Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Allestimento bulgaro per Evgenij Onegin al Teatro Verdi di Trieste

È partita la stagione lirica triestina e siamo tutti contenti. Io però, come cerco di spiegare nel dettaglio nell’articolo, vorrei vedere anche a Trieste un altro tipo di teatro. Non più bello, non più moderno o altro: semplicemente più vivo. Non bulgaro nella peggiore delle accezioni del termine appunto, sia detto senza offesa.
Quest’anno con gli allestimenti sarà durissima, lo sento (strasmile).

Di questi tempi quando si apre una stagione lirica prevalgono subito due sensazioni: di gioia in primis, come succede a chi scampa a un pericolo, e in seconda battuta di gratitudine per coloro che hanno reso possibile il ripetersi della magia del teatro e cioè gli artisti impegnati nella produzione e tutti i dipendenti della fondazione triestina.
Poi però bisogna fare i conti con gli esiti artistici della prima, com’è giusto che sia ed è qui che , qualche volta, affiorano le prime criticità.
Evgenij Onegin, opera scelta per il vernissage del cartellone del Verdi di Trieste, è un lavoro che si colloca nel pieno del Romanticismo sia per la fonte letteraria – il romanzo breve o novella di Puškin – sia per l’ispirazione di Pëtr Il’ič Čajkovskij, che dalla temperie tardoromantica fu metaforicamente travolto.
L’allestimento proposto arriva dal Teatro dell’Opera di Stato di Sofia e si può definire con un aggettivo abusato – tradizionale –  che, nel campo della regia lirica, tende a identificare gli spettacoli “che seguono le indicazioni del libretto”. Per molti un karma irrinunciabile, per altri la morte del teatro, come efficacemente sostiene Elvio Giudici da decenni, quando scrive che oggi il teatro è regia oppure non è, limitandosi a essere lettura del testo.
La regista Vera Petrova infatti si limita a trovare un escamotage (peraltro non proprio freschissimo come ispirazione) per introdurre la vicenda: Onegin sogna e ricorda il passato. Ma, in questo caso, non è tanto il vissuto a essere ingombrante bensì la figura di Onegin, che in modo didascalico e stucchevole introduce le scene dell’opera seduto a una scrivania con lo sguardo, appunto, sognante e malinconico tenendo in mano e strofinando il nastrino della famosa lettera che gli scrisse Tat’jana, oppure passeggia torvo e tenebroso al proscenio mentre un velario – che vorrebbe separare il sogno dal ricordo, o dalla realtà –  nasconde gli sfarzosi (si fa per dire) ambienti delle feste. Oppure, peggio, mentre Tat’jana è impegnata in una delle più emozionanti scene della storia dell’opera (l’aria della lettera) distoglie l’attenzione con la sua presenza del tutto inutile.
La recitazione è in linea con il contesto, tale da far pensare all’improvvisa apertura di un cunicolo spazio temporale che riporti tutti indietro di mezzo secolo. I costumi (Steve Almerighi) sono appropriati, rassicuranti e scontatissimi come le scene (Alexander Kostyuchenko), esemplari nella loro monumentale prevedibilità. Per le proiezioni, invece, spendo volentieri l’aggettivo brutte.
Liberi tutti, ovviamente, di apprezzare un allestimento che, almeno, si fa apprezzare per un’artigianale professionalità.

Fabrizio Maria Carminati, all’esordio nell’opera e ben noto a Trieste dove ha raccolto consensi unanimi negli anni scorsi, ha confermato il suo feeling con il palcoscenico triestino.
La sua lettura è stata scabra, asciutta e al contempo innervata di una tensione drammatica che ha esaltato la vigorosa e lapidaria teatralità della partitura. Perciò niente fortissimi spaccatimpani o rallentando gigioneschi e ruffiani, che sono antitetici alla musica di un compositore raffinatissimo e riservato. Sì invece a dinamiche sapientemente sfumate, a chiaroscuri suggestivi ma non sdolcinati e zuccherosi e agogiche improntate a una fluida agilità. Ottimo l’accompagnamento ai cantanti, un supporto costante – soprattutto per il giovane soprano protagonista – che si è rivelato l’arma vincente della buona riuscita complessiva dello spettacolo.

Valentina Mastrangelo, che ha una formazione belcantistica e vanta un premio al Concorso lirico internazionale di Portofino, è stata una Tat’jana corretta vocalmente ed emotivamente partecipe ma allo stesso tempo ancora acerba – e non potrebbe essere diversamente –  dal punto di vista della maturità artistica. Quella maturità che consente di impossessarsi del personaggio, scuoterlo dentro di sé e restituirlo in un’interpretazione personale, magari indagando tra le pieghe di un carattere complesso.
In ogni caso, aiutata anche da una bella presenza scenica e da una sorvegliata recitazione, il soprano, che vanta una voce bella e luminosa, musicalità e una linea di canto omogenea, è stata protagonista di una buona prestazione che il pubblico ha premiato con un lungo applauso a scena aperta dopo la già citata scena della lettera.

