peculiare che si respira a Trieste nel weekend che precede “La Barcolana” (e relativi, formidabili, problemi di parcheggio), il quarto concerto della stagione sinfonica al Teatro Verdi avrebbe potuto passare quasi inosservato. Invece, anche grazie alla buona promozione fatta attraverso i social network, la sala si presentava affollata di spettatori ed è un buon segno per un’istituzione culturale che cerca un rilancio efficace nel tessuto sociale cittadino.
Lavoro dalla genesi travagliata a dire poco, Romeo e Giulietta di Sergej Prokof’ev – consueto omaggio al Bardo – nasce come musica per balletto. In seguito a vicissitudini personali e politiche, oltre che organizzative, il compositore ne ricavò tre suite orchestrali e una trascrizione per pianoforte. La versione musicale proposta al Verdi era un mix tra la Suite n.1 e la Suite n.2.
Il brano si caratterizza per l’ampio respiro melodico di alcuni momenti, quasi in opposizione con scarti ritmici anche violenti e inaspettati.
Günter Neuhold, al ritorno a Trieste dopo il Lohengrin di una decina di anni fa, ne ha data una lettura tutt’altro che convincente, piatta nelle dinamiche e slentata, soporifera nelle agogiche. Anche l’Orchestra del Verdi non è stata impeccabile, palesando qua e là un’intonazione precaria. Un’occasione sprecata, quindi, perché questo Prokof’ev non sarà ispiratissimo ma avrebbe meritato un’esecuzione più attenta.
Dopo l’intervallo è arrivato il momento di un grande interprete dei nostri giorni, il pianista (e artista a tutto tondo) Michele Campanella, alle prese con un brano di rara esecuzione come il Concerto per pianoforte, orchestra e coro maschile op. 39 di Ferruccio Busoni.
Lo stesso autore nel 1912 ne scrisse un’Autorecensione in cui descriveva così il proprio lavoro:

«…è un’opera che tenta di riassumere i risultati del periodo della mia prima maturità e che rappresenta la sua conclusione. Come ogni opera che sorge in quest’epoca dello sviluppo, è matura per esperienza personale e si basa sulla tradizione. Non indica certo il futuro, ma rappresenta il momento della sua nascita. Le proporzioni e i contrasti sono distribuiti con cura e, per il fatto che il piano era stabilito definitivamente prima che ne incominciassi l’esecuzione, non v’è nulla in essa dovuto al caso»

In questa pagina musicale complessa, articolata e per certi versi contraddittoria, si percepiscono evidenti influenze lisztiane e brahmsiane che però non scalfiscono l’originalità creativa di Busoni ma anzi ne rafforzano la singolare inventiva e creatività che si manifesta anche nella rielaborazione di canzoni popolari. Certo, non si può negare che ci sia qualche esteriorità effettistica di troppo, quasi una voluta ridondanza soprattutto nel lungo terzo movimento e nel finale, ma si sa che Busoni fu artista estroso e controverso nell’ispirazione. Dal punto di vista prettamente tecnico si tratta di una vera e propria sfida che può essere accettata (e vinta) esclusivamente da solisti di livello eccelso.
È questo il caso di Michele Campanella, detentore di un magistero tecnico stupefacente e allo stesso tempo capace di andare oltre al mero tecnicismo.
Il Concerto si sviluppa in cinque movimenti: nel secondo (Pezzo giocoso) e nel quarto (Tarantella) le telluriche difficoltà esecutive sembrano – a un profano come me – addirittura insormontabili, mentre nei movimenti dispari una certa solenne cantabilità sembra attenuare (ovviamente è solo una sensazione) la necessità di virtuosismo.
Michele Campanella, ammirevole per classe e aplomb, attraversa tutta la partitura con leggerezza e dinamismo, con una serenità di tocco che non può essere che specchio di pace interiore.
Nell’ambito di una prestazione che non esito a definire straordinaria, ho trovato particolarmente incisiva l’esecuzione del terzo movimento (Pezzo serioso), ricco di cromatismi cangianti che ingentiliscono un’atmosfera tesa e drammatica; ottima anche l’adrenalinica Tarantella citata sopra.
L’Orchestra del Verdi è sembrata più concentrata e si è riscattata in questa seconda parte della serata e pure lo stesso Neuhold m’è parso più determinato. Forse le prove sono state dedicate più all’imponente concerto di Busoni che alla suite iniziale.
Nel Cantico finale ha fatto il suo esordio stagionale – seminascosto da un velario scuro, come da indicazioni dell’autore – il Coro maschile, preparato bene da Fulvio Fogliazza.
Alla fine il trionfo per Michele Campanella, ripetutamente chiamato al proscenio, ha fatto scordare anche qualche perplessità sulla direzione d’orchestra.
Si replica questo pomeriggio alle 18.

