Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione espressa e morigerata di Andrea Chénier al Teatro alla Scala di Milano: vince Riccardo Chailly, perde il teatro lirico.

Repetita iuvant.
Questa recensione è frutto della visione televisiva della prima scaligera, perciò attenzione: solo dal vivo uno spettacolo può essere valutato in modo completo, per ragioni tanto evidenti che non sto neanche a elencare. Detto questo, andiamo avanti.
Anche quest’anno soffro di recensione praecox, non c’è nulla da fare. Insomma mi espongo un po’ ma è tradizione di questo blog sgravare una recensione espressa, cotta sul momento.
Andiam, incominciaaaaaaaaaate (dai, è una citazione facile e mi si addice, strasmile).eyvazov_netrebko-kZT--1280x960@Web
Mario Martone, regista non nuovo al teatro lirico, firma questo allestimento che rientra in quella categoria, assai vasta, di messinscena sostanzialmente tradizionali che, a mio modo di vedere, oggi hanno uno scopo solo: quello di evitare i fischi alla prima di un’occasione importante come l’apertura della Scala.
Altro non vi saprei narrare (anche questa è facile, su) ma credo di poter fare sfoggio di tutti quegli aggettivi paraculi e un po’ cimiteriali che si adoperano in queste circostanze: pertinenti i costumi di Ursula Patzak, appropriate le luci di Pasquale Mari e addirittura – scusate – coerenti con l’idea registica le scene di Margherita Palli. Non parliamo poi del funzionali riferito alle coreografie di Daniela Schiavone.
La sagra della banalità, il festival della tristezza come banale, privo di slancio e già morto mi è sembrato questo allestimento di cui, con ogni probabilità, ci scorderemo presto e che, al solito, la regia televisiva non ha certo aiutato.
Credo che nel 2017 si possa pretendere un minimo di approfondimento psicologico sui personaggi, per quanto monolitici siano i caratteri rappresentati. O, perlomeno, io non mi accontento del vecchio espediente dei tableau vivant che si animano quando è il momento e poco più.
Il teatro, quello vero, deve andare contro i gusti della maggioranza, non cercare di blandirla.
Diverso, invece, il discorso che riguarda il direttore Riccardo Chailly il quale, a mio parere, è stato protagonista di una prestazione maiuscola ben coadiuvato da una brillantissima Orchestra della Scala.
Andrea Chénier non è opera facile da dirigere, tutt’altro, perché il pericolo del clangore e della superficialità è sempre lì pronto a spuntare. Chailly però evita di gonfiare troppo il suono aggiungendo retorica a una partitura che di suo è già ampollosa e, anzi, ne smorza l’enfasi rendendola solo eloquente. E, tra l’altro, mi è sembrata ben più narrativa e teatrale dello scontato allestimento di Martone.
Per quanto riguarda i singoli spendo volentieri immediatamente parole di elogio per tutte le seconde parti, a cominciare da Carlo Bosi (Incredibile) e Gabriele Sagona (Roucher): due grandi artisti.
Molto bravi anche tutti gli altri: Judit Katasi (Madelon), Annalisa Stroppa (Bersi), Mariana Pentcheva (Contessa di Coigny), Costantino Finucci (Fléville), Francesco Verna (sanculotto), Ginaluca Breda (Fouquier), Manuel Pierattelli (Abate), Romano Dal Zovo (Schmldt) e Riccardo Fassi (Maestro).

Ottimo il Coro della Scala.

Nella parte di Andrea Chénier si è difeso con sufficiente dignità Yusif Eyvazov (è offensivo già chiamarlo Signor Netrebko), la cui emozione era palpabile anche in televisione. Certo deve gestire uno strumento che è fondamentalmente di seconda categoria per quanto riguarda il timbro, decisamente ingrato e affetto da un vibratone molto fastidioso. Si sforza però di alleggerire e stemperare toni troppo accesi e, a mio modestissimo parere, non sfigura. Tutto questo non lo rende però un tenore da prima alla Scala. Non ne ha né i mezzi tecnici né l’allure artistica.
Bravo Luca Salsi, che è un artista coscienzioso e dotato di una voce bella per colore e ampia, che gestisce con fermezza. Credo che oggi sia uno dei migliori e più affidabili baritoni sulla piazza. La parte di Gérard credo gli si addica molto perché Salsi può esprimere un’innata empatia e comunicativa.
Dal mio punto di vista è risultata deludente ma non insufficiente Anna Netrebko, la quale ha palesato i consueti problemi di intonazione e gli altrettanto cronici guai di pronuncia. Di là di questo mi è sembrata non troppo convinta nella caratterizzazione di una donna temperamentosa e dolce, che in teoria dovrebbe starle a pennello. Peraltro nella famosa aria e nel finale è venuta fuori la classe dell’artista di rango superiore.
Il pubblico si è diviso sugli esiti artistici, dispensando applausi ma anche molti fischi.

