Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Fare politica: eravamo noi, siamo noi. Saremo noi?

Spesso si dice, con malcelato disprezzo Io non mi occupo di politica.
In realtà, tutti, ogni giorno facciamo politica.
Facciamo politica nelle nostre azioni quotidiane, nel nostro modo di rapportarci con gli altri.
Io, quando scrivo di musica, faccio politica.
Poi, è vero molti di noi non parlano volentieri di politica ma questo è un altro discorso.
Ci sono però momenti in cui io, e credo pure tutti voi, sentiamo l’urgenza di affrontare certi argomenti.
In occasione della Giornata della memoria di domani io ho percepito questa urgenza perciò, dopo tantissimi anni, sono andato presso la Risiera di San Sabba e ho scattato alcune foto.
Ho pensato di abbinarci un testo che scrissi molti anni fa.
Non spiego né dico altro.
Buona lettura a chi avrà voglia di continuare a leggere.

Sanità e prevenzione: uno sguardo al futuro.

Il momento in cui il cittadino, di qualsiasi censo, può valutare il grado di civiltà del paese in cui vive è quando è malato.
A me è capitato una volta sola di dover seriamente fare i conti con il sistema sanitario nazionale e vi assicuro che nonostante spesso, sugli organi d’informazione, si parli male di questo servizio, la mia testimonianza è positiva.
Senza sostenere alcuna spesa sono stato portato all’estero, perché i medici locali, una volta individuato il problema, si erano resi conto di non avere il know how sufficiente per garantire la mia completa guarigione.
Siccome la natura del mio problema era palese, sono stato aggregato a molti altri che accusavano gli stessi sintomi. Tutti insieme, in maniera che il virus non si diffondesse a macchia d’olio.
Il mezzo scelto dalle autorità sanitarie è stato il treno, e anche questo dimostra una considerevole lungimiranza e la giusta attenzione ai problemi ecologici.
Appena arrivati al polo sanitario assegnato, la prima preoccupazione dei medici è stata che tutti noi non ci sentissimo abbandonati, in quanto la condizione psicologica corretta è una delle componenti fondamentali di una guarigione completa. Quindi, sempre in gruppo, perché non ci affannassimo smarriti e non perdessimo la nostra identità (quante volte, negli ospedali, si è ridotti ad un numero?) siamo stati sottoposti alle prime cure. Sostanzialmente si è trattato di precauzioni igieniche ma è noto che la cura della persona, la pulizia, è una delle condicio sine qua non per una buona riuscita di qualsiasi cura.
Prima di tutto ci hanno fatti spogliare completamente nudi, per vedere con chiarezza se mostravamo segni del nostro male sfuggiti ad un primo controllo; poi ci hanno levato, perché è nota l’interazione negativa d’alcuni metalli preziosi con le medicine, tutti gli inutili orpelli tipo catenine in oro, orecchini, finanche le fedi che qualcuno portava all’anulare.
Il passo successivo è stato inebriante: ci hanno portato tutti, ricchi e poveri, in una grande sala spoglia e ci hanno lavato con l’acqua gelida, che sgorgava violentemente, quasi a metafora di una vitalità recuperabile, da una pompa.
Poi insieme, uomini e donne, ormai mondati e lindi, siamo stati tutti rasati con accuratezza straordinaria in ogni parte del corpo: il pube liscio, le ascelle liliali, il cranio lucido. Quasi un ritorno al felice periodo dell’infanzia.
C’è stato assegnato un lavoro, piuttosto duro. Qualche sconsiderato, evidentemente incapace di capire che il moto, la fatica, sono propedeutici a un dimagrimento e quindi a un buono stato di salute, ha protestato. Purtroppo, nel novero di una massa elevata di persone, la probabilità che ci sia qualcuno un po’ altezzoso c’è sempre. In linea con questa severa disciplina terapeutica e ancora una volta dimostrando una lungimiranza notevole, c’è stata attribuita la dieta: pane e acqua, entrambi ammaniti con parca moderazione, allo scopo di evitare gonfiori e i noti problemi d’accumulo nelle arterie di quel killer pericolosissimo e silenzioso che è il colesterolo.
Per temprare ulteriormente i nostri corpi e le nostre menti, ci hanno costretto a dormire nudi o ricoperti di stracci, al gelo se d’inverno, al caldo torrido d’estate.