 

14 ottobre 2016

I finanziamenti ai teatri sembrano ubbidire – in senso lato – alla sorprendente dinamica del paradosso del gatto di Schrödinger: un giorno ci sono, il giorno dopo scompaiono o viceversa. Così è per una consistente tranche della sovvenzione prevista per il Teatro Verdi che, data per perduta un paio di giorni fa, al momento in cui scrivo sembra recuperata. La politica si palleggia la responsabilità di una situazione incerta ma una circostanza è sicura: pensare cartelloni teatrali in queste condizioni sembra più attività di pertinenza del Divino Otelma che di un sovrintendente o un direttore artistico.
Di là di queste considerazioni tragicomiche anche il quinto concerto della stagione sinfonica ha registrato un ottimo successo di pubblico, ed è sempre un piacere darne notizia.
Compositore francese atipico, d’ispirazione artistica sfuggente, Èdouard Lalo si è cimentato in molti generi musicali con alterna fortuna. La Symphonie espagnole per violino e orchestra op.21 è uno dei suoi lavori più celebri ed è dedicata a Pablo de Sarasate, leggendario violinista e compositore spagnolo.
Il brano, accattivante e intenso, si inserisce nel filone della rivisitazione del folclore musicale spagnolo cui appartiene anche Carmen di Bizet, che è infatti composizione coeva. La pagina musicale è articolata in cinque movimenti e l’orchestra ha una funzione tutt’altro che subalterna al solista.
Christopher Franklin è stato piuttosto bravo a creare il giusto amalgama tra la bravissima Francesca Dego, artista giovane ma già affermata, capace di virtuosismi ma anche di tonalità calde, mediterranee, e l’Orchestra del Verdi che è sembrata in buona serata. In particolare nel primo movimento, di stampo decisamente sinfonico, la compagine triestina ha evidenziato un suono corposo, compatto e gradevole. Magnifica la violinista, a proprio agio sia nel virtuosistico Rondò finale sia nei coloristici tempi centrali del concerto.
Nel secondo brano in programma, la rapsodia Tzigane (originariamente scritta per violino e pianoforte) di Maurice Ravel, Francesca Dego, sempre ben assecondata da Franklin e dall’orchestra, ha meravigliato già dalla lunga e impegnativa cadenza introduttiva, per poi dare sfogo a un vero e proprio show in cui ha esibito una tecnica stellare, musicalità invidiabile, un suono bellissimo screziato da qualche pertinente ombrosità adatta al brano e anche una consapevole maturità artistica.
Ripetutamente chiamata al proscenio dal pubblico festante, l’artista ha concesso due bis: la famosa Méditation dalla Thaïs di Massenet e la Seconda sonata per violino di Eugène Ysaÿe.
La seconda parte della serata è stata dedicata alla musica di uno dei Grandi del Novecento, Leonard Bernstein, qui nella veste meno nota di compositore.
Artista a tutto tondo, colto e raffinato, Bernstein amava le contaminazioni musicali e trovare (o creare) denominatori comuni tra generi diversi anche antitetici. Il successo di West Side Story, esempio preclaro di commistione tra opera lirica rivisitata in chiave moderna, musica strumentale e coreografia, lo convinse a comporre una suite orchestrale che è una selezione di alcuni brani dell’opera.
Le melodie sono diventate nel tempo molto popolari e Christopher Franklin, dal gesto forse un po’ troppo enfatico ma efficace, ne ha data un’esecuzione vibrante, incisiva, ben calibrata nelle dinamiche sfumate e incalzante nelle agogiche, supportato da un’ottima Orchestra del Verdi. In questa pagina dove convivono felicemente squarci melodici, tratti ironici e contrasti anche accesi, ho trovato di grande qualità la prestazione degli archi e degli ottoni.
Anche in questo caso direttore e orchestra sono stati festeggiati dal pubblico e, prima dell’ultimo brano in programma, Christopher Franklin ha ricordato – in italiano impeccabile – che proprio il 14 ottobre 1990 l’amatissimo Lenny ci lasciava per sempre.
L’esecuzione dell’Ouverture da Candide, operetta comica in due atti, ha forse risentito del coinvolgimento emozionale del direttore, uscendo giustamente adrenalinica ma un po’ clangorosa e ridondante.
Alla fine pubblico contento e appassionato, che ha tributato un gran successo alla serata.
Si replica oggi alle 18, da non perdere.