E ora via agli insulti (strasmile)!

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44 risposte a “Recensione espressa e morigerata di Andrea Chénier al Teatro alla Scala di Milano: vince Riccardo Chailly, perde il teatro lirico.

  1. principessasulpisello 7 dicembre 2017 alle 8:52 pm

    Insieme gradevole, anche se a tutti mancavano incisività e convinzione. Anche il bravissimo direttore è stato, in certi momenti, un po’ lento. Insomma, come dico sempre io, la lirica non ha più “le palle”.

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  2. Anita 7 dicembre 2017 alle 9:12 pm

    Non so niente di tecnica, quindi non mi esprimo, pero’ questo Chenier mi ha emozionata. Vale in un’opera lirica la passione che riesce a trasmettere un cantante? Io credo di si’. Chi e’ piu’ preparato di me sicuramente avra’ molte obiezioni sull’interpretazione di quel sensibile ed emotivo Yousif, pero’ io ho percepito l’anima di Chenier molto piu’ nella sua interpretazione che nelle altre che conosco. Se ha senso parlare di anima in una critica musicale, questa e’ una critica. Altrimenti, strasmile😊

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  3. don jose 7 dicembre 2017 alle 9:44 pm

    Grande Amfortas!!! Abbiamo visto la stessa opera!!!!Per Anna non è sufficiente una grandissima mamma morta,Yusif porta a casa un buon quarto atto,Luca l’unico in parte.D’accordissimo con te su Martone e c.,un po’ meno su Chailly…ma devo risentirti dal vivo!!!

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  4. petrossi 7 dicembre 2017 alle 10:41 pm

    Martone è quello del film “Noi credevamo” (il regista ha detto che la ghigliottina è la stessa usata nel film): un film rigorosamente in costume, ma in cui la rivoluzione che mangia i suoi figli o li trasforma in “più realisti del re” ha sempre un riferimento ala storia contemporanea. In “Andrea Chénier” il copione è già scritto e il regista vuole solo proseguire il suo discorso. Nella scena iniziale le belle statuine sono accompagnate da figure irridenti in alto, negli specchi semitrasparenti, specchi deformanti, come tali interpreti di una realtà deforme. Così la ridicola processione dei grandi della rivoluzione che inizia e finisce con le teste tagliate allude ai movimenti idealisti che iniziano e finiscono con il tagliare teste. I movimenti del “popolo” assomigliano a quelli delle opere russe, un popolo oscillante tra “viva!”, “morte!” e “me ne frego!”. La vecchia Madelon è ridimensionata nel segno di una regia per nulla romantica (come per nulla romantico era il film) e sostanzialmente verista. Difficile essere regista, ma Martone non credo abbia ammiccato al pubblico per non prendere fischi, semplicemente prosegue un suo discorso, filmico più che operistico, ma coerente. Certo regie che ho visto recentemente su youtube, come la Tosca “DI” Calixto Bieito mettono in crisi, ma non è che per questo mi diano di più, mentre magari il Boris “DI” Graham Vick al Mariinsky nel 2012 in abiti moderni, che allude alla caduta del comunismo e alla nascita dei nuovi Zar mette in crisi ma mi dice di più. Per direttore, orchestra, voci e coro concordo sul piano tecnico con la tua recensione.

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    • Amfortas 8 dicembre 2017 alle 9:21 am

      Furio, ciao. Conosco bene Martone – o meglio, i suoi lavori – e ne ho stima. Cinema e opera hanno due linguaggi diversi e, a mio parere, il taglio cinematografico è un’ottima soluzione per risolvere una regia lirica. Però come già fece lo stesso Martone nella Cena delle Beffe, inventando, e non proseguendo un discorso.
      In ogni caso il tuo è un ottimo intervento, come sempre.
      Ciao e grazie.

