Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Divulgazione semiseria della musica lirica: Evgenij Onegin di Pëtr Il’ič Čajkovskij al Teatro Verdi di Trieste

Comincia venerdì prossimo la stagione lirica del Teatro Verdi di Trieste, e lo fa con un’opera bellissima: Evgenij Onegin di Pëtr Il’ič Čajkovskij.
Deve essere molto adrenalinica l’occasione di ri-cominciare una stagione in teatro, ci avete mai pensato? I preparativi, i casini vari, gli inconvenienti, i famosi finanziamenti di Schrödinger che vanno e vengono come guidati da quel mago perverso e ignorante che si chiama Stato. E poi, come per incanto, quei maghetti buoni che sono gli artisti impegnati nella produzione e i dipendenti del teatro fanno sì che lo spettacolo cominci. Così il censore di turno, nell’esercizio delle sue finzioni tra velluti rossi e la grande bellezza di un teatro all’italiana può distruggere tutto con quattro righe scritte alla membro di segugio.
Meglio non pensarci, accidenti, quella del critico musicale deve essere un’attività infame e paramalavitosa (strasmile).

Voglio un dramma interiore forte, basato su situazioni e conflitti che ho provato e visto, che mi tocchino sul vivo.   (Pëtr Il’ič Čajkovskij).

Basterebbe questa frase del compositore, forse, per spiegare tutto. Ma, come sapete, sono cocciuto e ho un gran talento per complicare le cose semplici con le mie elucubrazioni.

Evgenij Onegin è stata concepita da Čajkovskij in un periodo particolarmente tormentato di una vita che, a dire il vero, troppo serena non credo sia mai stata. Reprimere o addirittura negare la propria natura non è mai una buona idea e il buon Pëtr faceva resistenza alla propria omosessualità. Non è cosa da poco.
L’idea per il lavoro teatrale gli fu suggerita da una dama, cantante al Bolshoi, durante una festa. Elizaveta Lavrovskaja, così si chiamava la gran signora, propose al compositore di prendere in considerazione un romanzo in versi di Aleksandr Sergeevič Puškin per trarne un’opera lirica.
Di primo acchito Pëtr non ne fu troppo convinto, ma poi trovò – per nostra fortuna – l’ispirazione e le motivazioni per mettersi al lavoro. Una fatica che, in qualche modo, ha trovato energia anche da un intreccio quasi autobiografico, un’immedesimazione tra finzione teatrale e letteraria e vita reale in cui non mi inoltro per brevità.
E ciò che c’è dentro Evgenij Onegin è un grande Čajkovskij, quello che colpisce direttamente al cuore, che alla fine è ciò che conta, di là delle consuete speculazioni intellettualoidi che invece servono solo per far vedere che Oh io di musica ne capisco tanto, atteggiamento che detesto e pur così diffuso tra melomani e critici più o meno informati.
Basterebbe la celeberrima scena della lettera (una delle tante del melodramma, che declina questo topos in tanti modi diversi) per definire Evgenij Onegin un capolavoro immortale. Ma c’è ovviamente, molto altro. Io, per esempio, trovo entusiasmante la prima scena che descrive uno spaccato vividissimo di una vita familiare serena e lascia intravvedere sullo sfondo il bagliore ancora incerto del temporale che sta arrivando.
E poi, certo, l’aria di Lenskij, di cui ci sono testimonianze di interpretazioni straordinarie di cantanti storici. Ne ho scelto uno, ma è stata una sofferenza durissima e sì, è in tedesco. Non per stupido snobismo, ma perché io Lenskij lo immagino così: nobile, orgoglioso, ammaliante e giovane nella voce e nel temperamento con tutte le sue debolezze.

Ma, dicevo, non si può e non si deve valutare un’opera come Evgenij Onegin da una singola scena: è l’impianto generale che è davvero formidabile e rappresenta uno spaccato straordinario di quella grande nazione che è stata la Russia dei tempi di Puškin e Čajkovskij. Vi si ritrovano gli stessi microclimi che possiamo vivere in Dostoevskij, Tolstoj o addirittura Gogol’ (penso a Triquet, ma non solo, per chi ha letto i Racconti di Pietroburgo).
I caratteri sono tratteggiati in modo spettacolare: l’umbratile e incostante Onegin (baritono), la sensuale Tat’jana (soprano) – personaggio che “cresce” con lo svolgersi dei fatti -, il giovane Lenskij (tenore), ardente e allo stesso tempo introverso. Tutti i protagonisti sono gratificati da almeno un’aria ma quello che conta è appunto la tinta malinconica, a tratti solare e allo stesso tempo quasi brutale della musica che rappresenta il turbinio di sentimenti che pervade l’opera.
Coro e orchestra sono ugualmente protagonisti di primo piano, alle prese con una partitura raffinatissima che spazia dal folclore più genuino al valzer e alla polka.
Insomma, da non perdere, fidatevi.
Un saluto a tutti, alla prossima!

2 risposte a “Divulgazione semiseria della musica lirica: Evgenij Onegin di Pëtr Il’ič Čajkovskij al Teatro Verdi di Trieste

  1. petrossi 16 novembre 2017 alle 9:05 PM

    Solo una nota sulla difficile analisi musicale dell’opera, che sto cercando di capire: https://www.rodoni.ch/OPERNHAUS/onegin/bellingardi3.html . Sono contento della ripresa della tue recensioni sulla lirica a Trieste.

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