21 ottobre 2016

La recensione di un concerto non è certo la sede più opportuna per descrivere la genesi di una pagina musicale ma nella fattispecie credo sia utile, prima di passare alla cronaca della serata, dare qualche chiarimento in merito seppure in modo forzatamente schematico.
Lo stesso Beethoven ebbe modo di definire come <<la mia opera più compiuta>> la Missa Solemnis in re maggiore per Soli, Coro e Orchestra op.123. Ovviamente si tratta di musica sacra, ma in questo caso la definizione è estremamente limitativa, perché il percorso liturgico è solo una traccia che il compositore ha seguito per arrivare a un risultato artistico che non può essere soffocato da una tassonomia anche nobile.
La Messa è stata pensata e scritta per celebrare la consacrazione ad Arcivescovo di Olmùtz del Principe Rodolfo D’Asburgo, che di Beethoven fu mecenate e amico.
Il compositore iniziò questo lavoro monumentale nel 1818 e nel 1824, quando la Messa fu eseguita per la prima volta a San Pietroburgo, era ormai completamente sordo e si racconta che si accorse del trionfo ottenuto solamente perché il pubblico sventolò dei fazzoletti bianchi.
Dal punto di vista dell’ispirazione compositiva, credo non sia blasfemo affermare che la Missa Solemnis sia una specie di rielaborazione e ripensamento della musica sacra scritta sino a quel momento, una pagina musicale che oscilla tra una religiosità tradizionale quasi tranquillizzante e una spiritualità più profonda, laica e forse proprio per questo motivo più potente. Meglio di così non so dire.
Più classica sembra, invece, l’architettura formale che si dipana in cinque parti: Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus-Benedictus e Agnus Dei.
Non è un caso che ovunque, in Italia e all’estero, questo capolavoro sia programmato con notevole parsimonia: presenta infatti oggettive difficoltà di esecuzione, soprattutto perché richiede l’impiego di cantanti di livello, un coro nutritissimo (a Trieste è venuto “in soccorso” il Coro della Filarmonica Slovena), un eccellente violinista per l’assolo del Benedictus e un direttore capace di trovare l’amalgama tra tutti questi elementi e l’orchestra in una partitura monumentale e ardua da gestire, in particolare nel diabolico (absit iniuria verbis) contrappunto delle fughe.
Ieri sera Gianluigi Gelmetti, concentrato ed essenziale nel gesto, è riuscito splendidamente ad assemblare questa specie di puzzle inestricabile e a restituire liquida, scorrevole, emozionante una pagina che segna un punto fermo non solo del repertorio sacro ma nella musica in generale.