Cătălin Ţoropoc era nei panni dell’ambiguo e incoerente Onegin e, seppure con qualche forzatura e un’intonazione non sempre ineccepibile, mi è sembrato piuttosto convincente per quanto la sua interpretazione abbia privilegiato la parte più visibile ed epidermica del personaggio. Il baritono ha un gran vocione di timbro scuro, che ben si adatta a una parte di dandy pentito, ombrosa e torva. Buona anche, nei limiti di una regia poco fantasiosa, la recitazione e notevole l’impatto scenico.

Incisiva la prestazione di Tigran Ohanyan, Lenskij tormentato e temperamentoso, ben risolto con un canto sfumato e un analitico fraseggio che hanno fatto passare in secondo piano una presenza scenica non esattamente travolgente. Molto ben riuscita la famosa aria Kuda, kuda interpretata con gusto e passione.
Di buon livello il resto del cast, a partire dalla bravissima Anastasia Boldyreva, Ol’ga spensierata ma non petulante, il cui maestoso timbro contraltile si è ben amalgamato nella scena iniziale con la sorella Tat’jana.
Nobile e autorevole Vladimir Sazdovski nei panni dell’austero Principe Gremin, titolare della bella e difficile aria Lyubvi vsye vozrasti.
Brave anche i mezzosoprani Giovanna Lanza, Larina composta e misurata, e Alexandrina Marinova Stoyanova-Andreeva, Filipp’evna, la balia  accorata e partecipe. Buona la caratterizzazione dello stralunato Triquet da parte del tenore Dmytro Kyforuk ed efficaci Hiroshi Okawa (Capitano) e Roberto Gentili (Zaretskij).
Ottimo il rendimento del Coro preparato da Francesca Tosi e brillante l’Orchestra del Verdi capace di un suono bello, ricco e rigoglioso, con archi e legni in evidenza particolare.
Il pubblico, molto numeroso, ha accolto con grande entusiasmo lo spettacolo. Alle singole tanti applausi per tutti e in particolare per Cătălin Ţoropoc, Valentina Mastrangelo e Fabrizio Maria Carminati.


5 risposte a “Allestimento bulgaro per Evgenij Onegin al Teatro Verdi di Trieste

  1. Giuliano 19 novembre 2017 alle 6:45 PM

    beh, bulgari erano Christoff, Ghiaurov… anche Ghena Dimitrova, sono tantissimi i grandi cantanti bulgari ed è bello sapere che la tradizione continua

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    • Amfortas 20 novembre 2017 alle 9:20 am

      Giuliano, ciao. Sì la scuola slava ha sfornato cantanti fantastici e in generale ammiro tantissimo la preparazione artistica globale della scuola dell’Est europeo. Ricordo che nel 2009, nel precedente allestimento dell’Onegin qui a Trieste, gli artisti del coro oltre a cantare ballavano benissimo. In questo caso, dal punto di vista vocale la migliore era l’italianissima Valentina Mastrangelo.
      Ciao Giuliano e grazie per la tua costanza 🤣

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  2. petrossi 21 novembre 2017 alle 2:24 PM

    Il Loggione ha detto “Sì”. Abbracci tra le/i vicine/i re-incontrate/i dopo la pausa. Buona predisposizione per la musica che è comunque bellissima. Una edizione che ha coinvolto più della precedente. Un esempio: dopo gli spari del duello scarsi o nessun applauso, ma solo perché la birbonata dei due maschietti in scena aveva tolto il fiato (ci si è rifatti alla fine dell’opera). Brava Valentina, anche nelle mezze voci (da cui si giudica spesso la qualità dei cantanti). Non ci sono state lamentele su Onegin sempre presente (pur a Bergenz abbiamo visto in TV un Puccini-Calaf onnipresente). Una nota personale sulle scene, in particolare sugli specchi, che sempre dicono qualcosa: racchiudono uno spazio intimo, aperto ai villici, all’inizio; chiudono Tatiana come in una gabbia opponendosi agli alberi dell’alba dopo la “Lettera”; paralleli e scenografici in casa del Principe, segno di una vita ormai di “apparenza”. Un’opera infine sulle donne, il loro desiderio di amare, ballare, essere leggere ma che alla fine in quella società devono rassegnarsi al tran-tran, unica sicurezza e consolazione.

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    • Amfortas 21 novembre 2017 alle 4:42 PM

      Furio, ciao. Molto bello il tuo commento, sentire le opinioni di altri appassionati è sempre un bene. Non sono d’accordo con il paragone del precedente allestimento, io lo trovai molto più godibile, ma non ha importanza 🙂
      La Mastrangelo ha ottimi mezzi e per lei l’auspicio è il solito che si fa per i cantanti giovani e cioè che non si faccia travolgere dalle richieste dell’agente e non faccia il passo più lungo della gamba. In generale, come ho detto nella recensione, sono per un teatro più attento al significato che al significante, ma anche questo ha poca importanza.
      Ciao e grazie!

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