Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione semiseria di Il trovatore al Teatro Verdi di Trieste: noia, tanta noia.

Le difficoltà economiche in cui versa il teatro triestino sono senz’altro importanti e condizionano la programmazione. Però non è questo un alibi che possa assolvere per sempre da ogni peccato e, ieri sera, i peccati sono stati molti e tutt’altro che veniali.
Il fatto che il pubblico non contesti o disapprovi gli esiti artistici di una produzione è una foglia di fico spendibile sino a un certo punto.
Perciò, almeno a mio parere, sarebbe il caso di intraprendere strade diverse. In fretta, perché il tempo passa e mentre in altre città – mi limito all’Italia – qualcosa di nuovo, anche discutibile, si vede, a Trieste siamo indietro. Trieste non lo merita, per quanto anch’essa non sia più quella di una volta.
Neanch’io lo sono, peraltro, ma cerco in qualche modo, con fatica immensa, di non lasciarmi sommergere dal tempo e dalle ragnatele.
Una produzione di Il trovatore di Giuseppe Verdi è sempre una scommessa rischiosa per qualsiasi teatro solo a voler considerare l’immensa difficoltà vocale delle parti dei protagonisti.
Ma quest’opera, baricentro della cosiddetta trilogia popolare di Verdi, propone anche altre scabrose asperità: la direzione d’orchestra in primis e poi, dal momento che viviamo nel 2018, un allestimento che in qualche modo parli al pubblico con un linguaggio attuale, ché la sola musica, nel teatro lirico, non basta più.
Ed è per questo che nel complesso lo spettacolo proposto a Trieste mi è parso, di là delle discutibili prestazioni dei singoli, poco riuscito a voler essere generosi.
Francesco Pasqualetti dà della partitura verdiana una lettura che mi è sembrata piatta nelle dinamiche, che sono state sì controllate e prive di clangori ma hanno anche depauperato di qualsiasi pathos la vicenda, mentre le agogiche improntate a una prudenza eccessiva e ulteriormente rallentate da inspiegabili pause negli attacchi non hanno favorito una narrazione teatrale fluida. Ancora meno, molto meno, mi hanno convinto alcune scelte filologiche, a cominciare dal taglio della ripresa della cabaletta del tenore.
L’Orchestra del Verdi ha risposto con la consueta efficacia, mentre il coro mi è sembrato meno quadrato e compatto del solito.
Poco da dire anche sull’allestimento, di disarmante banalità ed evidentemente povero di idee e di mezzi in cui i cantanti e il coro sono quasi sempre statici o, nella migliore delle ipotesi, atteggiati in pose che avrebbero annoiato già a metà anni Cinquanta del secolo scorso. Per non dire della chicca di uno degli snodi drammaturgici dell’opera e cioè quando Leonora scambia Manrico per il Conte di Luna e canta Ah dalle tenebre tratta in errore io fui, scena che si svolge in una luce accecante che fa dubitare seriamente della vista della sfortunata nobildonna. Poi, certo, è evidente l’ispirazione pittorica nella regia di Filippo Tonon (che firma anche le scene e le luci) ma credo che le idee debbano essere anche realizzate in modo convincente. Accettabili i costumi di Cristina Aceti.
Domenico Balzani è sembrato a proprio agio nell’alta tessitura vocale del Conte di Luna e, grazie a una voce salda e generosa nel volume è stato protagonista di una prova sicuramente convincente e incisiva di quello che, forse, è il personaggio più monolitico dell’opera votato com’è solo alla vendetta.
Inadeguata Milijana Nikolic nei panni di Azucena di cui ha mostrato solo il lato più esteriore e allucinato con una recitazione sopra le righe e non confortata dal canto. La dizione in alcuni momenti è sembrata incomprensibile e la voce è di timbro ingrato. La linea di canto accidentata, con discese ai gravi forzate e salite agli acuti difficoltose, ha contribuito a dare un senso di precarietà a una prestazione che si spera possa essere più centrata nelle prossime recite.
Buone le intenzioni interpretative di Antonello Palombi, che ha volume per la parte e ha cercato di fraseggiare con intelligenza variando le dinamiche e curando la parola scenica. Qualche volta l’accento è sembrato un po’ troppo impetuoso e certe frasi risuonavano più parlate che cantate, ma nel complesso la sua prova è da considerarsi positiva almeno perché il tenore è riuscito a far emergere il carattere ardente e appassionato di Manrico.
Marily Santoro non ha ancora la maturità artistica per affrontare un personaggio così complesso e la voce è risuonata più adatta a parti meno onerose di quelle di soprano drammatico. La sua interpretazione di Leonora è sembrata algida, corretta ma poco emozionante e priva di quella tragica ed estatica eloquenza che caratterizza Leonora. Dal lato attoriale, improntato a una composta sobrietà, è risultata più convincente.
Ottimo Vladimir Sazdovski, che con la sua ferma voce di basso ha interpretato un Ferrando virile nel carattere ed efficace nel canto.
Buona la prova degli altri artisti impegnati nelle parti minori: Momoko Nashitani (Ines), Andrea Schifaudo (Ruiz), Roberto Miani (Messo) e Fumiyuki Kato (Vecchio zingaro).
Teatro affollato e pubblico generoso di applausi anche a scena aperta con tutti i protagonisti, il che evidentemente farà perdere nel tempo questo mio resoconto critico come le ormai abusate lacrime nella pioggia.