Ovviamente i meriti sono da dividere con il Coro, che qui è protagonista in una pagina irta di difficoltà tecniche e spossante anche dal punto di vista fisico, con le interminabili fughe del Gloria e del Credo. Inoltre, come segnalato all’inizio, al Coro della fondazione triestina si è unito quello della Filarmonica Slovena di Lubiana e perciò a maggior ragione vanno lodati Fulvio Fogliazza e Martina Batich, che hanno preparato le due compagini.
Eccellente Stefano Furini, Konzermeister dell’Orchestra del Verdi, nel suo paradisiaco assolo nel Benedictus, che è stato uno dei momenti magici della serata per lo straordinario affiatamento con i solisti.
Tra i cantanti, tutti da elogiare anche per la sobrietà e l’eleganza del portamento (non è scontato) ho trovato in forma smagliante il mezzosoprano Marina Comparato, che negli anni ha acquisito consapevolezza dei propri mezzi e ultimamente ha impreziosito la voce di sfumature ambrate che ne ampliano la gamma espressiva.
Bravo Giovanni Sebastiano Sala, dalla franca e robusta vocalità schiettamente tenorile, di cui ho apprezzato l’emissione omogenea e pulita. Dopo un inizio un po’ cauto si è ben disimpegnata anche il soprano Hye Myung Kang, che ha sfoggiato fiati lunghi e colore accattivante oltre che acuti lucenti. Solenne e autorevole è sembrato anche Giorgio Giuseppini, in una parte assai impegnativa per il registro vocale di basso.
Ma torniamo a Gianluigi Gelmetti, il quale ha avuto come primo merito la cura certosina nel calibrare le dinamiche di una partitura densissima, in cui basta poco per sommergere coro e cantanti e trasformare in un flusso di suono magmatico e incontrollabile una pagina musicale che è invece raffinata e intima. Ne è uscita un’interpretazione fluida, meditata nelle agogiche e rispettosa dei solisti che il direttore ha sostenuto ininterrottamente col gesto e con lo sguardo.
L’Orchestra del Verdi, che a mio parere sta crescendo a vista d’occhio, ha risposto con efficacia e dedizione e ha brillato in tutte le sezioni portando a termine una prestazione di assoluto rilievo che ha avuto il punto più alto nell’Adagio dell’Agnus Dei.
Il teatro era affollato e il pubblico ha seguito con trepidazione il concerto, premiando alla fine tutti con applausi intensi e numerose chiamate al proscenio.
Si è chiusa così una stagione sinfonica breve, concentrata, ma interessante nelle scelte e soprattutto eccellente negli esiti artistici.
È stata anche l’occasione per salutare il Maestro del Coro Fulvio Fogliazza, festeggiato da tutti, che ha concluso la sua proficua collaborazione col Teatro Verdi. Al suo posto è stata ingaggiata Francesca Tosi, che sarà al lavoro già dall’imminente La serva padrona di Paisiello programmata per la prossima settimana.
La Missa Solemnis si replica oggi alle 18, invito tutti a partecipare.

 

25 novembre 2016: Rigoletto

 