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  5. fausta68 7 dicembre 2017 alle 11:29 pm

    Avevo paura di essere la sola a dissentire un po’ sull’Andrea Chenier di oggi alla Scala.
    La ripresa televisiva non mi è piaciuta, troppe riprese dall’alto e non ho capito il senso degli specchi deformanti …
    Sicuramente la televisione deforma un po’ le voci ma – forse perchè avevo sentito parlare della voce di Yusif come eccezionale – mi ha deluso, mi è piaciuta di più la moglie. Bravissimo per me Gérard.
    Comunque l’Andrea Chenier mi piace molto e me la sono cantata tutta…

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    • Amfortas 8 dicembre 2017 alle 9:26 am

      Fausta, ciao. Anch’io so a memoria lo Chénier 🙂
      Come ho appena detto a Roberto il teatro va visto in teatro e perciò qualsiasi ripresa televisiva snatura peggiorando uno spettacolo. Sui cantanti è più facile valutare, soprattutto se sono, come in questo caso, artisti già ascoltati dal vivo.
      Ciao e grazie.

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    • Antonio de Rossi 8 dicembre 2017 alle 1:36 pm

      ..la voce di Yusif “eccezionale….”..è vecchia fiaba che ancor la beve il popolo” (ma forse ieri sera è stato meno peggio lui della consorte che l’ha voluto)!. Salsi (Gerard) non ha la grossa voce per essere un baritono verista e si sono sentite delle stonature e delle frasi calanti al secondo atto. Insomma, tutto da rifare per un vero Andrea Chenier. Regista e Direttore compresi!! Cordialità.

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  6. Roberto Mastrosimone 7 dicembre 2017 alle 11:43 pm

    Il dissenso viene ormai espresso con i “buu”, i fischi sono di approvazione. Mi è parso un gran successo. La ripresa tv faceva pena, come quasi sempre dalla Scala, e quella audio non brillava: un po’ lontane le voci soprattutto nella prima parte.

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    • Amfortas 8 dicembre 2017 alle 9:24 am

      Roberto, ciao. Non so, a me è sembrato che ci fossero anche contestazioni…ho trovato l’audio migliore degli anni scorsi mentre la regia televisiva è stata, come sempre, catastrofica. Ma il teatro si vede a…teatro, non c’è nulla fa fare.
      Ciao e grazie.

      Piace a 1 persona

      • Antonio de Rossi 8 dicembre 2017 alle 1:38 pm

        …ma le voci si sentono bene anche in “differita”!

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      • Amfortas 8 dicembre 2017 alle 2:35 pm

        Antonio, ciao. Per comodità rispondo una volta sola ai tuoi graditi commenti.
        C’è una sola cosa da dire e cioè che la tua opinione vale quella degli altri, compresa la mia. Probabilmente – ed è legittimo – tu hai aspettative diverse da chi ha scritto qui positivamente. Va benissimo. In linea generale non sono d’accordo con atteggiamenti di eccessiva chiusura su ciò che si vede e si sente oggi nei teatri. Il motivo è semplice: frequentando la lirica da quando sono nato, un po’ per esperienza diretta un po’ per i racconti dei miei familiari (tutti musicisti e melomani doc) ti posso assicurare che anche nel passato non tutto era ora colato.
        Grazie per i tuoi interventi, ciao.

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  7. minny1941 8 dicembre 2017 alle 1:26 am

    Evidentemente , tot capita , tot sententiae : va bene così.. Ho ascoltato la diretta sul mio vecchio televisore , quindi può darsi che l’audio non fosse al top . Ho sentito vibrati diffusi in tutti. Forse Chailly non ha saputo ” aiutare ” i cantanti, come certi direttori stile Tullio Serafin.
    Inoltre la Netrebko , secondo me , non ha centrato l’nterpretazione di “La mamma morta “: non un momento di riflessione di “a parte” in crescendo , oltre che monocorde , aveva un certo qual piglio da diktat. Nel finale ho sentito da lei acuti duri e sofferti.
    Mi limito a queste notazioni brevi e discutibili

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    • Amfortas 8 dicembre 2017 alle 9:29 am

      Minny, ciao. Tutte le opinioni sono discutibili, comprese le mie. Non ho avuto la tua sensazione ma pazienza. Riconosco invece che la Netrebko fosse nell’aria, pur cantata bene, un po’ troppo decisa. Credo che nelle prossime recite potrà smorzare un po’ di grinta e risolvere meglio il personaggio.
      Ciao e grazie.