Periodicamente i medici eseguivano controlli sanitari accuratissimi, e quelli di noi che non rispondevano alle cure erano selezionati e separati dal resto del gruppo, perché non minassero col loro atteggiamento negativo il morale di chi, invece, con lodevole responsabilità, si sottoponeva volentieri al trattamento.
Col passare del tempo molti hanno cominciato a dare manifestazioni di squilibrio sia mentale sia fisico, segno che purtroppo, nonostante la severa e mirata terapia d’urto, il male aveva proseguito il suo percorso letale.
Questi poveri disgraziati hanno avuto la fortuna di trovarsi in un centro specializzato, dove l’eutanasia non è certo uno stupido tabù, ma il segno tangibile del rispetto che si deve all’ammalato che soffre. Spettava a noi sani accompagnarli in ampie sale, dove erano eliminati senza strepiti e in assenza di dolore, semplicemente accentuando le dosi di farmaci normalmente usati per un’anestesia locale. I medici fornivano anche un supporto psicologico fondamentale a questi malati terminali, non rivelando, dimostrando un’umanità straordinaria, il vero fine ultimo di quelle riunioni di gruppo. Inoltre, se per caso qualcuno particolarmente robusto restava pervicacemente attaccato alla propria vita malata dopo il trattamento, un’equipe di chirurghi scelti per la loro particolare abilità diagnostica li sezionava ancora vivi nell’apposita sala settoria. Rimanendo coscienti, potevano dare precise indicazioni agli specialisti, che sarebbero state utilissime per una campagna di prevenzione di massa, già pianificata da tempo.
La specializzazione era tale, in questo centro, che le persone decedute erano immediatamente bruciate in appositi forni ed il calore generato dalla combustione delle ossa, nell’ambito di un virtuoso progetto di risparmio energetico, forniva acqua calda e riscaldamento agli studi dei medici e alle abitazioni dei loro familiari.
Niente sostanze inquinanti, come il carbone, responsabili di quelle emissioni così deprecabili che favoriscono il global warming, un problema che in futuro, probabilmente, qualcuno dovrà affrontare seriamente.
Un giorno, purtroppo, anch’io ho ceduto all’avanzata del virus nel mio corpo, ma per fortuna un medico pietoso, senza nessuna esitazione, mi ha sparato un colpo alla nuca, mettendo fine alle mie sofferenze.
Sono grato alla fortuna, perché mi è stata concessa la possibilità di lasciare ai posteri testimonianza di questa vetta della civiltà umana, che si raggiunse qui, non in Italia (solo a Trieste c’era un piccolo centro così attrezzato come questo), ma a Mauthasen-Gusen, culla della civiltà mitteleuropea.
Fanno bene, gli attuali governanti di tutto il mondo, a mandare in questo posto le scolaresche: sin da bambini bisogna essere coscienti di come l’uomo, al di là delle stupide divisioni politiche, economiche e razziali, quando è fortemente motivato dalla cura per il benessere comune possa dimostrarsi davvero degno della sua provenienza divina.
Chiedo scusa a tutti se la mia testimonianza non è particolareggiata come le circostanze meriterebbero, oppure sgrammaticata, ma ho dovuto scrivere in fretta e in uno stato permanente ed angosciante d’agitazione. Alcuni sporadici sobillatori, proditoriamente, sostengono che molti, invidiosi dei risultati ottenuti, vogliono cancellare le prove dell’esistenza di questo centro di benessere e cura.

Ne sento già, da lontano, i passi pesanti e rumorosi.

 

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13 risposte a “Fare politica: eravamo noi, siamo noi. Saremo noi?

  1. felice567 27 gennaio 2018 alle 9:31 am

    Ben scritto. Molto toccante. Intelligente anche il registro ironico/satirico: dato il soggetto trattato, è facile perdere la misura, cosa che qui non mi sembra accaduta.Complimenti.

    Piace a 1 persona

    • Amfortas 28 gennaio 2018 alle 9:44 am

      Felice, ciao. Questo è un pezzo che scrissi tanti anni fa per una rivista online poi implosa per motivi che ancora oggi mi restano sconosciuti. Si scriveva a tema con cadenza, mi pare, mensile. Ovviamente io il tema lo prendevo per pretesto e lasciavo andare la fantasia. In questo caso il tema era “Salute”.
      Grazie per i complimenti che sono sempre ben accetti e ciao!