Uno degli indici di popolarità di un’opera lirica è sicuramente il segno che ha lasciato nell’immaginario collettivo nel corso dei secoli. In questo senso Rigoletto di Giuseppe Verdi, prima opera della cosiddetta trilogia popolare è una specie di landmark: titoli di arie o frasi tratte dal libretto come La donna è mobile, Sì vendetta, tremenda vendetta, Cortigiani vil razza dannata sono tracimate dal contesto originario del libretto di Francesco Maria Piave e sono diventate – anche inconsapevolmente – patrimonio del linguaggio comune. Certo, più nei decenni scorsi che ai nostri tempi, ma resta che in quel non luogo che è il teatro Rigoletto è da sempre tra le opere più rappresentate in tutto il mondo e identifica, forse solo al pari di La Traviata, la musica del compositore italiano più noto.
Il Teatro Verdi di Trieste non fa eccezione, tanto che solo dal dopoguerra a oggi sono stati ben undici gli allestimenti del capolavoro verdiano, il che significa una produzione ogni cinque anni.
Eppure questa musica che oggi in molti, specialmente tra i melomani, danno per scontata, ai tempi del debutto è stata considerata rivoluzionaria perché in qualche modo si allontanava dalla tradizione consolidata, che concepiva la lirica esclusivamente come espressione di pura vocalità. Le critiche del tempo sono lì a testimoniarlo. La rivoluzione verdiana sta proprio nella novità della concezione teatrale, che vede la melodia strettamente legata alla drammaturgia. Una simbiosi perfetta che si esplicita, per esempio, con i tanti duetti.
Michele Girardi nel suo saggio per la Fenice rileva come:

 “la figura (di Rigoletto) venga definita all’interno di un sistema di relazioni col mondo intimo dei propri affetti, in aperta dialettica col mondo esterno in cui talora si specchia”

Il che è certamente vero, ma è anche indiscutibile che Rigoletto è costretto a rifugiarsi nel privato perché riconosciuto dal mondo esterno come diverso, in ragione della sua difformità fisica. Verdi è il compositore del diverso: si pensi al meticcio Alvaro, al “negro” Otello, percepiti all’esterno con sospetto per il colore della pelle o addirittura alla prostituta Violetta, alla zingara Azucena.
Alla fine si può ben dire che Rigoletto, nonostante i numerosi duetti – che implicano interazione e quindi potenzialmente affinità elettive tra i personaggi – sia opera d’incomunicabilità e di claustrofobia dei sentimenti. I dialoghi sono improduttivi con la figlia Gilda, sono assenti col Duca e improntati alla rabbia o alla frustrazione con i cortigiani. L’unico personaggio col quale Rigoletto interagisce realmente è Sparafucile, il sicario.
Oggi, nel 2016, Rigoletto ci parla ancora? Certo, perché come brillantemente intuiva Alberto Moravia:

“I personaggi di Hugo sono prima che uomini, uomini del medioevo e del rinascimento e pertanto sono oggi illeggibili o non rappresentabili. Verdi, lui, non credeva affatto nella storia né come evasione né come ricostruzione. I suoi personaggi sono fuori della storia anche se sono in costume.
Così ci interessano tutt’oggi appunto perché sono prima di tutto uomini, e poi uomini del medioevo e del rinascimento.”