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10 risposte a “Recensione semiseria di Il trovatore al Teatro Verdi di Trieste: noia, tanta noia.

  1. Alucard 20 gennaio 2018 alle 8:32 pm

    Quindi è meglio se giovedì vado a sentire Le metamorfosi di Pasquale?

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  2. petrossi 20 gennaio 2018 alle 11:04 pm

    Ciao! Domenica (domani) ci sarò anch’io; grazie delle informazioni e delle note critiche. Nella mia ricerca ho trovato del Trovatore diversi allestimenti arditi, menzionati, da un critico con il tuo stesso pseudonimo su http://operalively.com/forums/showthread.php/381-Recent-Stagings-of-Il-Trovatore, cui si aggiunge l’allestimento del 2014 di Salisburgo, ambientato in una galleria d’arte rinascimentale (bello visivamente ma con diverse forzature e alla fine con soluzioni sempliciotte). Ho paura che sia difficile riuscire a dire qualcosa di nuovo in modo equilibrato in quest’opera.

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  3. petrossi 20 gennaio 2018 alle 11:31 pm

    P.S. Solo una curiosità. Si parla spesso dell’opera teatrale El Trovador di Antonio García Gutiérrez da cui ha preso spunto Verdi, ma pochi ne hanno letto il testo, eccolo allora: https://archive.org/details/eltrovadoredited00garc

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    • Amfortas 21 gennaio 2018 alle 3:39 pm

      Furio, ciao. Ormai sei quasi in teatro ma come sempre ti ringrazio per le ulteriori informazioni che completano il mio post.
      Per quanto riguarda la regia, puntualizzo che non mi passa neanche per la testa di considerare facile un allestimento alternativo del Trovatore, ma trovo imperdonabile che a Trieste non ci si provi neanche.
      Attendo le tue sensazioni odierne, ciao e grazie!

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  4. illeguleio 22 gennaio 2018 alle 10:17 am

    Vista domenica.
    Una edizione abbastanza amara. Azucena completamente distrutta da una recitazione quasi parodistica e una voce assolutamente non adatta al ruolo; grande perplessità l’applauso a scena aperta con tanto di “brava” gridato dal pubblico al termine di un “stride la vampa” imbarazzante.

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    • Amfortas 23 gennaio 2018 alle 10:51 pm

      Leguleio, ciao. Beh purtroppo credo che tu abbia ragione, Di solitosono molto morbido nelle valutazioni perché credo sia giusto rispettare l’artista in diffcoltà, però Azucena era davvero molto in affanno. Il pubblico è un altro problema, tendo ad assolverlo.
      Ciao e grazie!