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  2. Pier 27 gennaio 2018 alle 5:55 pm

    Ieri pomeriggio ero in Risiera e ho ascoltato il coro partigiano Pinko Tomazic. Un’ esibizione diversa dal solito, contenuta, tecnicamente più sofisticata del solito e musicalmente toccante, con brani meno noti ed un’inedito della Bulgaria.
    Entro sempre con angoscia nella Risiera, il corridoio claustrofobico, le celle anguste, il cortile carcerario. Il coro pareva avere rispetto di quel luogo, senza abbandonarsi a facili clangori.
    Le tue foto fanno parte di questa atmosfera. Il tuo scritto – paradossale – mi ha fatto riflettere.
    Pier

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    • Amfortas 28 gennaio 2018 alle 9:54 am

      Pier, ciao. Alla Risiera dovremmo, tutti, andare più spesso; soprattutto di questi tempi in cui parti politiche parlano di razza e bruciano manichini in piazza. Giusto?
      Ero lì mentre preparavano l’impianto acustico per il concerto serale, le foto effettivamente rendono l’atmosfera per il viraggio molto contrastato in bianco e nero, oltre ovviamente che per l’ambiente.
      Ciao e grazie!

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  3. Rosella 28 gennaio 2018 alle 11:40 am

    Complimenti per il testo. Io, romana da anni residente a Trieste, quando arrivano amici da fuori non manco mai di portarli alla Risiera. Per non dimenticare. Perché la memoria si stempera con il tempo e non ci si rende conto dei sintomi di un male che oggi sta palesandosi sempre più spudoratamente.

    Piace a 1 persona

    • Amfortas 28 gennaio 2018 alle 1:10 pm

      Rosella, ciao. Non posso che essere d’accordo conte ed è proprio per questo motivo che ho tirato fuori dai cassetti informatici questo testo.
      Speriamo bene ma, per mia sfortuna, considero in ogni campo l’ottimismo come un peccato mortale.
      Ciao e grazie del passaggio.

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  4. Emma R D 28 gennaio 2018 alle 7:49 pm

    Buona sera al mio…amico di penna (mi permette di chiamarla così, anche se le ho scritto due volte in tutto?). Temevo di non ricevere più le sue recensioni, visto che dal 10 dicembre non arrivava nulla sulla mia mail, ma ecco poi questo suo articolo che nulla ha a che fare con la lirica e che in un attimo mi ha fatto ripiombare nel buio della guerra… Quando tutto succedeva noi bambini e anche molti adulti non ne sapevamo niente, io mi ero soltanto accorta che tutto a un tratto due amichette a cui volevo bene erano sparite da scuola. In quanto alla Risiera, bello il suo articolo, giusto ricordare ma soprattutto “far conoscere tutto ai giovani”, perché i vecchi se ne vanno e con essi sparisce la memoria.
    So che forse ho scritto troppo, però ora sdrammatizzo un po’: tornando alla lirica, ho visto che ha cambiato la foto del suo profilo – ahi ahi, prima la consideravo quasi un figlio, ma ora mi incute quasi soggezione…

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    • Amfortas 28 gennaio 2018 alle 8:07 pm

      Emma carissima, non sa quanto mi faccia piacere leggere la sua testimonianza, che vale più di 1000 articoli scritti da chiunque.
      Non aggiungo altro qui, le scriverò in privato via mail.
      La ringrazio tantissimo, Paolo

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  5. Sabrina 29 gennaio 2018 alle 8:47 am

    Complimenti, questo è uno scritto da conservare e tirare fuori nei momenti particolari della vita o invece no, leggerlo ogni giorno quasi come una preghiera o invece no, impararlo a memoria, ecco…imparare a memoria laddove sia il corpo a ricordare ogni giorno. Grazie

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    • Amfortas 29 gennaio 2018 alle 9:01 am

      Sabrina, ciao. Mi fa molto piacere che tu abbia apprezzato il mio testo e sì, sono d’accordo con te, bisognerebbe parlare di questo argomento ogni giorno. Ci sono ovviamente esempi di scrittura ben più validi della mia che andrebbero divulgati in modo capillare e mirato ma ti ringrazio per il passaggio.
      Ciao e grazie.

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