L’allestimento scelto per il vernissage della stagione triestina proviene dall’Opéra di Montecarlo ed è firmato da Jean-Louis Grinda e qui ripreso da Vanessa d’Ayral de Sérignac.
Si tratta di una produzione tradizionale, non priva di qualche spunto interessante (e di qualche banale ingenuità, inguardabili i figli del Duca a sipario chiuso) ma che sostanzialmente non riesce a scrollarsi di dosso una certa sensazione di déjà vu, soprattutto nella scena della festa iniziale – di gusto discutibile in particolare nei costumi firmati da Rudy Sabounghi – e più in generale nell’intero primo atto. Un po’ più originale pare lo spettacolo nel prosieguo, soprattutto nel cupo terzo atto in cui si compie il terribile finale. Le scene, anch’esse curate da Sabounghi, sono improntate a un cauto minimalismo non disprezzabile e ben supportate dalle luci (Laurent Castaingt) che danno tridimensionalità agli spazi più schematici. Voglio dire che – a mio parere – manca all’allestimento quella scintilla che lo caratterizzi con un’identità precisa e, soprattutto, deficita la volontà di indagare tra le pieghe dei tumultuosi rapporti tra i personaggi, arrendendosi a una didascalica, generica e perigliosa aderenza al testo del libretto che fa passare in secondo piano anche un’impalpabile trasposizione temporale della vicenda.
Le cose vanno meglio dal punto di vista musicale, a cominciare dalla sobria e meditata direzione di Fabio Maria Carminati il quale ripulisce la partitura da incrostazioni di becera tradizione (soprattutto acuti del protagonista, strette clangorose e volumi orchestrali troppo sanguigni) e rivolge un’attenzione quasi cameristica al dramma privato di Rigoletto. Non è una visione che piacerà a chi crede fermamente al falso mito nazional popolare di Verdi che pianse e amò per tutti, ma le dinamiche sfumate e le agogiche calibrate, oltre che l’attento accompagnamento ai cantanti, ci hanno restituito una narrazione armoniosa di una partitura complessa in tutta la sua dirompente carica drammatica.
La compagnia di canto è sembrata omogenea e affiatata.
Sebastian Catana è stato un buon Rigoletto, e in linea con la direzione d’orchestra è sembrato privilegiare più l’aspetto del padre umiliato che quello del vendicatore assetato di sangue. Buono il fraseggio, discreto il volume, appropriata – senza eccessi – la recitazione.
Gilda era il soprano Alexandra Kubas-Kruk e la sua interpretazione non si è scostata molto dalla tradizione, che vede la figlia di Rigoletto come una bambolina ingenua e un po’ stucchevole negli atteggiamenti. La voce ha mostrato qualche fissità di troppo, soprattutto nel terzo atto, ma l’artista si è fatta apprezzare per alcune messe di voce e per i trilli dell’aria nel finale del primo atto (Caro nome).
Antonino Siragusa è artista di livello superiore, canta benissimo, supera senza problemi tutte le numerose insidie della parte – bellissima, tra le altre cose, la sua esecuzione accorata del duetto nella dodicesima scena del primo atto con Gilda, con la dolcissima frase E il sol dell’anima, la vita è amore – e inoltre è sembrato, nonostante fosse al debutto, completamente padrone della scena. La voce corre in sala che è un piacere, gli acuti sono folgoranti ma, sia chiaro a mio parere, il timbro molto chiaro non è del tutto adatto alla sensuale, cialtronesca rapacità di un seduttore seriale. Detto questo, avercene di tenori del suo livello a ogni recita.
Buona la caratterizzazione del basso Giorgio Giuseppini, voce ampia e solida, nei panni del sicario Sparafucile. Brava anche Antonella Colaianni, una Maddalena meno sguaiata nel canto e nella recitazione di quello che spesso ci tocca vedere con una certa angoscia.
Apprezzabile Franco Luli, Conte di Monterone giustamente sanguigno e rabbioso.
Tutti i comprimari, con l’eccezione di un grossolano Fumiyuki Kato (Marullo), sono da elogiare: Motoharu Takei (Borsa), il sempre bravo Giuliano Pelizon (Conte di Ceprano), l’elegante Simonetta Cavalli (Paggio), Kaouruko Kambe (Contessa di Ceprano) e la brava Namiko Kili (Giovanna).
L’Orchestra del Verdi, che ha carattere e predisposizione genetica per questo repertorio, è sembrata in ottima forma con archi e legni in particolare evidenza. Molto bene anche il Coro, impegnato anche dal lato scenico e preparato da Francesca Tosi.
Il pubblico della prima, solitamente compassato per non dire letargico, ieri è sembrato particolarmente vivace, applaudendo a scena aperta alcune arie e decretando un gran successo allo spettacolo.
Il teatro era gremito ed è una splendida notizia.
Concludo, mi scuserete, con una notazione personale.
Questa è l’ultima recensione che firmo per La Classica Nota, una creatura che ho amato moltissimo e che mi ha dato tante soddisfazioni e anche qualche amarezza.
Per fortuna la musica NON finisce mai.
Sipario.

Un saluto a tutti.

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