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  5. Pier 28 gennaio 2018 alle 1:22 am

    Caro Paolo, questa volta sono rimasto abbastanza sorpreso del tuo severo commento, appena uscito come sono dall’ultima di oggi sabato 27 (stesso cast della prima). Intendiamoci, parere da occasionale loggionista e non da melomane consumato, ma la rappresentazione mi è piaciuta.
    Ti dirò: meglio una messa in scena scarsa che astrusa (o intrudente), tanto nel Trovatore la musica la fa da padrona (e la trama è già astrusa di per sé). Su questo punto comunque.. mia moglie è d’accordo con te.
    Il pubblico è accorso in massa: loggione strapieno con un’ intera scolaresca, anzi una corrierata di studenti della media di Buia, compostissimi e silenziosi. Un piacere degli occhi anche loro.
    Sull’orchestrazione non saprei esprimere un parere competente, quindi mi taccio. D’accordissimo sulla deludente Azucena, senza tenuta anche nei toni bassi e dalla pessima dizione: devo dire nessun tributo a scena aperta e applausi d’ordinanza alla fine. Bravi il baritono, il potente tenore (già sentito l’altr’anno mi pare), pur con la piccole sbavature che tu hai fatto notare, e l’impeccabile basso.
    Brava Leonora. Non so se Marily Santoro è acerba, ma ha retto benissimo una parte complessa e difficile. E’ rapidamente cresciuta in corso d’opera (ops), presenza scenica notevole, buona dizione , appassionata e nella parte quanto basta. Quando ha finito uno struggente “D’amor sull’ali rosee” (scolaresca rapita e immobile) è venuto giù il teatro. Be’, non è la Callas (che su questo pezzo “batte” la Tebaldi, vedi in you tube), ma comunque alla fine dell’opera ha raccolto i suoi meritati applausi e “brava”. Più di Palombi, devo dire.
    Abbi pazienza con noi peones: stavolta siamo abbastanza soddisfatti. O forse che sia meglio ascoltare l’ultima anziché la prima?
    Un abbraccio e alla prossima
    Pier

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    • Amfortas 28 gennaio 2018 alle 10:02 am

      Pier, riciao. Tieni conto che abbiamo visto recite diverse, che a Trieste si prova poco (non solo a Trieste, a dire il vero) per questioni economiche e che di conseguenza l’amalgama e il rendimento complessivo salgono di recita in recita. Palombi non ha cantato l’anno scorso a Trieste, credo che tu lo confonda con Giuliacci. Quanto alla regia e all’allestimento, solo per restare a produzioni non astruse come dici tu, basta ricordare l’ultimo Trovatore a Trieste di qualche anno fa firmato da Stefano Vizioli, che rendeva giustizia alla trama e alla tinta scura dell’opera.
      Fidati, quello che vediamo a Trieste è un teatro lirico molto modesto: mercoledì ero a Lubiana per un Don Giovanni che dal lato teatrale e scenotecnico era anni luce avanti. Forse, ma sarà difficile, ne scriverò qualcosa.
      Sono contento che il teatro fosse pieno, questo è sicuro.
      Ciao, grazie e saluti alla moglie 🙂

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  6. Ugo Bedeschi 19 marzo 2018 alle 2:33 pm

    Mi piace leggere i commenti degli spettatori, ma bisognerebbe non confondere “orchestrazione” con “concertazione”. Ho assistito venerdì 16 ad una recita di “The Medium” di Menotti al teatro Pavarotti di Modena, col soprano Marily Santoro nel ruolo di Monica, ben diverso come impegno vocale dalla Leonora del “Trovatore”, ma è una giovane da seguire con attenzione: voce dai ricchi armonici, omogenea in tutta la gamma, acuti sicuri e ben timbrati, ottime capacità interpretative.

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    • Amfortas 19 marzo 2018 alle 4:37 pm

      Ugo, ciao e bentrovato 🙂
      Hai ragione sulla differenza tra concertazione ed orchestrazione ma come capirai gli spettatori sono appunto…spettatori!
      Quanto alla Santoro sono contento che tu l’abbia trovata a proprio agio, spero che in un prossimo futuro trovi il suo repertorio di elezione.
      Ciao e grazie del passaggio, graditissimo.

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