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  8. Caterina 8 dicembre 2017 alle 10:04 am

    Rebloggo (orrida parola ma efficace) volentieri. Caro Amfortas dai voce ai miei pensieri.
    L’occhio preoccupato di Yusif a Chailly mi ha fatto tenerezza…..e una “mamma morta” splendida da sola non può fare un Andrea Chènier

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  9. Marco Galli 8 dicembre 2017 alle 3:14 pm

    Mi sembra il seguito della saga dei coglioni che vanno all’opera perché così possono definirsi critici.
    Anna Netrebko se la cava. Il marito non lo denigro ma ha pessimo timbro, fraseggio inconsapevole,…
    Meno male che capito raramente e per caso su siti dove l’improvvisazione è al potere e la critica musicale ridotta a impressioni gossippare..
    Mah, auguri e pronta chiusura!

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  10. daland 8 dicembre 2017 alle 6:12 pm

    Amfortas, ammettilo: stai seriamente pensando di chiudere, vero?

    Ciao! (ovviamente complimenti…)

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  11. Antonio de Rossi 8 dicembre 2017 alle 6:52 pm

    Gentile Amfortas, come diceva il mitico Gaber: “..le opinioni sono come gli zebedei, ognuno ha i suoi”. Mi sono permesso di esprimere una mia opinione su uno spettacolo mediocre di cui c’è poco o niente da salvare. Ho iniziato la mia carriera di melomane il 2 gennaio del 1958 (data storica) al Teatro Costanzi di Roma e da allora non ho mai smesso di andare all’Opera, sia in Italia che fuori. Ho ascoltato buona parte dei mitici cantanti dei tempi andati ( e per una decina di anni sono stato compagno di un buon soprano) e mi sono sbertucciato le mani il più delle volte. Mi creda non sono affatto chiuso all’avanzare dei giovani talenti (quali?), ne a quelli della contemporaneità (quanti sono, chi sono?) anzi vorrei poter sbertucciarmi di nuovo le mani, non immagina quanto lo vorrei. Se questo Andre Chenier non fosse uno spettacolo da dimenticare avrei fatto tutto il possibile, nonostante i 70) per raggiungere il Loggione della Scala, come altre volte. Continui a parlare di Lirica perchè, per dirla con Schaunard:
    “…siamo all’ultima scena”. Forse…. Cordialità!!

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  12. Antonio de Rossi 8 dicembre 2017 alle 7:20 pm

    Amfortas, condivido la prima parte delle affermazioni del Sig. Galli perchè ci sono troppi “fregni” che vanno all’opera per poi dire corbellerie. Non credo e spero che non si riferisse a lei! Non sapevo che ci fossero troll pure in questi luoghi!!

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  13. minny1941 @ libero.it 9 dicembre 2017 alle 12:19 am

    Amfortas che pazienza che hai ! Inoltre nella gazzarra mediatica scatenatasi per questo Chénier , dove . tra le varie fazioni, si è toccato il fondo della più crassa volgarità gratuita , hai mantenuto una misura vewramente apprezzabile , senza scadere nel buonismo.
    Grazie !

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    • minny1941 @ libero.it 9 dicembre 2017 alle 1:43 am

      Scusami Amfortas :ma ti conhesso che anche in occasione di questa mediocre produzione scaligera , la teatralità di quest’opera ha risvegliato in me antichi ricordi ; di quando da piccola – eravamo un famiglia di melomani- l’ascoltavamo alla radio e negli intervalli tra un atto e l’alto volavano o critiche spiietate o lodi sperticate. .E in somma ,alla ffine ., volente o nolente mi sono un po’ commossa : merito di Giordano , naturalmente .
      Scusa questa confessione , Amfortas

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      • Amfortas 9 dicembre 2017 alle 8:42 am

        Minny, ciao. Il fatto è che, anche in occasioni non particolarmente felici, l’opera è emozionante. L’ho già scritto altre volte, quando andai qualche anno fa a vedere alla Fenice L’affare Makropulos, la messinscena e la musica mi ricordarono episodi sepolti nella mente da quando ero bambino. CHi se ne frega del resto?
        Ciao e grazie.

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    • Amfortas 9 dicembre 2017 alle 8:44 am

      Minny, grazie, ma non è questione di pazienza bensì di coscienza: della volgarità degli altri, da cui mi affranco senza problemi per cultura, etica e formazione. Però è bello, molto bello, che tu me lo dica.
      Ciao e grazie.

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  14. minny1941 @ libero.it 9 dicembre 2017 alle 8:00 pm

    Grazie a te . Aggiungo che” gestroso / a ” è un aggettivo in puro vernacolo –

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  15. Pingback:La Top Ten del 2017, con vincitore scontato. | Di tanti pulpiti.

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