Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Il Trovatore di Giuseppe Verdi al Teatro Verdi di Trieste: una piccola guida all’ascolto.

Forse l’informazione più importante è che ho cambiato (era ora) la mia immagine del profilo (attenzione, aprire il link con cautela), ma manca solo qualche giorno al debutto di Il trovatore al Teatro Verdi di Trieste, qualcosa bisognerà pur dire di quest’opera tra le più note di Verdi e centro della trilogia popolare con La traviata e Rigoletto.

Foto di Fabio Parenzan

L’opera necessita di almeno quattro cantanti di ottimo livello, valutando, forse a torto, che la parte del basso, Ferrando, possa essere considerata da coprotagonista.
Il Trovatore è un’opera che rispecchia (a mio parere, non sono cose che si trovano nei sacri testi) il momento psicologico che passava Verdi, che non era brillantissimo.
Io ci sento molto furore, molta rabbia.
Al centro della vicenda ci sono da una parte due donne, Leonora, una donna d’alto lignaggio, e Azucena, una zingara. Dall’altra un nobile gentiluomo, il Conte di Luna, e il solito tenore casinista e rivoluzionario, Manrico.
Anche a un osservatore distratto balza all’occhio come le due donne non vengano mai in contatto, come se Verdi volesse sottolineare la distanza dei due mondi ai quali appartengono, mentre i due monelli s’azzuffano appena ne hanno l’occasione perpetuando la consueta scenetta del chi ce l’ha più lungo.
Il libretto, meno incasinato di ciò che si vuol far credere di solito, è di Salvatore Cammarano,
ed è tratto dal dramma El Trovador di Antonio Garcia Gutierrez.
Con Cammarano (ma con tutti i suoi librettisti, a dirla tutta, si pensi solo alle sfuriate a Piave) Verdi aveva un rapporto contrastato, tanto che ad un certo punto sbottò così:

“Sono fieramente in collera con Cammarano. Egli non considera niente il tempo che per me è una cosa estremamente preziosa. Egli non m’ha scritto una parola su questo Trovatore: gli piace o non gli piace?”

Verdi, dicevo prima, stava attraversando un momentaccio ed era furioso, ansioso.
Tutta la genesi di quest’opera è segnata da litigi e incomprensioni: con Cammarano, con il mezzosoprano Rita Gabussi De Bassini che avrebbe dovuto interpretare Azucena, con gli impresari, con l’editore Ricordi e ovviamente con la censura.
Il fatto è che Verdi era preso da vicende personali, in pessimi rapporti con il padre e soprattutto doveva affrontare l’aperta ostilità dei concittadini bussetani, che non vedevano di buon occhio il suo convivere more uxorio con Giuseppina Strepponi.
Piccola digressione su Giuseppina Strepponi, che era davvero un personaggio notevole e viperino.
Di Marianna Barbieri-Nini, non esattamente una Venere ma soprano formidabile, disse questa gentilezza:

S’ella ha trovato marito non può disperar più nessuna di trovarlo (strasmile).

Come se non bastasse, il povero Cammarano morì nel 1852, qualche mese prima del debutto al Teatro Apollo di Roma, il 19 gennaio 1853.
Tutto questo clima conflittuale si sente nella musica che ogni tanto (certo, in modo sublime) procede a strappi violenti.
Si nota una grande distonia tra la straordinaria apertura melodica delle arie, quella del baritono per esempio, Il balen del suo sorriso, di difficoltà enorme e le cabalette, segnatamente l’incendiaria Di quella pira croce e delizia dei tenori e soprattutto, degli spettatori (smile).
L’opera ebbe subito un successo immenso, nonostante che nel cast del debutto ci fossero solo due autentici fuoriclasse e cioè il soprano Rosina Penco e il tenore Carlo Baucardé.
Per gli appassionati, a conferma della popolarità di questo lavoro verdiano, una recita del Trovatore è sempre un evento.
I cantanti sono sotto pressione e intimoriti per la difficoltà delle proprie parti e anche perché i precedenti storici ci raccontano come tutti i grandi del passato si siano cimentati nell’opera. I confronti sono spesso ingenerosi, quindi, e il discorso vale anche per i direttori d’orchestra.
Il Trovatore di Giuseppe Verdi si presta a molte osservazioni e letture personali.
All’inizio ho sottolineato come io ci trovi molta rabbia, molta ansia, che Verdi esprime con la musica.
La rabbia è senz’altro di Azucena, che vuole vendetta.
Altro furore si trova nel Conte di Luna, amante respinto che deve subire pure l’umiliazione di essere scambiato per il suo rivale, Manrico (ah dalle tenebre tratta in errore io fui – dice Leonora -).
Quest’ultimo è sempre pronto a combattere e sguainare la spada. All’inizio Ferrando ci narra una vecchia storia di streghe e spaventa i suoi compagni d’armi.
L’atmosfera è sempre tesa, insomma, densa di quella drammaturgia stringente che Verdi amava e perseguiva con meticolosa energia.
Solo Leonora, all’apparenza, sembra un personaggio meno ansiogeno ma poi nella realtà (o meglio nella finzione del melodramma) si suicida.
Buona parte della vicenda si svolge di notte, al buio. Un buio che è talvolta rischiarato, si fa per dire, dal ricordo del rogo, di quella pira l’orrendo foco. La tinta dell’opera è buia, tetra, quasi gotica.
Il rogo è l’ossessione (oddio, motivata!) di Azucena che canta Stride la vampa.
Eppure, in tutto questo dolore, Verdi riesce a trovare l’ispirazione per alcuni passi che sembrano comunicare qualcosa di diverso dalla sofferenza.
Tacea la notte placida – per me la più affascinante aria per soprano di Verdi – ne è un esempio, ma ci sono altri momenti così intensamente amorosi ed estatici.
In attesa della ormai imminente prima di venerdì, vi propongo uno di questi squarci di sereno.
Manrico e Leonora si parlano intimamente, sono preoccupati per il futuro, inutile negare le difficoltà (alla novella aurora assaliti saremo – chiosa Manrico -).
Leonora è agitata e per calmarla Manrico le si avvicina e le dichiara ancora il suo amore:

Amore…sublime amore,

In tale istante ti favelli al core.

 Sono i versi che introducono Ah! Sì, ben mio, una di quelle pagine dalle quali se non si sa cantare non si esce vivi, anche perché subito dopo c’è la famosa pira.

Questa volta per l’ascolto ho scelto il tenore Carlo Bergonzi.

Tanti anni fa, in un’occasione non propriamente felicissima della mia vita, questa interpretazione mi fu di grande aiuto: la riascolto ancora con grande emozione.

Un saluto a tutti, alla prossima!

2 risposte a “Il Trovatore di Giuseppe Verdi al Teatro Verdi di Trieste: una piccola guida all’ascolto.

  1. colfavoredellenebbie 19 gennaio 2018 alle 6:34 PM

    E’ un piacere tornare e ritrovarti!
    zena

    "Mi piace"

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